Il primo lavoro non si scorda mai: dalla fabbrica al call center, ecco com’è cambiato dal Dopoguerra a oggi

Prima era spesso anche l’unico impiego della vita, si iniziava sotto i vent’anni e 3 volte su 4 era manuale. Oggi chi si affaccia al mondo del lavoro è molto più istruito, 2 volte su tre ha a che fare con compiti intellettuali, ma ottiene la prima occupazione passati i 30 anni e dopo aver sperimentato la ‘flessibilità’. Il posto fisso sta scomparendo anche per i laureati

di ROBERTO MANIA

IL primo lavoro non si scorda più. Perché nel passato è diventato anche l’unico lavoro, perché in ogni caso segna un passaggio decisivo nella propria vita. In mezzo secolo i primi lavori (non i “lavoretti”) dei giovani italiani (dai 15 ai 34 anni) sono radicalmente cambiati: prima nell’agricoltura, poi nell’industria, infine nei servizi. I 3/4 dei primi lavori erano manuali, oggi oltre i 2/3 sono non manuali. Prima con i contratti stabili, oggi con quelli precari. Prima tanto pubblico impiego (soprattutto per i laureati) oggi molto di meno. Prima sotto i vent’anni, oggi oltre i trenta. Prima con la licenza elementare oggi sempre più con la laurea.

Due sociologi della Bicocca di Milano, Giovanna Fullin ed Emilio Reyneri, hanno pubblicato sulla rivista “Stato e Mercato” del Mulino un articolo (“Mezzo secolo di primi lavori dei giovani. Per una storia del mercato del lavoro italiano”) che racconta come eravamo e come siamo diventati proprio attraverso la prima assunzione, dal dopoguerra ad oggi. Un’indagine del tutto originale che esamina i primi lavori in cinque periodi diversi: la ricostruzione post bellica, il miracolo economico, gli anni della rigidità delle regole sul lavoro, poi quelli che della “deregolamentazione strisciante”, infine, quelli della precarietà. Tra il 1945 e il 1958 quasi l’80% dei giovani cominciava a lavorare prima dei 20 e nessuno oltre i 29 anni, nel periodo dal 1998 al 2009 meno di un quarto dei giovani ha cominciato a lavorare prima dei 20 anni e quasi il 12% dai 30 ai 34. L’età media di inizio del lavoro è cresciuta da 17 anni fino a oltre 23 anni. È cresciuto anche il livello di istruzione. Se nel primo periodo i laureati erano poco più del 2%, nell’ultimo raggiungono quasi il 25%, mentre i giovani con la sola licenza elementare, che erano quasi il 63% nel primo periodo, nell’ultimo sono quasi scomparsi.

Composizione della forza lavoro giovanile (14-34 anni) che ha trovato il primo lavoro nei cinque periodi (%)
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Fonte: elaborazioni su dati Istat, Vite familiari e soggetti sociali, 2009

Sono i giovani con i loro primi lavori ad anticipare i cambiamenti nella struttura dell’economia. Dal 1945 al 1958, quando l’occupazione in agricoltura costituiva in media il 40% del totale, i giovani che iniziavano a lavorare nei campi sfioravano solo il 20%. E durante il miracolo economico, dal 1959 al 1970, quando in agricoltura era occupato ancora un quarto dei lavoratori, i giovani che entrarono nel settore agricolo furono poco più del 7%. Nello stesso periodo, invece, i giovani che fanno il loro ingresso nell’industria sono molto di più dello stock di occupazione secondaria: quasi il 45% contro il 40%. “In altri termini – scrivono i due studiosi – il processo di deruralizzazione e industrializzazione avvenne in larga parte grazie al ricambio generazionale degli occupati”. Altrettanto è successo per la terziarizzazione dell’occupazione, in particolare tra il 1971 e il 1984 quando la percentuale di giovani che ha cominciato a lavorare nei servizi aveva già superato il 60% mentre lo stock di occupati nei servizi era di poco superiore al 45%.

Determinante per i giovani laureati lo sbocco nel pubblico impiego. Considerando tutti i giovani che hanno trovato il primo impiego nei diversi periodi, tra gli assunti nel settore pubblico la percentuale di laureati è stata del 33% contro poco più del 9% nel settore privato e del 21% nell’occupazione indipendente. Di più: dagli anni Sessanta a metà degli anni Ottanta ben oltre la metà dei laureati trova il primo impiego nel settore pubblico e tra le donne si supera il 60%. Quote che scendono rispettivamente al 30% e al 20% dal 1985 al 1997.

È interessante notare che la percentuale di occupazione indipendente, in tutto il mezzo secolo considerato, oscilla, tra i primi lavori, intorno al 12-13% contro uno stock che varia tra il 20 e il 30%. A conferma che chi avvia un’attività è una persona adulta. E anche che il lavoro in proprio è perlopiù un’eredità familiare.

Infine la precarietà. Se si confronta il lavoro stabile con quello precaria emerge una U rovesciata: con l’occupazione stabile che raggiunge il suo massimo negli anni del miracolo economico e quelli cosiddetti della rigidità (il 63%) e scende fino al 44% nella stagione della flessibilità. I lavori parasubordinati hanno superato il 3% dei primi lavori dei giovani e addirittura il 10% in tre settori ad alta intensità di laureati: istruzione, pubblica amministrazione, servizi culturali e alla persona. Quale sarà il primo lavoro dopo la rivoluzione digitale?

Fonte: repubblica.it
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