Qualche tempo fa, in tempi non sospetti, il generale Theophlus Danjuba, ex ministro della Difesa e uno dei più influenti leader politici nigeriani, affermò che la Nigeria rischiava di diventare “una nuova Somalia”. Detto fatto. Come nel Corno d’Africa, è comparsa anche qui, in Nigeria, la minaccia del “terrorismo”, risvegliando i bollori imperialisti di Usa e compagnia bella che hanno inviato droni e militari nel Paese. Lo scenario che si presenta è inquietante.
La Nigeria è in fiamme. Non passa giorno che non ci sia una strage. L’ultima è avvenuta nella notte di mercoledì a pochi chilometri dalla città di Maiduguri, capitale dello Stato di Borno. Oltre 40 persone sarebbero state uccise. Molto più cruenta quella di martedì, che ha coinvolto diversi villaggi dello Stato nord-orientale: tra le 400 e 500 vittime. Il bilancio è ancora da confermare visto la difficoltà di raggiungere la zona. Ma i dati sono stati forniti da fonti autorevoli, un deputato e alcuni capi locali. Pochi giorni prima, una bomba è esplosa nello stadio di Mubi, nel travagliato Stato di Adamawa. E la lista degli attentati è ancora lunga.
Tutte le stragi portano la stessa firma: Boko Haram. La sua furia omicida non si placa. In questi giorni, il movimento islamico ha attaccato, saccheggiato e conquistato, issando la bandiera del gruppo, almeno sette villaggi della zona, tra cui Goshe, Attagara, Agapalwa et Aganjara.
Come si è arrivati a questo punto? Per diversi anni, il problema è stato sottovalutato. Il governo nigeriano ha chiuso gli occhi sui problemi del Paese, dalla povertà alla disoccupazione, dall’arretratezza del nord musulmano alla ricchezza dispersa del sud cristiano, dalla corruzione dilagante ai disastri ambientali delle multinazionali petrolifere.
Come gli al Shabaab in Somalia, anche i Boko Haram hanno fatto leva sul malcontento della popolazione per mettere radici ben solide in Nigeria. Oggi è diventato un movimento ben organizzato ed equipaggiato. Difficile da sradicare.
Il governo nigeriano non è in grado di farlo. E l’Occidente, dispensatore di “bontà”, ha deciso di correre in suo aiuto. Lo ha fatto a modo suo, lanciando l’allarme del “pericolo islamista”. Per l’occasione si è scelto un episodio di grande impatto emotivo: il sequestro di duecento ragazze nigeriane.
Per dare ancora più risalto alla notizia, è scesa in campo la first lady della Casa Bianca, Michelle Obama, che in un messaggio alla nazione, ha assicurato che suo marito, il presidente degli Stati Uniti, avrebbe fatto tutto il possibile “per sostenere il governo nigeriano e trovare le ragazze e riportarle a casa”. Appropriandosi per una volta dello spazio riservato ogni sabato a Barack Obama, il consueto discorso diffuso via radio e via internet, Michelle ha detto che in quelle ragazze “Barack e io vediamo le nostre figlie. Vediamo le loro speranze, i loro sogni”. Una scelta mediatica che si è rivelata vincente. Se l’avesse pronunciata il presidente statunitense non avrebbe avuto la stessa risonanza. Il fatto che sia stata proferita da una “mamma” ha decretato il suo successo, nonostante il paragone tra le sue figlie e le ragazze nigeriane appaia poco realistico.
Alla campagna “BringBackOurGirls” si è unito anche Papa Francesco che nel suo profilo Twitter ha invitato i fedeli a “unirsi tutti nella preghiera per l’immediato rilascio delle liceali nigeriane”.
Molteplici gli appelli delle celebrità di Hollywood e di noti attivisti, come la pakistana Malal Youzafzai.
Come consuetudine, la Nigeria si è trasformata in un progetto per la coscienza occidentale, una specie di vocazione.
A questo punto, Obama ha raccolto l’appello della consorte, annunciando l’uso di droni e inviando nel paese un team di esperti, mobilitando l’Fbi e gli specialisti del dipartimento Usa di Giustizia. Il presidente francese, François Hollande ha organizzato un vertice a Parigi, il 17 maggio, cui hanno partecipato anche i capi di Stato di Nigeria, Ciad, Camerun, Niger e Benin e i rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione europea, per dichiarare guerra a Boko Haram, nel tentativo di tirar su qualche consenso tra i nostalgici della Françafrique. Non è stato da meno il premier britannico David Cameron che ha subito inviato squadre di intelligence e sta organizzando un nuovo vertice internazionale. Non può certo concedere ai suoi colleghi di sfirargli da sotto il naso quello che per decenni è stato prima un protettorato, e poi una colonia britannica. Anche l’Unione Europea, Israele, la Russia e la Cina hanno offerto il loro aiuto. In particolare, Pechino e Mosca hanno garantito sostegno militare al Camerun.
Di fronte all’eco mediatico e alla mobilitazione internazionale, il presidente nigeriano Goodluck Jonathan, che fino ad allora aveva sempre declinato le offerte di aiuto dei Paesi occidentali, si è trovato con le spalle al muro e ha acconsentito alle loro richieste.
L’Occidente ha così potuto lanciare l’ennesima campagna umanitaria in un Paese di grande importanza strategica.
Come afferma la studiosa finlandese, Riina Yrjola, i Paese occidentali non fanno altro che “elaborare un immaginario coloniale” dell’Africa: “Questi discorsi non servono solo allo scopo di mantenere l’attività egemonica dell’Occidente in Africa, ma sono anche strumenti per costruire il consenso sullo status quo mondiale, dove il sud del mondo è, e rimane, in una posizione subordinata rispetto all’Occidente”.
Dalle crociate alla guerra in Iraq, gli Stati Uniti e l’Europa “sono quasi sempre descritti come in grado di migliorare e assistere le popolazioni indigene, anche quando le stermina. L’umanitarismo è diventato la via principale per strutturare la politica mondiale contemporanea: un’espressione essenziale di ciò che si intende per comunità internazionale e per l’ordine mondiale contemporaneo che giace sotto di essa”.
In questo contesto, la lotta contro l’islamismo ha trasformato la Nigeria, ma più in generale il continente nero, in un campo di battaglia tra bene e male. I Paesi occidentali hanno infatti insistito sulla relazione tra Boko Haram e l’Islam. Si sono esasperati i toni. La stampa internazionale ha riportato con persistenza la notizia che le ragazze rapite sono state costrette a convertirsi all’Islam, come se fosse più allarmante convertirsi in un credo religioso che essere ammazzate. È girato il video diffuso dai Boko Haram, soprannominati “i talebani nigeriani”, sulle studentesse, in cui appaiono vestite con lunghe tuniche scure, sedute per terra e intente a pregare e a recitare passi del Corano. Leggendo diversi giornali, tutti scrivono che due di loro, “con l’espressione rassegnata e gli occhi inespressivi raccontano di essersi convertite dal cristianesimo all’islamismo, mentre una terza dice di essere musulmana e di non essere stata trattata male”. Si è addirittura parlato di “ricatto islamico”.
La religione ha poco a che fare con la crisi in Nigeria perché la criminalità non ha un dio di riferimento.
Il movimento Boko Haram è nato nel 2002 a Maiduguri, nel nord della Nigeria, ma la sua storia inizia nell’Ottocento quando il nord della Nigeria si chiamava Califfato di Sokoto, uno dei più grandi imperi dell’Africa fino a quando non arrivarono gli inglesi e i francesi che lo colonizzarono portando povertà e fame. Così come forma di protesta molte famiglie si rifiutarono di mandare i figli nelle scuole occidentali. Da qui, il nome “vietata l’educazione occidentale”.
La religione, dunque, non ha nulla a che vedere con quanto sta accadendo nel gigante africano. Non si tratta infatti di uno scontro tra cristiani e musulmani. L’instabilità della Nigeria ha motivazioni politiche ed economiche.
Ottavo produttore di petrolio al mondo e primo in Africa, potrebbe essere una delle nazioni più ricche, eppure non c’è la luce elettrica, l’acqua potabile, le fognature e le strade in gran parte del Paese, in particolare nel nord. I proventi del petrolio finiscono nelle mani delle autorità nigeriane, che si ingrassano a suon di tangenti. Per anni le regioni settentrionali del Paese sono state abbandonate a se stesse. L’estrema povertà e l’alto tasso di disoccupazione giovanile hanno reso la Nigeria uno dei Paesi più violenti del mondo. E il vuoto dello Stato è stato riempito dal gruppo islamico Boko Haram, che ha fatto leva sul malcontento della gente. Questo spiega il suo iniziale successo e consenso popolare.
Colpa anche del presidente nigeriano Jonathan che ha lanciato un’offensiva che si è rivelata fallimentare da tutti i punti di vista. Scarsi i risultati sul terreno e tante le violazioni dei diritti umani. Secondo i profughi delle zone di combattimento, i soldati hanno ucciso civili innocenti. “Non appena vedono uomini vestiti con la tradizionale tunica lunga fino ai piedi sparano. Non fanno domande. Ho visto sparare alle persone” raccontò, qualche mese fa, al New York Times un insegnante coranico, scappato dalla zona di conflitto.
Attacchi indiscriminati, rastrellamenti casa per casa, uccisioni di massa, retate notturne che continuano ancora oggi, nonostante i risultati poco fruttuosi.
Il governo nigeriano non sa più che pesci pigliare. Venerdì alcuni giornali nigeriani non sono potuti uscire per questioni di “sicurezza”. Quattro quotidiani, The Nation, The Daily Trust, Leadership e The Punch, hanno riferito di sopralluoghi nelle loro redazioni, mentre fonti dell’esercito hanno sottolineato che le operazioni erano legate solo a verifiche dei mezzi che trasportano la carta stampata, assicurando che non c’e’ nessuna intenzione di imbavagliare i media. Ma la percezione è diversa.
Il movimento Boko Haram resiste ai colpi e, anzi, sembra ancora più forte di prima. Come è possibile? In molti si chiedono chi li finanzi e chi fornisca loro le armi.
Secondo un articolo pubblicato qualche tempo fa dal quotidiano The Vanguard, intitolato “I governatori del nord erano nel nostro libro paga”, gli alti funzionari di alcuni Stati nel nord della Nigeria avrebbero finanziato per anni Boko Haram, prima di diventare obiettivi da colpire per aver sospeso il loro sostegno. Oggi, Boko Haram è strettamente legato ad Al Qaeda nel Maghreb, che, dopo il Mali, minaccia la stabilità di diversi Paesi, come il Camerun, il Ciad, il Niger.
Con la destabilizzazione della Libia di Gheddafi, l’Occidente ha aperto la strada ai gruppi terroristici che ora affollano la regione del Sahel. Insieme alle monarchie del Golfo Persico, li ha armati e finanziati. A distanza di pochi anni, il cerchio si chiude. La Libia è diventata ingovernabile e l’intera regione è una polveriera pronta ad esplodere. Gli ultimi attentati in Camerun e in Niger la dicono lunga sulla sicurezza dell’intera zona. Senza dimenticare le crisi in Repubblica Centrafricana e in Sud Sudan.

Roberta Mura

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