di F. Lamendola
Il concetto moderno di democrazia e le sue applicazioni pratiche ci hanno abituati a considerare come cosa ovvia l’uguaglianza degli individui in fatto di diritti e doveri sociali; così come l’idea cristiana ci ha abituati alla idea della uguaglianza morale degli esseri umani di fronte al loro Padre Celeste.
Perfino l’idea di Giudizio Finale e di Aldilà è un concetto di tipo democratico, perché ci ha assuefatti a considerare le anime come ugualmente destinate a una vita immortale.
Cosa non condivisa – ad esempio – dalla tradizione ermetica, secondo la quale la sopravvivenza dell’anima dopo la morte è una mera possibilità e non un “diritto” scontato e automatico per tutti gli esseri umani.
Julius Evola, nella sua opera fondamentale La Tradizione Ermetica (Roma, Edizioni Mediterranee, 2002, pp.107-109), scrive:
“Vi è la natura degli immortali e vi è la natura dei mortali; vi è la regione superiore di coloro-che-sono’ e vi è la regione inferiore del ‘divenire’. L’idea che i due rami in origine possano essere stati una sola cosa – come secondo il detto esiodeo, che «una è la schiatta degli uomini, una quella degli Dei,  entrambe scaturite da una stessa madre» – e che la dualità sia sorta da un precipitar degli uni, da un ascender degli altri – come secondo la concezione ermetico-eraclitea del dio quale ‘uomo immortale’ e dell’uomo quale ‘dio mortale’ – una tale idea non escludeva che la  differenziazione esistesse di fatto, e che due fossero dunque le nature.
“Il passaggio dall’una all’altra era considerato possibile,  ma a titolo eccezionale esotto la condizione di una trasformazione essenziale effettiva, positiva, da un modo di essere a un altro modo di essere.

“Siffatta trasformazione era conseguita a mezzo della iniziazione nel senso più stretto del termine. Attraverso la iniziazione alcuni uomini sfuggivano all’una natura e conquistavano l’altra, cessando così di essere uomini. Il loro apparire nell’altra forma di esistenza costituiva, nell’ordine di quest’ultima, un avvenimento rigorosamente equivalente a quello della generazione e della nascita fisica.

Essi dunque ri-nascevano, erano ri-generati. (…)

“A dir vero, l’insegnamento tradizionale circa il post-mortem ha sempre sottolineato la differenza esistente fra sopravvivenza ed immortalità. Possono esser concepite varie modalità, più o meno contingenti, di sopravvivenza per questo o quel principio o complesso dell’essere umano. Ma ciò non ha a che fare con la immortalità, la quale può essere solo pensata come ‘immortalità olimpica’, come un ‘divenir dei’.

“Tale concezione permane in Occidente fino alla antichità ellenica. Dalla dottrina delle ‘due nature’ procedeva la conoscenza del destino di una morte, o di una precaria, larvale sopravvivenza per gli uni, di una immortalità condizionata (condizionata dalla iniziazione) per gli altri.

“Fu la volgarizzazione e l’abusiva generalizzazione della verità valida esclusivamente per gli iniziati – che prese inizio in alcune forme degeneri dello orfismo (l’orfismo è uno dei fenomeni religiosi misterici più importanti della Grecia antica del VI secolo a.C. – n.d.A) ed ebbe poi ampio sviluppo col cristianesimo – a dar nascita alla strana idea della «immortalità dell’anima», estesa a qualsiasi anima e sottratta ad ogni condizione.

Da allora sino ad oggi, l’illusione continua nelle varie forme del pensiero religioso e ‘spiritualistico’: l’anima di un mortale è immortale – l’immortalità è una certezza, non una possibilità problematica.”

Anche se non condividiamo tale concezione presa nella sua forma estrema, ci sembra tuttavia di poter convenire sul fatto che la sopravvivenza e l’immortalità non sono la stessa cosa (quelli che comunemente sono detti “fantasmi”, ad esempio, indicano forme di sopravvivenza, ma non di immortalità); e che l’immortalità non può essere concepita come una sorta di diritto scontato incondizionato.
Abbiamo già sostenuto, in un precedente lavoro (Alcune ipotesi sull’«altro mondo» e sulla mente non localizzata) che l’Aldilà potrebbe anche essere costituito dalle nostre aspettative, dalle nostre paure e dalle nostre speranze; sicché, per fare un esempio, il materialista convinto potrebbe anche precipitare nel nulla.

Uno degli studiosi che maggiormente si sono occupati di questo problema, Nils Olof Jacobson (Vita Dopo la Morte? – traduzione italiana Milano, CDE, s. d.) ha tracciato questo quadro ipotetico, sulla base di molti anni di studio su una serie di fenomeni attinenti la sfera d’azione psichica al di fuori della struttura corporea (telepatia, precognizione, psicocinesi, fantasmi, invasamento, ecc.).

“Supponendo una vita dopo la morte, occorre partire dal concetto che la psiche (intesa come anima – n.d.A) è esclusa dalle percezioni sensoriali, in quanto gli organi sensori hanno cessato di funzionare. La psiche non ha dunque contatto con il mondo materiale, ma si trova ad esistere in ciò che il Prince chiama il ‘prossimo mondo’, che può immaginarsi approssimativamente come quel mondo che sperimentiamo in sogno. 

“Perdurando il sogno, questo mondo è per noi altrettanto reale quanto quello esterno, materiale. Case, strade e sentieri ove ci muoviamo in sogno appaiono reali esattamente quanto quelli concreti. Possiamo vedere tinte luminose e sentire, anche, intensamente gli odori e i sapori. Usiamo degli oggetti, abbiamo contatti con altre persone.

“Ciononostante, ci rendiamo conto che queste esperienze non si basano su degli impulsi sensoriali procedenti dal mondo della concretezza, ma hanno altre origini (anche se alcune sollecitazioni provenienti  dal mondo esterno vengono assunte dal dormiente e trasferite nel sogno). Le esperienze dei sogni sono parte costitutiva di un mondo ‘interiore’. Si tratta di un mondo di immagini mentali, pur non essendo ‘mondo immaginario’. Gli oggetti del sogno sono perfettamente reali fino al momento in cui ci risvegliamo. Di questi oggetti, si può affermare che non esistono in senso materiale; ma non si può sostenere che non abbiano affatto esistenza. E tuttavia nel mondo a cui appartengono, essi obbediscono a leggi che non sono di natura fisica. Se ilprossimo mondo è quale lo suggerisce questo mondo del sogno, esso può essere sperimentato in maniera reale quanto il mondo fisico presente.

“Si può quindi pensare che ogni singola psiche, dopo la morte, costruisca per sé un mondo di ricordi, desideri ed aneliti, proprio come questi ricordi, desideri ed aneliti influenzano i nostri sogni durante la vita terrena.

Possono esistere, quindi, molteplici prossimi mondi – uno per ogni psiche – ma nella misura in cui le varie psiche coltivano interessi, ricordi, desideri simili, esse possono entrare in contatto telepatico fra di loro; e durante tutto questo tempo ogni psiche può accedere al mondo d’un’altra. Anche qui si possono ritrovare le ‘psiche private’ del Ducasse. Ma nella misura in cui numerose psiche hanno interessi comuni, può esistere per esse anche un mondo ‘universale’.

“Questo significa che tutti i desideri saranno esauditi? Certo, può essere così; ma non significa che questa esistenza debba essere necessariamente banale, felice e spensierata: l’ambiente sperimentato dalla psiche consiste, qui, nei suoi desideri e nelle sue ambizioni. La cosa può essere espressa nel senso che i desideri ed appetiti della psiche sono materializzati nell’ambiente.

“Se però desideri ed appetiti, per loro natura, non sono né belli né gradevoli, ciò si riflette anche sul suo ambiente. Un mondo fatto solo delle nostre immaginazioni condensate a formare il mondo esterno non sarà automaticamente felice e positivo. Lo sarà sempre soltanto nella misura in cui le nostre immaginazioni, gli impulsi ed i desideri saranno positivi.

Se, inoltre, è caratteristico della situazione dopo la morte il fatto che i confini fra subcosciente e coscienza divengano fluidi, esistono delle ulteriori possibilità nel senso che i contenuti psichici negativi, sentiti come appartenenti al mondo esterno, si manifestino nettamente.”

Questi sommari cenni ad un argomento che meriterebbe ben altro approfondimento, ci servono solo da base di partenza per svolgere una riflessione sul sedicesimo capitolo della Bhagavad-Gita (testo sacro, tra i più popolari tra i fedeli dello Induismo – n.d.A), in cui si tratta della natura divina e della natura demoniaca presenti fra gli esseri umani.

Premettiamo che in un’altra sede (Le tre influenze della natura materiale) ci eravamo già occupati del capitolo quattordicesimo, che ne è la naturale premessa. In esso viene illustrata la dottrina delle tre influenze materiali (gunah) sulla vita degli esseri umani: virtù, passione e ignoranza; e sulle conseguenze che esse hanno per l’anima.

Avevamo anche notato che tale dottrina presenta alcune significative analogie con il mito platonico della biga alata, così come viene esposto nel dialogo Fedro, uno dei più famosi e importanti del filosofo ateniese, in cui si tratta appunto del destino dell’anima umana dopo la morte.

Notiamo, per inciso – e in contrasto con le affermazioni di Evola – che nella dottrina di Platone, che pure muove da presupposti orfico-pitagorici, è chiaramente delineata la credenza nella sopravvivenza di tutte le anime e nel loro destino fatale di reincarnazione; concetto ripreso e sviluppato, nella parte finale de La Repubblica,nell’altrettanto celebre mito di Er, il soldato asiatico morto in battaglia (anche se, questo è vero, non si parla di immortalità in senso olimpico).
Riportiamo qui di seguito gran parte del capitolo sedicesimo della Bhagavad Gita, in cui si espone la dottrina delle due nature: divina e demoniaca; che non vanno comunque confuse con le due nature delle quali parla lo ermetismo: la mortale e laimmortale.
(4) Orgoglio, arroganza, presunzione, collera, rudezza e ignoranza sono le qualità caratteristiche degli uomini di natura demoniaca, o figlio di Prtha.
(5) Le qualità divine portano alla liberazione, mentre le qualità demoniache portano alla schiavitù. Ma non temere, figlio di Pandu, tu sei nato con qualità divine.
(6) O figlio di Prtha, in questo mondo esistono due categorie di esseri creati, gli unidivini e gli altri demoniaci, Ti ho già parlato a lungo delle qualità divine, ora ascolta da Me gli attributi demoniaci.
(7) Le persone demoniache non sanno ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare. In loro non c’è né purezza, né comportamento corretto, né veridicità.
(8) Dicono che questo mondo è irreale, privo di fondamento e di un Dio che lo controlli: dicono che è prodotto soltanto dal desiderio sessuale e non ha altra causa che la lussuria.
(9) Sulla base di tali conclusioni, gli uomini demoniaci, smarriti e privi di intelligenza, si impegnano in attività dannose e ignobili destinate alla distruzione del mondo.
(10) Gli uomini demoniaci, preda della illusione, si rifugiano in una lussuria insaziabile e nella presunzione dello orgoglio e del falso prestigio. Attratti da ciò che è temporaneo, sono sempre spinti verso attività malsane.
(11-12) Essi credono che la gratificazione dei sensi sia la necessità primaria della civiltà umana, così fino al termine dei loro giorni vivono in un’ansia senza limiti. Impigliati in una rete di desideri, immersi nella lussuria e nella collera, accumulano denaro con mezzi illeciti per soddisfare i sensi.
(13-15) L’uomo demoniaco pensa: «Oggi possiedo tutta questa ricchezza e secondo i miei piani ne otterrò ancora di più. Quell’uomo era un mio nemico e io l’ho ucciso e anche gli altri miei nemici saranno a loro vola uccisi. Io sono il padrone di tutto, sono colui che gode di tutto. Sono perfetto, potente e felice. Sono l’uomo più ricco e sono attorniato da una parentela aristocratica. Non esiste nessuno potente e felice come me. Compirò sacrifici, farò la carità e così potrò godere». Ecco come queste persone sono sviate dall’ignoranza.
(16) Così, agitato da molteplici ansie e imprigionato in una rete d’illusioni, si attacca tanto fortemente ai piaceri dei sensi che scivola verso le regioni infernali.
(17) Compiaciuto di sé, sempre arrogante, sviato dalla ricchezza e dal falso prestigio, talvolta per orgoglio compie sacrifici che sono tali solo di nome, senza seguire alcun principio e alcuna regola.
(18) Poiché si rifugiano nel falso ego, nella prepotenza, nell’orgoglio, nella lussuria e nella collera, i demoni diventano invidiosi di Dio, la Persona Suprema, che risiede nel loro stesso corpo e in quello degli altri, e bestemmiano la vera religione.
(19) Gli invidiosi e i malvagi, i più degradati tra gli uomini, Io li getto per sempre nello oceano della esistenza materiale tra le varie specie di vita demoniaca.
(20) Rinascendo vita dopo vita nelle specie demoniache, o figlio di Kunti, tali persone non riescono mai ad avvicinarsi a Me. A poco a poco sprofondano in condizioni di esistenza sempre più abominevoli.
(21) Sono tre le porte che conducono a questo inferno: la lussuria, la collera e l’avidità. Ogni uomo sano di mente dovrebbe allontanarsene perché esse portano alla degradazione dell’anima.
(22) L’uomo che ha saputo evitare queste tre porte dell’inferno, o figlio di Kunti, si dedica ad attività che favoriscono la realizzazione spirituale e gradualmente raggiunge la destinazione suprema.
(23) Chi invece rifiuta le ingiunzioni delle Scritture per agire secondo il proprio capriccio non raggiunge né la perfezione, né la felicità, né la destinazione suprema.
(24) Dovresti dunque determinare ciò che è dovere e ciò che non lo è alla luce dei principi contenuti nelle Scritture. Conoscendo queste regole, dovresti agire in modo da poterti elevare gradualmente.”
Dunque, la Bhagavad-Gita afferma chiaramente che negli esseri umani che si lasciano trasportare dallo orgoglio del falso ego e dagli appetiti disordinati del piacere dei sensi, si opera una graduale mutazione non solo antropologica, ma addirittura ontologica. Essi diventano, un poco alla volta, delle creature demoniache; e tale loro condizione si rafforza sempre più nel ciclo delle rinascite, poiché, in base alla legge del karma, tendono a rinascere, ogni volta, ad un livello più basso di esistenza e di consapevolezza spirituale.

A un certo punto, la loro natura è divenuta tale che l’allontanamento da Dio è una conseguenza inevitabile dei loro pensieri perversi e delle loro malvagie azioni. Notevoli i punti di contatto con la dottrina cristiana della libertà, secondo la quale il peccato è una ben precisa scelta di allontanamento dall’amore di Dio e – a sua volta – genera una spirale demoniaca che interrompe il rapporto fra Creatore e creatura.

Dicevamo, all’inizio, che una specie di abitudine ci porta a credere che tutte le anime umane siano uguali, cioè ugualmente disposte al bene o al male e ugualmente destinate a una vita immortale, sia pure di diverso segno. Tuttavia, anche se ciò è teoricamente vero, di fatto le scelte compiute dagli esseri umani fanno sì che le loro anime si caratterizzino sempre più in un senso o nell’altro, divino o demoniaco; ove “divino” sta per “vicino all’Essere”, ossia al Sommo Bene; e “demoniaco” sta per lontano, sempre più lontano da esso. Quando la separazione diviene totale, allora si manifesta il fenomeno – graduale – dello invasamento diabolico.
Probabilmente ciascuno di noi conosce, nella propria sfera esistenziale, alcun esseri umani di natura demoniaca, anche se – forse – non ancora giunti all’ultimo stadio della perversione e, quindi, dell’invasamento. Si riconoscono per la loro attitudine alloegoismo sfrenato, alla maldicenza sistematica, al disprezzo assoluto per l’altro, allainsensibilità per la sua sofferenza; e – soprattutto – per il loro compiacimento per il male che riescono a fare.
Uno dei più gravi problemi del mondo odierno è la presenza, ai vertici della politica mondiale, dell’economia, della finanza, dell’informazione, della scienza e della cultura, di esseri che di umano hanno conservato solo l’aspetto, mentre le loro anime sono divenute del tutto demoniache.

Crediamo, per fare un esempio, che pur senza arrivare alle ipotesi estreme di David Icke circa la presenza di rettiloidi di origine aliena ai vertici del potere mondiale, si possa ragionevolmente  ipotizzare che il presidente statunitense George Bush junior sia divenuto un essere demoniaco e che – forse – sia in preda a una vera e propria infestazione diabolica.

Vi era molto buon senso nell’antico adagio cristiano: Errare humanum, perseverare diabolicum (est), e non si trattava di una espressione puramente metaforica.Diabolico è perseverare nel male, nella menzogna, nella crudeltà, nella ipocrisia, nel cinismo, anche davanti alla prova provata che si è commesso un errore: ed è ciò che costui sta facendo, imperterrito, davanti al mondo intero.

Tuttavia, crediamo fermamente, come diceva Jiddu Krushnamurti (e ne abbiamo trattato recentemente), che per cambiare il mondo bisogna incominciare col cambiare sé stessi; e che, per cambiare sé stessi, bisogna in primo luogo avere il coraggio e l’onestà di riconoscersi per ciò che si è veramente. Le nature demoniache non possono sopportare un simile auto-esame e, per questo, hanno il terrore di rimanere da sole e sentono il bisogno di circondarsi continuamente di una folla di servili cortigiani, che approvano e applaudono ogni loro scelleratezza.
Dunque, anche se gli esseri demoniaci che governano il mondo hanno, in pratica, un maggior potere sui destini dell’umanità, ciò non toglie che ciascuno di noi, sforzandosi di riconoscersi e di cambiare le proprie tendenze malvagie, può fare la differenza tra un mondo destinato a distruggersi e un mondo destinato a salvarsi.
Si tenga inoltre presente che, nel duro lavoro di riconoscimento e di modificazione di sé stessi, gli esseri umani non sono soli, ma possono contare sull’aiuto di una potente forza benefica, che i cristiani chiamano Grazia e altre fedi chiamano con nomi diversi, intendendo – però – sostanzialmente la stessa cosa: un aiuto di origine non umana, che viene dall’alto e che sorregge i buoni pensieri e le buone azioni.

Un aiuto sul quale non possono certo contare le nature demoniache, le quali – casomai – si rivolgono a tutt’altro genere di soccorso: quello delle forze infere di origine diabolica. Mediante esse gli uomini demoniaci possono celebrare alcuni effimeri trionfi, tali da lasciare, talvolta, sgomenti e profondamente turbati coloro che vi assistono.

Ma sono sempre trionfi passeggeri, perché il Male – già lo abbiamo visto – non è che imperfezione e pervertimento di ciò che è di per sé buono e giusto; e,anche se esiste sotto forma di principio ontologico autonomo, non possiede neanche lontanamente la potenza e la pienezza del Bene, che coincide con l’Essere.

Perciò in questo Evola crediamo avesse ragione. Non si facciano troppe illusioni gli esseri demoniaci, per quanto grande sia la loro apparente potenza terrena. Le loro anime stanno scivolando inesorabilmente verso un tale livello di allontanamento all’Essere, che il loro destino finale, molto probabilmente, non sarà che l’eterno annullamento.
E che questo pensiero sia anche di incoraggiamento e sostegno alle anime confuse, spaventate, consapevoli della loro fragilità e imperfezione. Quando l’errore ha la capacità di riconoscersi come errore, è già sulla strada della redenzione. Non esiste debolezza, non esiste caduta che non possa essere redenta da un riconoscimento del male commesso e da una invocazione di aiuto rivolta non alle forze diaboliche, ma allo Essere luminoso e raggiante.
Solo per l’errore che persevera consapevolmente in sé stesso, solo per il male che si compiace del male e che vi sprofonda sempre di più, non c’è, alla fine, possibilità di redenzione. A quel punto, esso meriterebbe più compassione che odio e disprezzo, perché lo attende un destino terribile: ricadere, per propria libera scelta, in quel nulla originario da cui ogni cosa è stata tratta all’esistenza per un atto ineffabile e incomprensibile di Amore.

Articolo pubblicato sul sito NWO.it
Link diretto:

http://www.nwo.it/natura_divina.html

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