Quale storia raccontano gli ultimi numeri Istat sul mercato del lavoro italiano? A giugno la disoccupazione giovanile è calata dello 0,3%, al 36,5% (il livello più basso dall’ottobre del 2012), mentre quella generale è aumentate dello 0,1%, tornando all’11,6% (il numero di disoccupati è aumentato di 27mila unità, +0,9%). Il tasso di occupazione è salito invece dello 0,1% (+71 mila unità), arrivando al 57,3% (il massimo dal 2009), e gli inattivi – quelli che non hanno un lavoro e nemmeno lo cercano – sono diminuiti dello 0,1% (-51mila unità), al 35,1%. Bene: tutto ciò rappresenta un successo per il governo, o piuttosto un fallimento?

Se ci basassimo soltanto sulle reazioni politiche, dovremmo pensare che siano veri entrambi i punti di vista, a seconda che ci piaccia di più dare ragione alla maggioranza o all’opposizione. Peccato che i numeri diano torto a tutti.

In effetti alcune statistiche, per loro natura, hanno la tendenza a ingannare chi le legge. Quelle sul lavoro sono in cima a questa classifica, perché tratteggiano una realtà complicata e vanno lette, messe in relazione e interpretate nel loro insieme. Purtroppo la comunicazione di massa, soprattutto se istituzionale, non ha il tempo né l’interesse ad approfondire, per cui ogni mese ci tocca assistere al solito teatrino della bagarre fra entusiasti esaltati, come il premier Matteo Renzi e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, e cassandre catastrofiste come i vari esponenti forzaitalioti e pentastellati.

Iniziamo da questi ultimi. Il Movimento 5 Stelle accusa il Presidente del Consiglio di “esultare perché la disoccupazione è aumentata dello 0,1%”, ma non è così. Il tasso di disoccupazione calcolato dall’Istat corrisponde al rapporto fra i disoccupati e il totale della forza lavoro: se gli inattivi diminuiscono perché alcune persone iniziano a cercare un impiego – indipendentemente dal fatto che lo trovino o meno – la forza lavoro aumenta, perciò è più facile che il tasso di disoccupazione salga.

Allo stesso modo, il Premier forza la realtà dei numeri con i soliti proclami trionfalistici: “Fatti non parole. Da febbraio 2014 a oggi l’Istat certifica più di 599mila posti di lavoro. Sono storie, vite, persone. Questo è il #JobsAct”. In realtà no, questo non è il #JobsAct. È innegabile che negli ultimi mesi si siano verificate delle variazioni positive, soprattutto nel secondo trimestre di quest’anno, periodo durante il quale il tasso di occupazione è cresciuto dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e addirittura dell’1% su base annua.

Tuttavia, a ben vedere, i nuovi occupati tra maggio e giugno sono tutti autonomi, visto che quel saldo positivo di 71mila unità è dato dalla differenza fra i lavoratori indipendenti in più (78 mila) e i dipendenti in meno (esatto: sono diminuiti di 7 mila unità). Tra aprile e giugno, inoltre, i lavoratori con contratto a tempo determinato sono aumentati del 2,6% e quelli a tempo indeterminato solo dello 0,2%. I nuovi occupati, perciò, non sono affatto dipendenti che hanno conquistato finalmente il posto fisso, come recita la vulgata sul Jobs Act.

A chi invece si esalta per il calo della disoccupazione giovanile (che, ricordiamo, fa riferimento alla fascia d’età 15-24 anni, in cui il tasso di attività è assai più basso che nelle altre), bisogna far notare che l’incremento maggiore di occupati (+46mila) si è registrato fra gli over 50, mentre nella fascia fra i 25 e i 34 anni (quindi non più “giovani”, almeno in termini statistici), la disoccupazione è aumentata al 16,9% mentre la percentuale di inattivi è del 26,8%.

Non solo: con la riduzione degli incentivi per le assunzioni stabili (da gennaio lo sgravio è sceso a 3.250 euro l’anno per ogni neoassunto, dagli 8.060 euro del 2015), nell’ultimo trimestre le aziende hanno ricominciato ad assumere molto più con contratti precari (60mila) che a tutele crescenti (27mila). Quando gli incentivi scompariranno del tutto, è prevedibile che anche le tutele crescenti diventeranno un ricordo.

Insomma, se vogliamo tirare le somme con un minimo di onestà dobbiamo arrenderci al fatto che la realtà è grigia. Quando escono nuove statistiche si ha sempre la tentazione di scegliere una percentuale e aggrapparvisi per sostenere una visione bianca o nera, che però non corrisponde (quasi) mai a quella raccontata dai numeri. La verità, poco esaltante e probabilmente anche poco giornalistica, è che il mercato del lavoro italiano – una volta assorbito il doping degli incentivi 2015 – sta percorrendo una traiettoria positiva, ma il miglioramento non è né dell’entità né della qualità che racconta il governo.

Anzi, come fa notare Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro alla Camera e esponente della minoranza Pd, se la tendenza del secondo trimestre “si dovesse confermare, diminuirebbe la qualità dell’occupazione e riprenderebbe vigore il lavoro precario”. Questo è il #JobsAct.

di Antonio Rei
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