In Montenegro, sull’altra sponda dell’Adriatico si sta consumando l’ennesimo braccio di ferro fra la Russia e l’Occidente, ma in Italia nessuno ne parla. Il voto per il rinnovo del parlamento del 16 ottobre è un appuntamento cruciale per il futuro della “montagna nera”, la ex repubblica jugoslava incastonata come una piccola perla sul mare. Brogli a parte, gli elettori nelle urne non sceglieranno solo fra il Partito social democratico del premier, quasi a vita, Milo Djukanovic e l’opposizione, una volta tanto unita, anche se in stile Brancaleone. Il risultato delle urne sarà un’ipoteca sull’adesione, o meno, del Montenegro alla Nato. In giugno il parlamento russo ha bollato l’ingresso nell’Alleanza atlantica del Montenegro come l’ennesimo tassello di “una nuova guerra fredda”.

Djukanovic ha da tempo tracciato la strada del paese verso l’Unione europea e la Nato. Non solo per ideale convinzione nella scelta di campo, ma per mantenere un sistema di potere e farsi perdonare, in nome della real politik, rapporti ambigui di oggi e di ieri con la criminalità organizzata ed una diffusa corruzione in un paese di appena 620mila abitanti.
La spaccatura politica è sedimentata nella sanguinosa disintegrazione della Jugoslavia di Tito. La maggioranza della popolazione (42,88%) è serba ed in tanti non hanno mai digerito l’indipendenza del 2006 con il definitivo distacco da Belgrado. E le bombe della Nato del 1999, che hanno portato alla “liberazione” e secessione del Kosovo. Djukanovic è al potere dal ’91, quando il Montenegro faceva ancora parte della Jugoslavia. E se va avanti di questo passo sarà premier a vita. Il voto potrebbe impedirgli di governare con una maggioranza solida, ma è difficile che l’opposizione, apparentemente compatta, riesca a ribaltare clamorosamente la situazione.

La compagine anti Djukanovic può contare su Miodrag Lekic, ex ambasciatore di Belgrado a Roma e amico di lungo corso dell’Italia. Lo scorso anno ha fondato Demos, l’Alleanza democratica, per compattare l’opposizione. Nelle presidenziali del 2013 ha perso di misura grazie a sospetti brogli. In politica interna propone di “decriminalizzare il paese” e sullo scacchiere internazionale chiede un referendum sull’adesione alla Nato facendo presente i rapporti storici ed economici con la Russia.
Djukanovic non vuole il referendum, che potrebbe quasi sicuramente perdere e punta tutto sul voto di domenica considerandolo “un plebiscito” pro o contro l’ingresso nell’Allenza atlantica.

Il Montenegro è quasi a fine corsa per diventare il 29imo alleato della Nato. Al momento mancano le ratifiche degli altri paesi già membri. L’ingresso è previsto verso la metà del 2017. Per dare un’idea basta riprendere il comunicato ufficiale dell’incontro a Roma dell’11 ottobre, fra il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano ed il suo parigrado montenegrino, ammiraglio Dragan Samardzic. Graziano “si augura che il processo di adesione del Paese alla Nato e all’Ue possa concludersi nei tempi previsti”. Per l’Unione europea il tragitto sarà ancora lungo e denso di incognite, ma per l’Alleanza atlantica è sceso in campo a più riprese il presidente americano Barack Obama. Non tutti gli analisti, però, concordano nello stuzzicare l’orso russo, pronto a tirare zampate, se provocato, come ha dimostrato in Ucraina con la Crimea, per un paese che conta su un esercito di appena 2mila uomini. Se vogliamo fare un paragone, ai tempi d’oro della missione in Afghanistan, l’Italia ha schierato 4mila soldati, il doppio delle forze armate montenegrine.

L’importanza della piccola repubblica è la posizione strategica sull’Adriatico con le bocche di Cattaro utilizzate fin dai tempi della marina imperiale asburgica come base navale. E soprattutto, agli occhi di Mosca, un ennesimo cuneo della Nato infilato in una zona di influenza russa non solamente storica e politica. Secondo il governo di Podgorica, dal 2005 gli investimenti russi in Montenegro sono stati di 1,16 miliardi di euro. Si calcola che il 40% delle proprietà immobiliari sia in mano ai russi, che arrivano ogni anno in 300mila a trascorrere le vacanze sulle splendide coste montenegrine non avendo bisogno del visto.

In questo delicato momento dei rapporti fra Mosca e Washington per la crisi ucraina, quella siriana e le dimostrazioni muscolari, da una parte e dall’altra sullo scacchiere europeo, il braccio di ferro sul Montenegro potrebbe rappresentare una pericolosa scintilla dell’esplosiva partita geopolitica globale.

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