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Più studiamo il nostro pianeta, più scopriamo che, talvolta involontariamente, lo stiamo inquinando seguendo molte più strade di quante ne possiamo immaginare. Una nuova ricerca di Mark Browne, ecologo della University College Dublin, ha recentemente messo in luce come la crescente quantità di plasticapresente negli oceani sia colpa anche del lavaggio in lavatrice di tessuti sintetici.
Il problema della plastica negli oceani è sempre più pressante, e richiede una soluzione sul breve-medio termine che ancora manca. La plastica più dannosa non si trova sotto forma di sacchetti o bottiglie, ma di microplastica, piccoli frammenti in grado di penetrare nelle cellule di ogni organismo vivente.
Il 65% della plastica a spasso nei mari di tutto il mondo è rappresentato da micro-frammenti delle dimensioni inferiori al millimetro. Si staccano naturalmente man mano che la plastica si degrada, o vengono “strappati” da oggetti più grossi da diversi agenti, come le lavatrici.
La ricerca di Browne evidenzia il fatto che, durante il lavaggio, una lavatrice stacca dai tessuti sintetici una miriade di fibre plastiche, che finiranno inevitabilmente nelle acque di scarico della vostra città.
Le aziende produttrici non sono tenute ad effettuare alcun controllo sulla resistenza delle fibre sintetiche dei tessuti all’interno di una lavatrice, e nemmeno a verificarne l’impatto sull’ecosistema marino.
“Abbiamo contattato i rappresentanti delle industrie coinvolte per tentare di ottenere questa informazione, in modo tale che i consumatori possano fare una scelta responsabile, ma nessuno si è fatto avanti, e l’ho trovato scoraggiante” spiega Browne.
Di certo, le lavatrici non sono la fonte primaria di inquinamento del pianeta, ma se pensiamo alla quantità di fibre sintetiche che indossiamo o che utilizziamo quotidianamente in svariati oggetti, la preoccupazione sembra essere lecita.
Browne ha raccolto campioni di sedimenti da 18 spiagge di sei continenti, scoprendo che non solo i micro-frammenti di plastica erano presenti ovunque, ma anche che la loro densità aumentava proporzionalmente alla presenza dell’uomo nell’area. “La plastica che gettate via può finire nel vostro piatto”.
“I consumatori hanno la facoltà di chiedere, quando vanno in un negozio, se un tessuto è stato testato per il suo impatto ambientale. Se sempre più consumatori inizieranno a farlo, si aumenterà la pressione su chi produce questi vestiti affinché faccia qualcosa”.
Come si può essere sicuri della provenienza di un frammento di plastica? Basta identificarlo: Browne ha scoperto poliestere, fibre acriliche e altre forme di plastica utilizzate per lo più per realizzare abiti in fibra sintetica.
E’ stato calcolato che in un solo ciclo di lavaggio un golfino può diffondere oltre 1.900 fibre nell’acqua di scarico di una lavatrice. “Sembra ovvio che le fibre possano staccarsi dagli abiti dentro una lavatrice, e finire nelle acque di scarico, ma non è stata finora considerata la portata di questa cosa” afferma Kara Lavender Law, oceanografa della Sea Education Association. “Questa ricerca apre gli occhi sul fenomeno”.
I piccoli frammenti di plastica possono penetrare all’interno di giunture, sistemi circolatori e cellule di forme di vita grandi e piccole, dal mollusco alla balena. E quando una cellula viene invasa dalla plastica, non riesce più a funzionare come prima.
Gli effetti della microplastica non sono ancora stati totalmente compresi. Fino ad ora ci si è sempre concentrati sulla plastica più grossa, di dimensioni superiori ai 5 millimetri, perchè hanno effetti più immediati nell’organismo della fauna marina, come avvelenamento da ingestione o soffocamenti.
Ma anche la microplastica ha tutte le potenzialità per uccidere: può “falsificare” la sensazione di sazietà di molti animali più piccoli, come i molluschi, o accumularsi nell’organismo dei pesci, con effetti sul medio-lungo periodo che non sono stati ancora ben compresi.
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