di: Alessia Lai  
a.lai@rinascita.eu

In Waziristan , zona tribale al confine tra Afghanistan e Pakistan, solo venerdì, i droni nordamericani hanno ucciso 25 persone. Ovviamente tutti pericolosi talibani, almeno fino a quando verrà smentita l’identità delle vittime assegnata dal comando Usa e scopriremo, per l’ennesima volta, che si trattava di innocui abitanti di qualche sperduto villaggio. Talmente precisi, questi droni, che spesso e volentieri uccidono i civili. Il vantaggio è tutto dall’altra parte, sono aerei senza pilota, governati da un militare che davanti a una specie di Play Station decide se e quando colpire un obiettivo. Come se dovesse eliminare degli zombie cattivi in un videogioco. Il destino degli zombie, morti che camminano, toccherà anche ai libici di Misurata. Che siano lealisti o ribelli o ancora semplici cittadini che si nascondo per paura di finire macellati sia dagli uni che dagli altri. Venerdì, il presidente nordamericano, Barack Obama, ha approvato l’impiego di questi droni nel conflitto libico.
Ad annunciarlo, il ministro della Difesa Usa, Robert Gates. Il resto dei “volenterosi” premeva: troppo marginale l’impegno statunitense, troppo pochi i raid Nato per riuscire annientare le truppe di Gheddafi e arrivare a Tripoli. Obama, tirato per la giacchetta ha così scelto l’opzione droni. E a 

giustificarla ci ha dovuto pensare Gates, affermando che l’utilizzo dei droni è legato alla “situazione umanitaria” nel Paese nordafricano e al 

la possibilità di fare ricorso a “potenzialità” di cui non dispongono altri tipi di velivoli, in particolare per evitare vittime civili. Caratteristiche che tuttavia non sembra abbiano notato gli abitanti del Waziristan.
I ribelli libici invece sembrano crederci: “Non c’è dubbio che ci aiuterà a proteggere i civili e diamo il benvenuto a questo passo da parte dell’amministrazione americana”, ha detto un portavoce dei ribelli, Abdel Afiz Ghoga. “Siamo onorati. Si tratta di un aereo speciale che può essere utilizzato in aree urbane. Speriamo che ciò possa ridurre la pressione sulla popolazione di Misurata”, ha dichiarato Mustafa al Guerriani, un altro dei numerosi portavoce del Consiglio nazionale di transizione di Bengasi. Dopo l’entusiasmo per la decisione Usa di voler usare aerei senza pi 

loti sui cieli libici, i ribelli hanno comunque ripetuto che non vogliono truppe straniere sul proprio territorio. Ma gli stivali francesi, britannici e italiani calpesteranno il suolo libico: l’invio di consiglieri e addestratori militari a Bengasi da parte di Roma, Londra e Parigi e il piano di intervento militare-umanitario annunciato dall’Ue a Misurata non sono altro che una mobilitazione di terra. Per Tripoli, infatti, è “l’avvio di un intervento militare terrestre in violazione della risoluzione dell’Onu”. In un comunicato recapitato anche all’Ansa, il governo tripolino afferma che tali misure rappresentano “un’ingerenza negli affari interni dello Stato libico e una violazione della sovranità libica”.
Il regime libico, già giovedì ha annunciato che se la Nato dovesse decidere di invadere Misurata o qualunque altra città libica, prender 

à al decisione di armare i civili per contrastare l’occupazione. Quella libica è una guerra civile, che la prepotenza occidentale sfa facendo aggravare ogni gior 

no che passa. I ribelli, sicuri dell’appoggio esterno, hanno oramai il solo obiettivo di arrivare nella capitale e spodestare Muammar Gheddafi. Ne consegue il netto rifiuto di qualunque proposta di mediazione. Venerdì, dopo quelle , già rifiutate, di Turchia e Unione africana, Russia e Grecia ha 

nno confermato la loro disponibilità a prestare, in caso di necessità, la loro opera di intermediazione nel conflitto libico. La risposta della Cirenaica è scontata: Tripoli è l’obiettivo finale.

Commenta su Facebook