Settimana scorsa vi avevamo svelato come il governo avesse mentito, annunciando un calo della pressione fiscale. Oggi vediamo come un rapporto dell’Ocse sullepiccole e medie imprese getti luce sulla tassazione a cui sono sottoposte le piccole e medie imprese. In Italia, dove costituiscono l’asse portante del tessuto produttivo del Paese, il fisco le tartassa senza pietà, accanendosi stupidamente sui più piccoli. E tagliando le gambe alla ripresa.

Secondo l’Istat, cioè l’istituto nazionale che si occupa di statistiche, lo scorso anno la pressione fiscale sui contribuenti non è scesa, anzi. Al di là degli annunci dei vari Governi, le tasse nel 2014 hanno pesato quanto il 43,6% del Pil italiano e sono state più “oppressive” delle previsioni; nel 2013 la pressione fiscale era pari al 43,5% del Pil: le tasse insomma scendono, ma sempre dal prossimo anno. Unimpresa adesso ha tentato di capire cosa succederà nel 2015: le entrate tributarie e previdenziali per lo Stato saliranno a quota 788,6 miliardi dai 777,2 miliardi del 2014; nel 2016 cresceranno ancora a 817,3 miliardi. Complessivamente, nel prossimo quinquennio si registrerà un incremento di 107,5 miliardi (+13,84%). Per quanto riguarda le entrate tributarie l’aumento interesserà sia le imposte dirette (come quelle sui redditi di persone e società, a esempio Irpef e Ires) sia le imposte indirette (tra cui l’Iva): le imposte dirette cresceranno in totale di 35,2 miliardi (più 14,84%) mentre le indirette subiranno un incremento di 46,5 miliardi (più 18,86%). L’incremento delle entrate tributarie e di quelle contributive farà inevitabilmente salire la pressione fiscale anche nel 2015.

Ma in particolare è la situazione delle imprese a farsi sempre più difficile. Dopo la “mancia” di 80 euro per i redditi più bassi, infatti, il governo annuncia adesso un alleggerimento dell’imposizione fiscale che grava sulle nostre case (che, per risanare i conti pubblici, dall’inizio della crisi non ha smesso di salire). Mentre di sollievo per le forze produttive che creano posti di lavoro, non si vede l’ombra. Così il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, intervistato dal quotidiano Repubblica torna ad annunciare sgravi indirizzati proprio alle forze produttive del paese: via l’Ires nel 2017 e nel 2016 “qualche altra sorpresa ci sarà e sarà positiva”.

Chi vivrà vedrà. Intanto, oltre ai dati sulla pressione fiscale complessiva (vedi Istat) e alle previsioni sul tartassamento delle imprese (vedi Unimpresa), segnaliamo un rapporto dell’Ocse che si concentra sullo stato di salute di piccole e medie imprese (Pmi) di tutti i paesi di maggiore industrializzazione. Le Pmi, ha detto il segretario generale dell’Ocse Angel Gurrìa, “rappresentano più del 95% dell’intero tessuto produttivo nella maggior parte dei paesi considerati, abbracciando tutta la gamma di industrie e settori e fornendo un contributo decisivo al pil e all’occupazione”, e “il sistema fiscale gioca un doppio ruolo: da un lato è uno strumento che le aiuta, ma dall’altro rappresenta un ostacolo”.

Dal rapporto emerge così che soltanto 14 paesi dell’Ocse su 39 prevedono per le Pmi – spesso più propriamente start-up – una “corporate tax” più bassa di quella ordinaria. Corea del Sud e Stati Uniti, per fare un esempio, hanno i regimi fiscali più favorevoli per le Pmi rispetto a quelli per le imprese di grossa taglia: in Corea l’aliquota dell’imposta sui redditi d’impresa è al 24,2%, ma scende all’11% per le imprese più piccole; in America invece le agevolazioni fiscali si attenuano all’aumentare dei profitti: mentre le Pmi che realizzano fino a 38 mila euro annui di utili pagano il 20% (contro il 39,1% ordinario), sopra i 75 mila euro si ritorna pressoché all’aliquota piena.

In Italia l’Ires (Imposta sul reddito delle società) ha un’aliquota al 27,5%, valida per tutte le imprese, grandi o piccole o medie che siano; altro che regimi di favore. Senza contare ovviamente le altre imposte dirette o indirette, così come i contributi in capo all’imprenditore. Inoltre, come osservano gli economisti dell’Ocse, nei paesi come il nostro, dove la burocrazia fiscale è fitta e difficilmente accessibile, i piccoli imprenditori sono naturalmente svantaggiati rispetto a quelli più grandi, perché hanno meno risorse (umane e monetarie) da dedicare per districarsi tra i cavilli dell’Agenzia delle Entrate. In Italia, insomma, più sei piccolo e più lo Stato-esattore si fa grande. Fino a quando potrà durare?

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