Siamo veramente stanchi. Oberati. Pieni oltre di misura. Siamo stufi di sentir parlare di generazione Erasmus. Basta glorificare questo mito moderno. O meglio: fatelo, ma parlate anche dell’altro lato della medaglia. Chi scrive non è certo un anziano e ha superato da poco i 20 anni, e come altri studia all’università. Come tutti si impegna per portare a casa discreti risultati e garantirsi una qualifica con cui trovare un lavoro. Eppure ci sentiamo diversi, non sentiamo il bisogno viscerale di fare un periodo di studio all’estero.

Riconosciamo l’importanza dell’inglese e delle lingue, le coltiviamo personalmente per interfacciarci col mondo quando verrà il tempo del lavoro. Non siamo scemi né ottusi. Sentiamo semplicemente che fare un Erasmus sta diventando una sorta di forzatura intellettuale. Un modo bellissimo con cui vivere un’esperienza necessaria per la formazione personale. E questo viene legato al fatto che diventare cosmopoliti sta diventando una conditio sine qua non della gioventù moderna.

Tutto Pro-Ue, Pro-migrazioni di massa, contro i confini e i valori nazionali e della tradizione. Giornali di un certo orientamento, media, professori: tutti glorificano il mito del cosmopolitismo e dell’Erasmus con questa generazione (la nostra) che va ad aprirsi la mente all’estero. Ultimo processo mediatico in questo senso la discussione sulla Brexit, con i supposti gerontocrati UK che hanno deciso di togliere ai loro giovani e ai loro coetanei europei una grande possibilità, mettendo i bastoni tra le ruote alla mitica Generazione Erasmus. Affermazioni prontamente stroncate dai dati sull’affluenza Under 24.

Come se non fosse possibile aprirsi la mente anche rimanendo all’interno dei tanto vituperati confini nazionali. Come se restare fosse sintomo di bigottismo e scarsa apertura intellettuale. Come se restare in Italia faccia improvvisamente schifo. Tutta questa euforia esterofila mi fa venire il voltastomaco in certi momenti. Se vorrò fare l’Erasmus o un’esperienza fuori dai nostri confini lo farò perché lo sentirò come qualcosa che mi può essere utile, ma sarà una scelta critica.

Non lo faremo aprioristicamente perché “si”, perché l’estero apre la mente. Chi scrive non vuole far parte della Generazione Erasmus. Detto questo voglio anche aggiungere alcune altre considerazioni. Ho 21 anni e sono Consigliere Comunale nel mio comune da quando ne avevo 19. Rappresento uno dei tanti piccoli comuni montani d’Italia lasciati al loro destino.

La periferia d’Italia che nessuno vuole può abitare, luoghi meravigliosi senza futuro, senza un piano nazionale per combattere il degrado che nasce dallo spopolamento. Cerco di impegnarmi nel territorio dove sono nato, per restituire almeno un po’ di tutto il bene che la mia terra mi ha dato in questi anni. Vi assicuro che questa consapevolezza apre molto la mente.

Come me purtroppo ci sono però solo pochi giovani che si impegnano per far qualcosa di concreto qui, “a casa”. E mi chiedo tante volte perché si deve glorificare una generazione esterofila quando il Nostro Paese ha tanto bisogno di forze giovani. Necessità di ricambio, di idee, di attivismo sociale.

A cosa serve spingere a guardare al di là del confine se al di qua c’è così tanto da fare? Perché non esiste una certa parte della stampa che esalta anche il lavoro silenzioso dei ragazzi che si impegnano per il loro territorio? Forse sarò retrogrado, chiuso, con un’anima stretta tra le montagne che delimitano la mia meravigliosa valle. Può anche essere, eppure di viaggi ne ho fatti. Ho visto tanti Paesi, ho amici fuori dall’Italia, parlo correntemente inglese e francese.

Mi piace viaggiare. Tuttavia non posso non dire che esiste, a margine di quella tanto dorata Generazione Erasmus, un’altra Generazione di ragazzi. Gente che in silenzio cerca di migliorare l’Italia nel limite delle sue possibilità. Persone di cui nessuna testata parla, che hanno coraggio e testardaggine (e fortuna) per trovarsi un lavoro e farsi una famiglia dove sono nati, alimentando la vita della loro comunità. Perché oggi è veramente un atto di coraggio tutto questo. Meglio andare a farsi sei mesi di festa e apericena in Erasmus o un’esperienza all’estero.

(di Federico Pozzer)

FONTE: Azione Culturale

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