Di Tonguessy, Appello al Popolo

Nella mitologia greca e romana Narciso è colui che rifiuta ogni persona che lo ama, scoprendosi innamorato solo della propria immagine riflessa sull’acqua. La tragedia di scoprire che non sarà mai in grado di amare sé stesso lo porterà a morte prematura.

Il mito in sé contiene delle imbarazzanti verità, specialmente tenuto conto dell’anticipo rispetto alla psicanalisi. Ad esempio: se non ami gli altri non potrai mai amare tè stesso; se insisti nell’anteporre l’interesse verso il tuo Sé (egoismo) all’interesse verso gli altri (altruismo) rischi di dissolvere la tua “anima” e legarti quindi a processi involutivi con esiti mortali; ciò che appare (il riflesso) non è sempre ciò che è; ogni attaccamento morboso verso l’apparenza genera il sonno della ragione, e così via.

Se nell’antichità tale mito voleva insegnare i rischi dell’egoismo e dell’apparenza, nella modernità pare che tali rischi siano invece fonte di ispirazione per attività politiche e sociali.

Al giorno d’oggi, si sa, è tutto riducibile ad una questione di immagine.

Narciso ostenta la propria immagine, ne fa una trappola che attira chiunque identifichi l’immagine con la profondità dell’essere (tesi mai dimostrata). Ostenta anche i propri dinieghi, simbolo della non-comunicazione (o comunicazione unidirezionale) che intende mantenere con il mondo, con l’Altro, dove quest’ultimo rappresenta il rapporto dell’individuo con il linguaggio.

Narciso non desidera l’incontro con il linguaggio-Altro, mostra evidenti segni di insofferenza verso ogni struttura comunicativa che non sia di immediata utilità per la propria egoista ostentazione.

Lacan ci offre poi una precisa chiave di lettura del narcisismo: lo stadio dello specchio. L’immagine allo specchio rappresenta l’Io ideale, ed il vecchio dualismo Eros e Thanatos trova una precisa corrispondenza tra il vero corpo (veicolo di Eros) e l’immagine che intrappolerà Narciso in un delirio dualistico causandone la morte (Thanatos).

La tragedia della separazione dell’Io dalla propria immagine ed il culto della medesima è la cifra della Modernità. Baudrillard li chiama Simulacri: il trionfo dell’oggetto sul soggetto, la morte dell’autenticità relazionale. Thanatos, appunto.

In questa chiave interpretativa non esiste molto margine di incertezza: chi coltiva maniacalmente la propria immagine è in realtà un cultore di Thanatos, in quanto evita accuratamente di osservare le umane imperfezioni e proietta ogni faticoso cammino di consapevolezza costellato di immancabili errori nell’immaginifico e leggiadro mondo virtuale. Mondo sui cui pericoli già antichi greci e romani ci misero in guardia.

Una società dell’immagine come quella odierna è conseguentemente una società adorante Thanatos, che sistematicamente promuove surrogati e succedanei di Eros, forza primordiale ormai persa nei meandri di un labirinto postmoderno da cui non riesce più ad uscire.

E’ l’idea di gioco senza rischio, quella prevalente. Narciso rifiuta Eros, ovvero l’impegno mai facile a scendere a patti con l’amante, ad assecondarne aspettative e prerogative, e si affida all’immagine che apparentemente nulla chiede. Quando si renderà conto che l’immagine porta in sé il seme della distruzione, sarà troppo tardi per evitare Thanatos.

La referenzialità dell’immagine (che si riferisce ad una persona vera) diventa così autoreferenzialità, ed ogni rapporto di dipendenza tra chi genera l’immagine e quest’ultima viene negato e rimosso. L’immagine vive così di vita propria, irreale. A Narciso non interessa la “noiosa” Realtà, ama follemente l’iperrealtà. Ogni suo atto è di negazione verso la Realtà e di esaltazione dell’iperrealtà. Ama così tanto la propria iperreale immagine da indurre al suicidio i propri spasimanti. L’iperreale uccide il Reale. Thanatos vince Eros.

Quale valore può quindi avere un mondo popolato da Narcisi, che si specchiano continuamente fino a perdere la propria imperfetta ma genuina umanità nel nome del perfetto virtuale? Quale cultura può essere veicolata da individui che hanno come unico scopo l’apparire e che futuro attende le prossime generazioni istruite all’interno di tale cultura?

«Quando Narciso morì, lo stagno del suo piacere si mutò da una tazza di dolci acque in una tazza di lacrime salse e le Oreadi vennero piangendo attraverso i boschi per cantare allo stagno e confortarlo. E quando videro che lo stagno s’era mutato da una tazza di dolci acque in una tazza di acque salse, sciolsero le verdi trecce dei loro capelli e gridarono verso lo stagno e dissero:


Noi non ci meravigliamo che tu pianga tanto Narciso, perché egli era davvero bellissimo
Ma era bello Narciso? – disse lo stagno. 
Chi potrebbe saperlo meglio di te? – risposero le Oreadi. 
Ci passava sempre davanti, ma cercava te e si stendeva sulle tue rive e guardava dentro di te e nello specchio delle tue acque specchiava la propria bellezza. – 
Allora lo stagno rispose: – Ma io amavo Narciso perché, mentre egli se ne stava disteso sulle mie rive e mi guardava, nello specchio dei suoi occhi io vedevo sempre specchiata la mia bellezza -»

OSCAR WILDE.

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