di comidad

La notizia, alquanto marginalizzata, dell’attentato all’ambasciatore francese in Libia, ha riproposto un po’ all’attenzione la situazione di una guerra ancora in corso e dai contorni sempre più oscuri. Ovviamentel’autobomba è stata attribuita alla solita sigla di comodo, Al Qaeda. Anche per l’attentato di Boston, l’FBI non ha esitato ad incastrare due fratelli ceceni – quindi musulmani -, pur di suggerire un fantomatico nesso con la mitica Al Qaeda. Nel caso della Libia, invece il fantasma di Al Qaeda si concretizza chiaramente in ben altri finanziatori e mandanti, dai contorni molto più precisi.
Infatti la Francia, lanciatasi in una nuova avventura militare in un Paese vicinissimo alla Libia, il Mali, si trova oggi praticamente in guerra con quello che era stato un suo alleato nella conquista della stessa Libia – e lo è ancora nell’aggressione alla Siria -, cioè l’emirato del Qatar. Le milizie jihadiste che operano in Mali sono direttamente finanziate ed armate dal Qatar, che è presente massicciamente non solo con le sue sedicenti “Organizzazioni Non Governative”, ma anche con aerei militari. Anche questa notizia è stata poco ufficializzata, ma in Francia è ormai di dominio pubblico. Il Qatar svolge la funzione di battistrada del colonialismo statunitense in Africa, e perciò non è solo con un piccolo, sebbene danaroso, emirato che ora la Francia se la deve vedere. Insomma, c’è lì un altro “alleato” pronto ad infilare pugnali nella schiena.
Non c’è da stupirsene, poiché da sempre il colonialismo si basa soprattutto sul fregare gli “alleati”. Nel 1704 l’Inghilterra era “alleata” della Spagna in una delle tante guerre europee del periodo, ed approfittò di questa posizione per appropriarsi del territorio spagnolo di Gibilterra, usandolo come base di partenza per il suo plurisecolare dominio nel Mediterraneo. L’imperialismo funziona con questi paradossi, perciò si può vedere l’organismo internazionale nato per impedire le guerre, l’ONU, diventarne il massimo promotore; ovviamente per conto della NATO.
Durante l’aggressione della NATO alla Libia del 2011, il Paese più bidoNATO di tutti è stato, come è noto, l’Italia. Il corriere del pacco fu il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che impose l’intervento italiano in guerra ad un governo e ad un parlamento più che riluttanti. Le sue motivazioni ufficiali per l’aggressione ricalcarono in pieno la propaganda della NATO.
Di fronte alla rielezione di Napolitano, non ha quindi molto senso gridare al golpe ed alla fine della Repubblica, se il bersaglio della polemica rimane un’entità indistinta come la “vecchia politica”, e si evita di chiamare le cose col loro nome. In questi mesi si è assistito ad una militarizzazione dell’informazione, che ha descritto gli eventi in modo tale da farne risultare non solo opportuno, ma inevitabile, l’esito finale. L’opinione pubblica è stata sempre più sospinta a ritenere giusta e desiderabile una tutela non solo delle istituzioni, ma della politica nel suo complesso. Il mezzo per ottenere questo risultato è stato, come al solito, quello di omettere fatti e dettagli fondamentali, magari facendo dimenticare anche quanto appena avvenuto. Così, quello stesso Bersani che poco più di un mese fa aveva conquistato, senza particolari patemi d’animo, al proprio partito le cariche di presidente del Senato e di presidente della Camera, è stato rappresentato dai media come un inetto totale. I commentatori più autorevoli non si sono fatti scrupolo di porre come desiderabile alternativa alla mediocrità di Bersani, un totale nullità come Matteo Renzi. Il fantoccio-Renzi serviva a coprire le losche manovre della vera alternativa a Bersani, cioè il suo vice Enrico Letta. Come già Giuliano Amato, vice di Craxi, anche Letta non soltanto non ha seguito il suo capo nella caduta, ma addirittura vi costruisce sopra le proprie fortune. Per uno strano caso, lo spauracchio di un incarico per la formazione del governo a Giuliano Amato (l’uomo delle mani nei conti correnti, e l’inventore dell’ICI), è servito a far accogliere con un sospiro di sollievo all’opinione pubblica l’incarico a Letta. Il fatto che Letta abbia avuto bisogno di questa operazione di promozione, attraverso il confronto con l’odiatissimo Amato, significa che i mandanti/protettori di Letta non fanno molto conto sul suo carisma personale e sulla sua autonoma capacità di attrarre consensi. Insomma, il viscido Letta deve quasi tutto a qualcuno più viscido di lui.
Per fortuna, almeno il direttore de “Il Fatto Quotidiano”, Antonio Padellaro, si è fatto venire qualche sospetto sul modo in cui Napolitano aveva gestito la questione della formazione del nuovo governo, con quel mezzo incarico a Bersani, poi immediatamente delegittimato dalla istituzione della commissione dei “saggi”, che costituiva una prova generale delle “larghe intese”.
In effetti, la burocratica mediocrità di Bersani si stava rivelando più che sufficiente a mettere in crisi la compattezza del Movimento 5 Stelle, ed è stata invece la presa di posizione di Napolitano sulla necessità delle “larghe intese” a mettere definitivamente fuori gioco la tattica di “scouting” dello stesso Bersani. Questi ha dimostrato ancora una volta di non possedere né la grinta, né la paranoia, del leader dei momenti difficili, perciò si è umilmente inchinato ai diktat che provenivano dall’alto, prestandosi senza proteste ad ogni agguato e ad ogni figuraccia. Martedì scorso anche la direzione del PD lo ha seguito disciplinatamente nella cerimonia del calo di brache; ma, in quell’organismo direttivo, molti avevano già lavorato contro Bersani persino durante le elezioni; e probabilmente il mancato pieno di voti da parte di Bersani era stato dovuto proprio al tradimento di alcuni capi-clientela elettorale del PD. Nelle recenti elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia, si è potuto riscontrare invece che le clientele elettorali del PD sono tornate all’ovile.
Non si poteva certo facilmente prevedere che il PD delegittimasse platealmente se stesso negando, con oltre cento parlamentari, il voto al proprio fondatore, Prodi; ma la sua elezione avrebbe ostacolato proprio quelle “larghe intese” volute da Napolitano, il quale è apparso perciò chiaramente come parte interessata in tutta la vicenda dell’elezione del nuovo presidente. Quindi Napolitano non può vantare nessuna credibilità nel presentarsi come il salvatore della patria che avrebbe accettato il sacrificio di ricandidarsi; e solo una meticolosa propaganda ufficiale ha potuto avallare una tale mistificazione.
Risulta scontato che in questa circostanza anche Napolitano non ha potuto giocare soltanto sulla propria perfidia personale, ma soprattutto sulle protezioni e le coperture derivanti dal suo ormai consolidato ruolo di garante del colonialismo NATO in Italia. Chi lo ha ribattezzato “NATOlitano” ha colto l’essenza della sua attuale missione.
Non è quindi un caso che in tutte e tre le “cadute” di Prodi sia risultato evidente lo zampino statunitense. Nel ’98 l’imminenza della guerra in Kosovo rese indispensabile la formazione di un nuovo governo affidato allo yes-man D’Alema. Nel 2008 vi fu addirittura un diretto intervento della CIA per influenzare il ministro Mastella; circostanza ammessa anche dall’interessato.
Nel caso attuale, pochi giorni prima della votazione su Prodi, erano state fatte trapelare le notizie – riportate anche da “L’Espresso” – a proposito delle rivelazioni di Wikileaks su quanto lo stesso Prodi risultasse sgradito agli USA; e non certo per la sua disobbedienza, ma per la sua lentezza ad obbedire. E proprio qui sta il punto. Anche la politica più asservita richiede mediazioni lente, mentre il crescente attivismo militare della NATO non tollera pause o mediazioni.
Commenta su Facebook

Tags: