di Michele Paris

La minaccia americana di infliggere al colosso bancario francese BNP Paribas una maxi-multa da 10 miliardi di dollari ha scatenato un acceso scontro diplomatico tra Washington e Parigi, emerso in particolare durante il recente incontro tra i presidenti Obama e Hollande a margine del G-7. Una delle più grandi banche del pianeta, BNP, è da tempo nel mirino delle autorità d’oltreoceano per avere processato transazioni finanziarie con paesi colpiti da sanzioni decise dal governo degli Stati Uniti.

Tra il 2002 e il 2009, la banca francese avrebbe cioè aggirato le sanzioni imposte dagli USA contro Sudan, Cuba e Iran, principalmente nascondendo l’identità di coloro che erano coinvolti in trasferimenti di denaro in modo da passare attraverso il sistema finanziario americano senza far scattare l’allarme delle autorità.

I vertici di BNP sono stati protagonisti di trattative con svatiati uffici competenti per giungere ad un accordo, tra cui il Dipartimento di Giustizia e quello del Tesoro di Washington, il procuratore distrettuale di Manhattan e il Dipartimento per i Servizi Finanziari dello stato di New York.

Oltre ai 10 miliardi di multa, la banca potrebbe essere costretta ad ammettere di avere commesso un crimine, aprendo così la strada ad ulteriori denunce. Inoltre, anche se le autorità USA sembrano avere ritirato la più grave minaccia di revocare la licenza per operare negli Stati Uniti, BNP potrebbe vedersi sospendere temporaneamente il permesso di processare transazioni finanziare in dollari americani.

Dal febbraio scorso, quando BNP aveva annunciato di avere accantonato 1,5 miliardi di dollari per far fronte a possibili sanzioni negli Stati Uniti, la banca ha perso il 18% del proprio valore di borsa. L’importo della multa di cui si discute, d’altra parte, ammonterebbe a poco meno del totale delle entrate del 2013, vale a dire 11,2 miliardi di dollari e, per gli analisti, potrebbe trascinare l’istituto in “zona pericolo” in concomitanza con i cosiddetti “stress test” bancari dell’Unione Europea.

I 10 miliardi di dollari che potrebbero essere richiesti a BNP hanno suscitato le ire del management della banca e dello stesso governo francese, visto che altre banche nel recente passato hanno concordato con il governo americano multe nettamente inferiori per avere fatto affari con paesi sulla lista nera di Washington.

Le britanniche HSBC e Standard Chartered, ad esempio, avevano pagato rispettivamente 667 milioni e 1,9 miliardi di dollari, mentre l’olandese ING si era accordata per 619 milioni di dollari. Secondo i giornali finanziari, tuttavia, la rilevanza della sanzione ai danni di BNP sarebbe dettata da svariati fattori, tra cui il numero molto più elevato di transazioni “proibite” gestite rispetto alle altre banche, il coinvolgimento diretto dei massimi vertici dell’istituto e la scarsa collaborazione con le autorità americane mostrata da questi ultimi durante l’indagine.

La possibile penalizzazione di BNP Paribas ha spinto molti politici di spicco in Francia a criticare apertamente il governo americano e ad adoperarsi per limitare i danni. Dopo la visita a inizio maggio a New York dell’amministratore delegato, Jean-Laurent Bonnafé, e del governatore della Banca Centrale francese, Christian Noyer, per chiedere clemenza, lo stesso François Hollande ha fatto propria la causa della banca transalpina.

Nell’incontro con Obama settimana scorsa, il presidente socialista ha definito la sanzione da 10 miliardi di dollari “del tutto sproporzionata”, visto che potrebbe avere “conseguenze economiche e finanziarie per tutta l’eurozona”. Della difesa dell’istituto privato si sono fatte carico anche altre importanti personalità francesi, tra cui il ministro dell’Economia, Arnaud Montebourg, che in un’intervista radiofonica ha paragonato la sanzione contro BNP ad una “sentenza di morte”, e l’ex presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, secondo il quale una maxi-multa potrebbe innescare una reazione a catena colpendo tutto il sistema finanziario europeo.

Ancor più del servilismo mostrato dalla classe politica francese verso uno dei maggiori colossi bancari del pianeta, tuttavia, la vicenda di BNP spicca perché ha fornito una nuova occasione per valutare il modo in cui gli Stati Uniti danno l’impressione di perseguire in maniera imparziale chiunque e qualsiasi compagnia si renda responsabile di attività criminose, al di là della sua posizione o del suo peso economico.

Per cominciare, la risposta di Obama alla supplica di Hollande avrebbe dovuto suscitare lo scherno di qualsiasi giornale o televisione realmente liberi. Il presidente americano ha infatti escluso di potere intervenire nel caso BNP, sostenendo che non è possibile per lui “sollevare il telefono per dire al procuratore generale come gestire la causa”. Per Obama, il sistema americano sarebbe fatto in modo tale da “assicurare che la legge non venga in nessun modo influenza da ragioni di convenienza politica”.

Simili affermazioni sono giunte dal capo di un governo che ha fatto di tutto negli ultimi anni per impedire che un solo dirigente di una sola banca responsabile della colossale crisi finanziaria esplosa nel 2008 venisse messo sotto accusa nonostante la più che ampia evidenza di responsabilità, messe in luce – tra le indagini più autorevoli – da un rapporto del Congresso sul crack di Wall Street nel quale è stato esposto nel dettaglio un sistema quasi interamente basato su attività criminali.

La presunta durezza della giustizia americana, inoltre, continua a riguardare in gran parte banche straniere, tutt’altro che casualmente concorrenti di quelle indigene. Oltre alle già citate HSBC, Standard Chartered e ING, le autorità degli Stati Uniti hanno recentemente negoziato una sanzione da 2,6 miliardi di dollari con l’elvetica Credit Suisse, accusata di avere aiutato ricchi americani ad evadere il fisco nascondendo denaro su conti off-shore. Nessuna di queste banche, oltretutto, è stata perseguita per le attività fraudolente che hanno portato alla rovinosa crisi finanziaria del 2008.

Questo giro di vite del governo USA è stato deciso sull’onda delle polemiche piovute sul ministro della Giustizia, Eric Holder, dopo che aveva lasciato intendere che alcuni istituti bancari risultavano troppo grandi per essere incriminati senza creare problemi all’intero sistema finanziario.

L’ipotesi della multa da 10 miliardi di dollari contro BNP, poi, è arrivata anche per dare seguito ad un intervento pubblico di qualche settimana fa dello stesso Holder, nel quale, per smentire le precedenti dichiarazioni, aveva affermato che il suo dipartimento non intende rispariamre nessuna banca di grandi dimensioni.

Alcune banche americane sono state in realtà perseguite ed hanno negoziato sanzioni importanti, anche se sempre tutt’altro che adeguate al livello di criminalità e comunque poco più che irrisorie rispetto ai profitti accumulati. JP Morgan Chase, ad esempio, l’anno scorso ha pagato 13 miliardi di dollari per chiudere una serie di cause civili legate alle truffe dei mutui sub-prime, mentre Bank of America starebbe trattando un accordo con le autorità che potrebbe includere una multa da oltre 10 miliardi. In tutti i casi, comunque, i patteggiamenti hanno escluso l’ammissione di colpa o l’incriminazione dei vertici delle banche.

Le sanzioni così pagate, quindi, sono considerate poco più di una voce di costo necessaria per continuare a fare affari con modalità in larga misura identiche a quelle che hanno causato il tracollo del sistema.

L’incriminazione di banche europee per la violazione di sanzioni imposte da Washington, infine, rappresenta un messaggio inequivocabile agli istituti e ai governi del vecchio continente, proprio mentre il governo USA sta cercando di raccogliere consensi per adottare misure punitive più pesanti contro la Russia.

Qualsiasi banca che dovesse evadere eventuali sanzioni statunitensi, cioè, potrebbe trovarsi esposta al rischio di multe miliardarie come quella minacciata ai danni di BNP Paribas.

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