di Alessandro Mereu

«In fondo, (…) si sente oggi che il lavoro come tale costituisce, la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare».

[Friedrich Nietzsche, “Aurora” 1881]

Il manifesto, redatto da un gruppo di intellettuali tedeschi, tra i quali Robert Kurz, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, rappresenta una delle critiche più articolate e radicali mosse alla società capitalistica contemporanea. Le fluide pagine che compongono questo breve scritto, analizzano e mettono a nudo le debolezze concettuali proprie del dogma/lavoro, criticando l’assioma empirico stesso del lavoro come dannazione dell’umanità. In un’epoca in cui tutti gli apologeti del potere, siano essi: sindacalisti, economicisti, consulenti del lavoro ed ogni politico infame quale che sia la sua parte, si riempiono la bocca con termini come: sovrapproduzione, sottosviluppo, crisi, licenziamenti, lavoratori flessibili, intermittenti, precari e autonomi e cianciando soluzioni per la «liberazione del lavoro» questo manifesto, al contrario, centra il bersaglio e spinge prepotentemente per la «liberazione dal lavoro».

Il manifesto, redatto da un gruppo di intellettuali tedeschi, tra i quali Robert Kurz, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, rappresenta una delle critiche più articolate e radicali mosse alla società capitalistica contemporanea. Le fluide pagine che compongono questo breve scritto, analizzano e mettono a nudo le debolezze concettuali proprie del dogma/lavoro, criticando l’assioma empirico stesso del lavoro come dannazione dell’umanità.In un’epoca in cui tutti gli apologeti del potere, siano essi: sindacalisti, economicisti, consulenti del lavoro ed ogni politico infame quale che sia la sua parte, si riempiono la bocca con termini come: sovrapproduzione, sottosviluppo, crisi, licenziamenti, lavoratori flessibili, intermittenti, precari e autonomi e cianciando soluzioni per la «liberazione del lavoro» questo manifesto, al contrario, centra il bersaglio e spinge prepotentemente per la «liberazione dal lavoro». In una società meccanicistica dove il lavoro forma la personalità stessa dell’individuo («gli occupati di Volkswagen, Ford o Fiat sono i più fanatici sostenitori del programma di suicidio automobilistico»), dove non si è più in grado di immaginarsi una vita al di fuori della fatica lavorativa, può sembrare utopica la battaglia per la distruzione del feticcio lavoro.

Eppure analizzando la storia dell’epoca della Rivoluzione francese (fervente assertrice del dovere al lavoro) fino ai giorni nostri, ci si accorge che «La sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo lavoro». (1)

 

Infatti la maggior marte delle popolazioni tradizionali non si sono dedicate spontaneamente alla trasformazione dell’energia umana in denaro, ma perché i progenitori degli attuali amministratori del capitalismo finanziario li costrinsero con la forza, monetarizzando le tasse, a trasformarsi gradualmente nei loro sudditi, imprigionandoli(ci) per sempre nella logica del profitto.

 

Da allora ogni popolazione ogni individuo viene maciullato negli ingranaggi di questa assurda logica mercantilistica, che non risparmia neanche gli esclusi, gli emarginati, i disperati e tutti coloro che il lavoro lo rifiutano a ragione. Mai la società era stata, fino a questo punto, una società basata totalmente sul lavoro come in quest’epoca, ma per ironia della sorte, mai come oggi la società del lavoro è giunta così vicino alla sua fine, «come vogliono spiegare, altrimenti, che oggi i tre quarti dell’umanità sprofondano nella miseria perché la società del lavoro non ha più bisogno del loro lavoro?» «Perfino nei centri capitalistici, al centro, della ricchezza, fanno il loro ritorno la povertà e la fame, (…) Il capitalismo diventa l’affare globale di una minoranza. L’Idolo del lavoro in agonia è oramai costretto dal bisogno a mangiare se stesso. Alla ricerca di quel che di lavoro-nutrimento è rimasto, il capitale fa saltare i confini delle economie nazionali e si globalizza in una concorrenza nomadica sulla localizzazione degli investimenti» (2)

 

 

Al di là del fatto che la società dei consumi stia letteralmente andando in pezzi, occorre qui e subito, accelerare il processo di decomposizione di una cultura, quella «lavorista», che ha ottenuto come unico risultato quello di farci precipitare nell’abisso di questa assurda logica giudaico-mercantilistica. A ben pensare, tutto inizia dal lavoro, in nome e nell’ottenimento del quale si finisce per prostituirsi al prezzo più basso, al miglior offerente, in una inarrestabile corsa al ribasso, tutto ciò è semplicemente agghiacciante. Inoltre le recenti agenzie interinali, le governative agevolazioni fiscali e le così dette «gabbie salariali» non fanno altro che abbassare ulteriormente il costo del lavoro gettando libre di carne fresca nella macchina tritatutto capitalistica.

 

Il saggio del Gruppo Krisis in oggetto riporta la delirante osservazione fatta dalla Commissione per i problemi del futuro della Baviera e della Sassonia che scrive: «La domanda di semplici servizi alla persona aumenta tanto più diminuisce il loro costo, e quindi tanto meno guadagnano i prestatori di servizi»; gli autori specificano quindi a ragione che: «se in questo mondo esistesse ancora fra gli uomini l’autostima, questa frase dovrebbe scatenare una rivolta sociale. In un mondo di bestie da soma addomesticate susciterà solo un assenso sconsolato». (3)

Lavoro per lavoro è soltanto lavoro per accumulazione, che produce sì ricchezza sociale (e neanche per tutti), ma allo stesso tempo degrada il tradizionale concetto di «lavoro come opera» per ridurlo a all’attuale «lavoro come fatica». Come abbiamo potuto constatare finora, il lavoro penetra tanto nei muscoli quanto nel cervello e sterilizza ogni naturale pulsione di rivolta contro questo abominio. Cerchiamo ora, di analizzare un fatto che a molti potrebbe sembrare stupido, ma in realtà non lo è affatto, ossia l’inutilità del lavoro prestato. A ben pensarci, oggi non conta quello che si fa, o come si fa, l’importante è che si faccia qualcosa dal momento che il lavoro è un fine in sé, trasforma cioè il denaro grazie al denaro stesso. Nella produzione di una mercé, quale che essa sia, quest’ultima vale soltanto perché è essa stessa, portatore di lavoro passato, cioè di lavoro morto. Il lavoro morto, qui inteso come capitale, rappresenta l’unico scopo dell’attuale sistema di produzione. «Chi oggi si pone ancora delle domande sul contenuto, il senso e il fine del suo lavoro, impazzisce – o diventa un fattore di disturbo per il funzionamento tautologico della macchina sociale. L’homo faber, orgoglioso del suo lavoro, che prendeva ancora sul serio, sia pure con i suoi limiti quello che faceva, è superato come una macchina da scrivere». (4)

 

Pensiamo ora, per un attimo, all’incidenza che il lavoro ha sulle nostre vite. «Possiamo affermare, (…) che il lavoro è un rischio per la tua salute. Infatti il lavoro è un assassinio di massa, cioè un genocidio» con queste parole Bob Black nel suo “L’abolizione del lavoro”, dava inizio ad un calcolo, se pur carente in difetto, sull’incidenza mortale che il lavoro provoca all’umanità. Credete che stiamo scherzando? Sentite qua: «Direttamente o indirettamente, il lavoro uccide la maggior parte delle persone che legge queste righe. Tra i 14.000 e i 25.000 lavoratori vengono uccisi ogni anno in questo paese [gli USA] dal loro lavoro. Oltre 2 milioni rimangono invalidi. I feriti ammontano a 20-25 milioni ogni anno. (…) Su 100.000 lavoratori che contraggono la silicosi, 4.000 muoiono ogni anno. (…) Quello che le statistiche non lasciano trapelare è il fatto che il lavoro abbrevia il tempo di vita a 10 milioni di persone, ciò che d’altra parte, è il significato proprio del termine omicidio. Ci riferiamo a quei dirigenti che si ammazzano di lavoro all’età di 50 anni, ci riferiamo a tutti i lavoro-dipendenti. Anche se non si rimane uccisi o mutilati mentre si è effettivamente al lavoro, ciò può tranquillamente accadere mentre ci rechiamo al lavoro, o stiamo tornando dal lavoro, oppure mentre lo stiamo cercando, o tentiamo di dimenticarlo. La maggior parte delle vittime di incidenti d’auto stava svolgendo una di queste attività legate al lavoro, oppure venero travolte da qualcuno impegnate in esse». (5)

 

 

Sommate i danni indotti da esso (inquinamento industriale, alcolismo e droghe indotto dal lavoro, depressione ecc..) et voilà, si giunge alla naturale equazione che il lavoro istituzionalizza l’omicidio come modo di vita. Provate a calcolare ora, quanto prezioso tempo di vita (oltre alla vita stessa) il lavoro vi ruba ogni giorno, provate per un attimo a pensare quanto sarebbe bello riscoprire il valore della lentezza, reimpostare le lancette della gabbia temporale, e già… distruggendo il lavoro si renderebbe inutile anche il tempo, così affannosamente rincorso ogni giorno per… niente! Immaginate per un attimo «quanto tempo potremmo passare stesi tutti al sole, invece di tormentarci per cose, sul cui carattere grottesco, repressivo e distruttivo sono già state scritte intere biblioteche!».

Quasi tutti i mali della nostra società, traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro.

 

Ma allora, Vi starete chiedendo cosa diamine dovremmo fare?

Dovremmo andare a svaligiare banche per sopravvivere? No, semplicemente perché, come ci ammonisce a giusta ragione l’anarchico insurrezionalista Alfredo M. Bonanno, anche la rapina potrebbe pericolosamente degenerare in un lavoro, tale e quale agli altri. «Andare a prendere i soldi dove si trovano è un gioco, che ha le sue regole, e che può degenerare in un professionismo fine a se stesso, quindi diventare un lavoro a tempo pieno con tutto quello che ne deriva. (…) Allungare la mano sulla proprietà altrui, anche per un rivoluzionario, è faccenda piena di rischi, non solo legali in senso stretto, ma in primo luogo morali. (…) Cosa possiamo farci col denaro di tutte le banche che saremmo in grado di svaligiare se poi l’unica cosa che sappiamo fare è quella di comprarci una macchina grossa, farci una bella casa, andare in discoteca, riempirci di bisogni inutili e annoiarci a morte fino alla prossima banca da svaligiare». (6)

 

 

Questo, a nostro avviso rappresenta la lucida e logica conclusione rivoluzionaria della volontà di distruggere il lavoro. Bisogna quindi uccidere il concetto del lavoro in quanto tale, anche il più divertente, anche il più redditizio, bisogna ucciderlo nella mente e nel corpo e una volta morto sputare sul suo cadavere.La reinvenzione della vita quotidiana significa andare oltre gli obsoleti schemi sistemici, significa scardinare la concezione «lavorista» del diniego e del sacrificio fine a se stesso. Il fatto che Paul Lafargue, avesse la madre di origine ebraica, e quindi ebreo lui stesso, non esime dal fatto che avesse pienamente ragione nell’affermare: «Bisogna che (si) ritorni agli istinti naturali che (si) proclami i Diritti alla pigrizia, mille e mille volte più nobili e sacri dei tisici Diritti dell’uomo, elaborati dagli avvocati metafisici della rivoluzione borghese; che vi sia l’obbligo di lavorare solo tre ore al giorno, a fannullare e fare bisboccia per il resto della giornata e della notte». (7)

 

 

E dove dissentire, se non nel fatto che non bisognerebbe lavorare neanche quelle tre maledette ore. Non basterebbe infatti, diminuire le ore lavorative per distruggere il lavoro, ma così facendo si otterrebbe al massimo l’innesto di nuove e più fresche forze meccaniche per il proseguo dell’aberrante produzione capitalistica. Bisogna capire che «la critica al lavoro è una dichiarazione di guerra all’ordine dominante, non una pacifica coesistenza in una nicchia, con i suoi vincoli». Per distruggere il lavoro bisognerebbe semplicemente rifiutarlo come tale e creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco. I sindacalisti sono a favore della piena occupazione? Noi a favore della piena Disoccupazione, che la mannaia della vita ludica si abbatta sul lavoro! Sappiate che in merito all’argomento esiste una corrente di pensiero molto più nutrita di quanto possiate immaginare. Una corrente di pensiero che annovera tra le sue fila filosofi, economisti e semplici oziosi ed alla quale Vi rimandiamo nel caso in cui leggendo questo articolo ci avrete scambiato per pazzi… Proletari di tutto il mondo… rilassatevi leggetevi questo libro e state pur certi che ci riprenderemo tutto: la vita, la terra e l’ozio!!!

 

Gruppo Krisis

“Manifesto contro il lavoro”Derive e Approdi, Roma 2003, pp. 144, € 11.00 (*)

 

(*) Se volete risparmiare tre ricchi euro, ordinatelo a: El Paso Occupato (lo vendono a € 8,00), Via Passo Buole, 47 – Torino, all’indirizzo di posta elettronica: fortpaso@ecn.org Se invece l’argomento trattato vi tocca particolarmente ossia, non avete un lavoro né tanto meno ne cercate uno e per logica conseguenza non avete un centesimo da spendere in libri, non disperate… Vi consigliamo di recarvi in un posto pubblico (biblioteche, scuole, ecc..) dove si ha la possibilità di navigare gratis, connettetevi al sito: http://www.krisis.org/gruppe-krisìs_manifest-gegen-die-arbeit_italienisch_1999.html,oppure http: //www.redleghorn.net/libuniv/lavoro.php scaricatelo gratis e buona lettura!

Note:

(1) “Manifesto contro il lavoro”, pag. 10 della versione telematica.

(2) “Manifesto contro il lavoro”, pag. 16

(3) “Manifesto contro il lavoro”, pag. 3

(4) “Manifesto contro il lavoro”, pag. 5

(5) Bob Black, “L’abolizione del lavoro”, Nautilus, 1992, pag. 22/23

(6) Alfredo M. Bonanno, “Distruggiamo il lavoro”, inserto del n. 73, maggio 1994 di “Anarchismo” richiedibile a: “L’Arrembaggio”: C.P. 1307 – ag. 3 – 34100 Trieste, e-mail: spacala@hotmail.com, oppure è possibile richiederlo gratuitamente in fotocopie alla redazione del Lazio.

(7) Cfr. “Il diritto alla pigrizia”, di L. Fonte, in “Avanguardia” n. 176, settembre 2000, pp. 11-14

 

 

Fonte: http://members.xoom.virgilio.it/Avanguardia/manifesto_lavoro.htm

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