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Iran, Siria e Corea del Nord hanno bloccato il nuovo documento, che consente ai Paesi esportatori eccessiva discrezionalità

di Ferdinando Calda
Rinascita

Finalmente sembra essere giunta in dirittura d’arrivo la travagliata approvazione all’Onu di un trattato internazionale per regolamentare il commercio delle armi. Tuttavia, dopo oltre sette anni di discussioni, il testo appare confezionato su misura per non intaccare gli interessi economici dei grandi esportatori (primi fra tutti gli Stati Uniti, ma anche Russia e Cina) e, soprattutto, per favorire alcune politiche internazionali di Washington. Anche per questo motivo giovedì sera – al termine di dieci giorni di negoziati all’Assemblea generale delle Nazioni Unite – Iran, Siria e Nord Corea hanno espresso il loro parere contrario alla bozza del Trattato sul commercio delle armi, bloccando così il raggiungimento di un accordo unanime e l’approvazione “per consenso”. Una coalizione di Paesi ha già annunciato che la prossima settimana porterà il testo davanti all’Assemblea generale – nonostante la delegazione di Mosca abbia già detto di non voler sostenere un trattato che non tiene conto della voce della minoranza – dove dovrebbe ottenere la maggioranza dei due terzi dei 193 membri per la sua approvazione.

Il trattato definisce per la prima volta gli standard internazionali per la compravendita di armi, vincolandoli al rispetto dei diritti umani da parte degli Stati importatori. In particolare – oltre a vietare la vendita in caso di violazione di un embargo, atti di genocidio, crimini contro l’umanità – il testo prevede che, per approvare o meno l’esportazione, siano i Paesi esportatori a valutare di volta in volta se le armi vendute potrebbero essere usate per violare i diritti umani o utilizzate da terroristi o membri della criminalità organizzata.

Un’ampia discrezionalità che, insieme alle molte lacune sulla tipologia di armamenti compresi nel Trattato, è stata criticata sia dalle associazioni per il controllo delle armi sia dagli iraniani. Da Teheran, infatti, hanno più volte denunciato la strumentalizzazione per fini politici dei diritti umani da parte di Usa e alleati.

L’ambasciatore di Teheran all’Onu, Mohammad Khazaee, ha avvertito che la bozza è “estremamente suscettibile di politicizzazioni e di discriminazioni” e favorisce i Paesi esportatori a discapito della sicurezza degli Stati importatori. “Il diritto degli Stati importatori di acquistare armi per la loro sicurezza sarebbe sottoposto al giudizio discrezionale e soggettivo degli Stati esportatori”, ha fatto presente Khazaee, sottolineando come il testo non prenda in considerazione “il diritto naturale degli Stati all’auto-difesa dalle aggressioni”. Il riferimento, neanche troppo velato, è alle continue minacce israeliane di un intervento militare contro l’Iran. Ma anche a quello che sta accadendo in Siria.

L’ambasciatore siriano All’Onu, Bashar Jaafari, ha contestato il fatto che il testo non cita tra gli impedimenti alla vendita delle armi il “crimine di aggressione”. Inoltre i siriani avevano chiesto – non ascoltati – che il trattato vietasse in maniera più esplicita la fornitura di armi a “gruppi non statali”, “terroristi” e ribelli. Il timore di Damasco è che il nuovo testo dell’Onu possa danneggiare il commercio di armamenti iraniani e russi alla Siria, senza scalfire invece il traffico di armi da parte di statunitensi, sauditi e alleati ai miliziani che operano nel Paese.

Le lacune del Trattato

Si stima che il giro d’affari nel campo degli armamenti sia superiore a 70 miliardi di dollari all’anno. Un commercio gigantesco in mano per tre quarti a solo sei Paesi: Stati Uniti, Russia, Germania, Gran Bretagna, Cina e Francia (l’Italia è al nono posto). La parte del leone spetta agli Usa, che insieme alla Russia controllano circa la metà del mercato. Non stupisce quindi che per lungo tempo Washington (insieme anche a Mosca e Pechino) si sia opposta a una qualsiasi forma di regolamentazione internazionale, anche a causa delle pressioni della National Rifle Association (Nra), la potente lobby statunitense delle armi.

Come denunciato dalle ong per il controllo delle armi, la bozza del Trattato sul commercio delle armi che è arrivata all’Onu contiene importanti lacune. Una su tutte il fatto che non sono compresi i droni, i famigerati velivoli senza pilota ampiamente utilizzati (e commercializzati) da Washington. Così come, ad esempio, alcuni elicotteri, bombe a mano e altri tipi di armi e munizioni. Le associazioni hanno anche criticato la scarsa regolamentazione sul trasferimento di proiettili, fortemente ostacolata dai maggiori produttori di armi.

In generale, il testo del Trattato è stato limato per ottenere l’approvazione di Usa, Russia e Cina che in passato avevano bloccato ogni tentativo di una regolamentazione universale. Altre importanti convenzioni internazionali non sono state adottate da tutti gli Stati membri dell’Onu. Come ad esempio la Convenzione di Ottawa del 1997, nata per vietare l’uso nei conflitti delle mine antiuomo (Mine Ban Convention), firmata da 120 Paesi, tra cui l’Italia, ma non da Stati Uniti, Israele, Cina, India, Pakistan, Giappone, Iran e Iraq. O quella che proibisce l’uso delle bombe a grappolo (Convention on Cluster Munitions), che è stata firmata da solo 66 Paesi e presenta ampie lacune legislative.

Fonte: Rinascita 29 Marzo 2013

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