di ENZO TRENTIN

Si era stabilito che le super pensioni sarebbero state tassate. Qualche burocrate (o panurgo?) aveva però sbagliato la formulazione, per cui quei soldi debbono essere restituiti ai percettori di tali laute pensioni.

Tuttavia, in caso di difficoltà finanziarie, che impediscono per di più il rispetto di obblighi internazionali, uno Stato può imporre alcuni tagli alle pensioni di una determinata categoria di persone. A condizione che sia raggiunto un giusto equilibrio tra le esigenze di carattere generale della collettività e i diritti individuali delle persone colpite dai tagli. È il principio stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, con decisione dell’8 ottobre 2013 (http://www.marinacastellaneta.it/), diffusa nei giorni scorsi, raggiunge una soluzione, almeno per certi aspetti, di segno opposto rispetto alle conclusioni della Corte costituzionale italiana relativa alla sentenza del 5 giugno 2013 n. 116.

Un po’ di storia. Non più di qualche mese fa la Corte Costituzionale, dopo la bocciatura nel 2012 del prelievo straordinario di solidarietà a carico dei dirigenti e manager pubblici ha censurato per illegittimità costituzionale anche il contributo perequativo previsto sulle pensioni d’oro [2]. Le due disposizioni, presentate a suo tempo come misure di equità in tempo di crisi, costituivano l’ennesima invenzione mediatica del Governo Berlusconi – Tremonti [3]. La prima norma dichiarata incostituzionale, che interessava non meno di 26.400 dipendenti pubblici, prevedeva un prelievo per tre anni a carico dei dirigenti pubblici del 5% e del 10% per la parte del trattamento economico eccedente rispettivamente 90.000 euro e 150.000 euro [4]. La Consulta ha rilevato che la norma si pone in evidente contrasto con gli artt. 3 (principio di uguaglianza) e 53 (principio di capacità contributiva) della Costituzione. Difatti, l’introduzione di una imposta speciale, sia pure transitoria ed eccezionale, a carico soltanto dei redditi dei dipendenti pubblici viola il principio della parità di prelievo a parità di presupposto d’imposta economicamente rilevante [5]. In conclusione il tributo imposto ai soli dipendenti pubblici determina un irragionevole effetto discriminatorio.

Alla Corte europea si erano rivolti alcuni cittadini portoghesi, dipendenti pubblici, che una volta in pensione si erano visti tagliare il sussidio di festività. Questo in conseguenza della necessità di rispettare i parametri fissati dall’Unione europea che avevano spinto il Portogallo a disporre interventi per ridurre le spese. I pensionati, dopo una lunga controversia, si erano rivolti alla Corte costituzionale portoghese che aveva dichiarato violato il principio di uguaglianza perché i tagli riguardavano unicamente i dipendenti pubblici e avevano dichiarato la legge finanziaria, che disponeva gli interventi, incostituzionale. Tuttavia, poiché per il 2012 non era possibile trovare alternative, in ragione dell’eccezionale interesse pubblico sotteso, aveva acconsentito all’applicazione dei tagli nel 2012. I pensionati si erano così rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo ritenendo violato il diritto di proprietà garantito dall’articolo 1 del Protocollo n. 1. Ma Strasburgo, di fatto, ha dato torto ai ricorrenti ritenendo il ricorso irricevibile. La Corte riconosce che gli Stati sono liberi nella scelta del regime di sicurezza sociale. Tuttavia, nel momento in cui è introdotta una legge che riconosce un diritto individuale, gli Stati devono garantire il pieno rispetto dell’articolo 1 del Protocollo n. 1. Detto questo, che farebbe pensare a una soluzione favorevole ai ricorrenti che avevano diritti acquisiti in base alla legge, la Corte attribuisce agli Stati un ampio margine di discrezionalità e la possibilità di intervenire laddove vi siano esigenze di interesse collettivo e le risorse dello Stato siano limitate. Un via libera ai tagli, a condizione, però, che essi non intacchino l’essenza del diritto e siano proporzionali. Pertanto, mentre una totale privazione del diritto che porti a una perdita dei mezzi di sussistenza è senza dubbio contrario alla Convenzione, “l’imposizione di una ragionevole e proporzionata riduzione non lo è”. Senza dimenticare che i tagli erano dovuti alla grave crisi economica e avevano natura transitoria. Di qui la non contrarietà alla Convenzione anche se i tagli avevano colpito i pensionati del settore pubblico e non privato. Una conclusione che porta a ritenere che laddove uno Stato decida di colpire le pensioni d’oro, con entrate sproporzionate di alcune categorie rispetto al resto della collettività, per affrontare una grave crisi economica, non commette una violazione della Convenzione europea e non intacca il principio di uguaglianza. Difficile, a questo punto, pensare che i tagli alle pensioni d’oro possano costituire una violazione della Costituzione, anche italiana, a condizione che l’intervento dello Stato sia eseguito seguendo le chiare indicazioni di Strasburgo.

Il Governo delle larghe intese riprova a tassare le pensioni d’oroUna misura che spesso ha accompagnato le manovre correttive degli ultimi anni, ma che puntualmente, la Corte Costituzionale ha bocciato spiegando che misure del genere possono essere adottate senza discriminare tra contribuenti con lo stesso reddito. Una raccomandazione che l’esecutivo non sembra voler prendere in considerazione. La legge di stabilità, infatti, prevede a decorrere dal 1° gennaio 2014 un contributo di solidarietà per 3 anni a favore delle gestione previdenziali obbligatorie, sulle pensioni corrisposte superiori a 150.000 euro lordi annui, pari al 5 per cento della parte eccedente il predetto importo fino a 200.000 euro, nonché pari al 10 per cento per la parte eccedente 200.000 euro e al 15 per cento per la parte eccedente 250.000 euro [1]. Le somme trattenute vengono acquisite dalle competenti gestioni previdenziali obbligatorie, anche al fine di concorrere al finanziamento degli interventi a favore degli esodati.

In pratica i super pensionati sono chiamati a finanziare il pozzo nero dell’Inpscosa lodevole nelle finalità, ma sbagliata nel modo e con effetti economici del tutto irrisori. Per la Corte Costituzionale l’eccezionalità e la virulenza della crisi economica consentirebbe di far ricorso a misure eccezionali, come può essere un prelievo straordinario e limitato nel tempo, purché non producano “un effetto discriminatorio”. In questa prospettiva un prelievo straordinario, non solo sulle pensioni, ma sui tutti i redditi oltre i 90.000 euro assicurerebbe in tre anni circa 6 miliardi di euro. Ma c’è da scommettere che qualche funzionario “disinvolto” sbaglierà la formulazione del dispositivo di legge, inficiandone gli effetti com’è già avvenuto. La questione fondamentale, a noi pare, è sempre la stessa: non servono authority per questo o quell’altro aspetto delle questioni collettive, se c’è un chiaro conflitto d’interessi serve  l’effettivo esercizio della sovranità popolare.

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Note:

[1] Art. 12, comma 4

[2] Corte Costituzionale ordinanza del 7 maggio 2013, n. 116

[3] Lo stesso ddl. di stabilità ha dovuto prevedere uno stanziamento di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014 e 2015, al fine di rimborsare le somme versate all’entrata del bilancio dello Stato per il biennio 2012-2013, da parte di enti ed organismi pubblici, in attuazione della sentenza della Corte Costituzionale del 5 giugno 2013 n 116, che ha dichiarato incostituzionale il disposto di cui all’articolo 18 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, concernente il c.d. contributo di perequazione (art. 9, comma 15).

[4] La Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità di numerose disposizioni fiscali tra cui quella contenuta nell’art. 9, comma 2, dl 78/2010, nella parte in cui dispone che a decorrere dal 1.1 2011 e sino al 31.12.2013 i trattamenti economici complessivi dei singoli dipendenti …, superiori a 90.000 euro lordi annui siano ridotti del 5% per la parte eccedente 90.00 euro fino a 150.000 euro, nonché del 10% per la parte eccedente 150.000 euro. (Sent. n. 223 del 2012).

[5] In particolare la disposizione è censurabile sotto due profili. Da un lato, a parità di reddito lavorativo, il prelievo è ingiustificatamente limitato ai soli dipendenti pubblici. D’altro lato, il legislatore pur avendo richiesto il contributo di solidarietà del 3% sui redditi annui di tutti i contribuenti superiori a 300.000 euro (stimati in circa 33.000 contribuenti), al fine di reperire le risorse per la stabilizzazione finanziaria, ha inopinatamente scelto di imporre ai soli dipendenti pubblici, per la stessa finalità l’ulteriore prelievo per la parte del reddito di lavoro dipendente oggetto di censura.

Fonte: http://www.lindipendenza.com/pensioni-doro-i-tagli-si-potrebbero-fare-lo-dice-leuropa/?utm_source=feedly

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