Di comidad

Il corrispondente RAI da Pechino, Paolo Longo, sostiene che il congresso del partito comunista cinese si appresta ad effettuare un ricambio dei vertici politici; ricambio che, avverte Longo, avviene non come da noi alla luce del sole, ma nel chiuso dei palazzi del potere. Il che lascia supporre che Paolo Longo sia regolarmente invitato alle riunioni delle cosche finanziarie, ad esempio quelle statunitensi, quando decidono su chi investire miliardi di dollari per le campagne elettorali. Longo ci informa inoltre che i vertici del PCC sono in procinto di lanciare una grande campagna contro la corruzione; un fenomeno talmente diffuso che, secondo Longo, potrebbe minare le basi stesse del potere cinese. Negli USA, invece, dove la corruzione è stata del tutto legalizzata tramite l’istituzionalizzazione del lobbying, essa finirebbe per avere effetti terapeutici e rigeneranti per la democrazia. Secondo Federico Rampini, corrispondente da New York per “Pubblico Servizio”, da queste elezioni USA ci viene una grande lezione di democrazia, perché mentre la campagna di Mitt Romney è stata foraggiata da banchieri e lobby delle armi, quella di Obama sarebbe stata finanziata dalle micro-donazioni degli elettori, fra i quali Rampini si è dimenticato di citare i Sette Nani e Biancaneve.
Si sarebbe tentati dal lasciarci andare alla commozione di fronte a queste imperdibili lezioni di democrazia, se non fosse per un dettaglio insignificante. Secondo dati ufficiali, tutte le principali companies statunitensi hanno speso in attività di lobbying molto più di quanto abbiano versato in tasse federali. La differenza con quanto avviene da noi, è che queste tangenti sono del tutto legali. Le imprese pagano non per violare la legge, ma per farsi approvare leggi a proprio uso e consumo.[1]
La persistente vulnerabilità del pubblico di sinistra nei confronti delle fiabe americanistiche, potrebbe sembrare un problema di semplice disinformazione. In realtà, grazie anche a film popolari come quelli di Michael Moore, ormai qualcosa si è imparato sulla potenza delle lobby negli USA. Persino sulle colonne di un settimanale addomesticato come “l’Espresso”, il 3 novembre scorso lo scrittore indiano Suketo Mehta ha potuto sottolineare faziosamente che le spese elettorali negli USA sono ammontate a 5,8 miliardi di dollari; quindi, se Obama avesse dovuto basarsi sulle donazioni degli elettori, avrebbe potuto fare campagna in un paio di quartieri di Chicago e su qualche tv locale. Lo stesso Mehta citava il noto caso di “revolving door” di Billy Tauzin, presidente della commissione parlamentare per il controllo sui farmaci, il quale aveva fatto approvare una legge favorevole alle case farmaceutiche, per essere poi assunto, dopo essere andato in pensione dalla sua funzione di congressman, proprio da quella associazione delle case farmaceutiche da lui appena beneficata.[2]
Si dice spesso che destra e sinistra siano concetti storicamente superati, però non è così. La destra nel corso dei secoli ha sempre avuto posizioni ballerine su parecchie questioni. In economia le destre sono a volte mercatiste, altre volte dirigiste e protezioniste. Lo stesso vale per le posizioni strettamente politiche, così si sono avute destre nazionaliste, cosmopolite, mondialiste, regionaliste, ecc. Ci sono state destre che si sono avvolte nella bandiera e ci sono destre che la bruciano. Checché ne dicesse Norberto Bobbio, l’unica costante della destra non è stata affatto la “libertà”, bensì l’odio verso l’uguaglianza, cioè una visione elitaria della società. Contrapporre a questa concezione del privilegio sociale una visione egualitaria, rimane quindi di attualità, eccome.
Si sa che i gruppi dirigenti della sinistra sono infiltrati; ma il problema più grave è che l’opinione di sinistra è stata spesso colonizzata in senso elitario attraverso il Cavallo di Troia dell’educazionismo, che in definitiva si risolve sempre nella colpevolizzazione dei deboli e delle vittime. L’educazionismo è una forma di infantilizzazione degli altri ed anche di se stessi, comporta di conseguenza un rapporto dissociato con la realtà; perciò l’educazionista automaticamente non si chiede più se un messaggio è vero o falso, ma se sia un messaggio positivo o negativo. A furia di “pensare positivo” non solo si perdono di vista i conflitti ed i rapporti di forza, ma si finisce anche per sospendere l’incredulità nei confronti delle fiabe della propaganda ufficiale se queste assumono un tono abbastanza edificante, tale da sembrare di poter elevare il tenore morale delle masse. Per l’educazionista “educare” non significa affatto cercare di dirti come stanno le cose, ma vuol dire plasmarti, fare qualcosa di te. L’educazionista è perennemente assetato di buoni esempi da proporti come modello; che poi i personaggi ed i luoghi siano del tutto mitologici, diviene secondario. Pare proprio ciò che sta accadendo oggi con la fiaba di Obama.
Le elezioni americane hanno sortito effetti anche nel senso della eccitabilità borsistica. Gli analisti finanziari spiegavano, il giorno successivo alle elezioni, che le borse europee salutavano con un’impennata l’elezione di Obama; tuttavia, nel corso della mattinata, l’impennata si sgonfiava a causa delle notizie delle dure manifestazioni antigovernative in Grecia. Eppure, secondo gli analisti, negli USA l’elezione di Obama avrebbe provocato un afflosciamento di Wall Street. La lettura dei movimenti di borsa si presta in effetti ad ogni tipo di interpretazione. Qualcuno potrebbe anche suggerire che le borse europee si siano galvanizzate per le bastonate che prendevano i manifestanti in Grecia, e si siano poi anch’esse afflosciate per l’elezione di Obama. Misteri dei “mercati” finanziari.
Ma il mistero dei misteri rimane quello dei veri dominatori del sistema borsistico, cioè le agenzie di rating. Nessuno a questo punto si sorprenderà venendo a sapere che anche il ruolo ed il prestigio di queste agenzie si fonda esclusivamente sulle loro milionarie spese di lobbying. L’anno scorso a Washington ci si stava ponendo la questione di una nuova regolamentazione del rating. Il quotidiano “Huffington Post” nell’agosto 2011 riportava però la notizia che agenzie come Moody’s, Fitch Ratings e Standard & Poor’s avevano speso dall’inizio dell’anno già un milione e settecentosessantamila dollari per esercitare pressioni sull’amministrazione Obama e sul Congresso. Che le nuove norme di controllo sul rating non siano mai arrivate all’approvazione, risulta del tutto ovvio. [3]

[1] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.dailyfinance.com/2011/12/13/30-major-u-s-companies-spent-more-on-lobbying-than-taxes/&prev=/search%3Fq%3Dlobbying%2Bunited%2Bstates%26start%3D10%26hl%3Dit%26sa%3DN%26biw%3D960%26bih%3D513%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=TUChUOH2L4jctAaO1YHoBg&ved=0CEUQ7gEwBDgK
[2] http://translate.googleusercontent.com/translate_c?depth=1&ei=Y42iUJWbA4TItAaP84DoCg&hl=it&prev=/search%3Fq%3Dbilly%2Btauzin%26start%3D20%26hl%3Dit%26sa%3DN%26biw%3D960%26bih%3D513%26prmd%3Dimvnso&rurl=translate.google.it&sl=en&u=http://www.washingtonpost.com/politics/billy-tauzin/gIQA5VNRAP_topic.html&usg=ALkJrhj-Ts-Y7IQEoijDotDx9AThGZLOMw
[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2011/08/01/credit-raters-spend-millions-to-lobby-washington_n_915125.html&prev=/search%3Fq%3Dlobbying%2Brating%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=cgSiUOT8NdDIswaQ1IH4Aw&ved=0CDUQ7gEwAg

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