Di FunnyKing , il

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Ma che bei momenti.

Fallisci prima tu che a me vien da ridere.

In attesa del fallimento ufficiale della Grecia un altro pezzo, seppur collaterale, del grande occidente che tutto il mondo ci invidia: fallisce.

Si tratta dello Stato di Porto Rico, un “quasi” Stato Americano (sono in attesa di approvazione) che usa i dollari americani come valuta ufficiale ed è un componete del Commonwealth.

da Wiki

Porto Rico o Portorico[3] (in spagnoloPuerto Rico) è un territorio non incorporato degli Stati Uniti d’America, situato nel nord-est del mar dei Caraibi tra la Repubblica Dominicana e le isole Vergini. A seguito di un referendum popolare, con il 61,15% delle preferenze favorevoli, gli abitanti del luogo hanno scelto di divenire uno Stato Federato degli Stati Uniti d’America. È stato così avviato l’iter legislativo che potrebbe trasformare l’isola nel 51º Stato degli USA.

È la più piccola isola delle Grandi Antille ed è costituito dall’isola maggiore di Porto Rico e da altre isole minori e arcipelaghi, tra cui Mona, Vieques e Culebra. La capitale è San Juan, che al censimento del 2000 contava quasi 848.000 abitanti e raggiungeva i 2.000.000 considerando l’area metropolitana.[4]

Si tratta di una piccolezza nel nuovo mondo delle banche centrale. “Solo” 72 miliardi di altri bond che diventano carta igienica, ma direi di avere fede, pian pianino vedrete che diventerà una moda non pagare i debiti pubblici. Ci potete scommettere.

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dal Sole 24 Ore

NEW YORK – È la Grecia americana. Porto Rico ha minacciato di dichiarare il proprio default: il governatore del territorio in regime di Commonwealth, il mai accettato 51esimo “stato” dell’Unione, ha fatto sapere di non essere più grado di onorare debiti che hanno ormai superato i 72 miliardi di dollari. Questo debito, ha detto Alejandro Garcia Padilla, semplicemente «non è ripagabile»; è una questione, ha aggiunto, «non di politica ma di matematica».

Il governatore ha chiesto aiuto, ai creditori e a Washington. Ma almeno dal governo federale e dal Congresso è arrivato un secco no. «Nessuno sta contemplando un salvataggio federale di Porto Rico», ha detto il portavoce della Casa Bianca Joshn Earnest.

Immediata la reazione delle agenzie di rating. Standard & Poor’s ha abbassato il rating sovrano di Portorico da Ccc+ a Ccc-. Secondo S&P a questo punto il default di Portorico appare «inevitabile» entro i prossimi sei mesi. Il 1° luglio scade il termine per il pagamento del fornitore di energia del Paese, al quale l’ente statale energetico, il Prepa, deve 400 milioni di dollari. Un debito che quasi certamente non potrà saldare.

Non sarà affatto facile, però, per operatori e policymaker ignorare del tutto una debacle. I creditori sono un variegato e vasto universo di fondi pensione e hedge fund. E un disordinato collasso di Porto Rico rischia di scuotere nel profondo l’intero grande mercato dei bond municipali e locali, utilizzati da stati e enti americani per finanziare progetti essenziali che vanno dalle scuole alle strade e finora considerato tra i più sicuri. Il dramma dell’isola rappresenterebbe un nuovo nadir per i municipal bond dopo le bancarotte dichiarate da Detroit e da alcune più piccole città californiane.

Il fardello del debito è diventato insostenibile perché, se è la metà di quello di un altro stato fortemente indebitato, la California, Porto Rico ha solo un decimo della popolazione. Vale a dire che ognuno dei suoi 3,7 milioni di residenti ha una cambiale da 20.000 dollari sulla testa, un record assoluto tra gli stati americani. In termini di proporzioni con l’economia, ormai in recessione dal 2007, l’indebitamento rappresenta il 70% del Pil dell’isola.

Le dimensioni della crisi sono affiorate nero su bianco da un rapporto commissionato dallo stesso governatore Padilla sulle finanze dello stato all’ex capo economista della Banca Mondiale e numero due del Fondo Monetario Internazionale Anne Krueger. Il documento, reso noto assieme all’appello di Padilla, conclude che «l’attuale situazione è insostenibile». Porto Rico, essendo un territorio e non una città, non ha neppure a disposizione lo strumento dell’amministrazione controllata per una riorganizzazione del debito se non ci saranno interventi speciali del Congresso. Né, essendo legato al dollaro, può svalutare per rendere l’economia più competitiva e risollevarsi dal baratro.
La disoccupazione nell’isola raggiunge oggi il 20%, con la manifattura, dalle calzature alla farmaceutica, ormai in buona parte scomparsa e anche numerose basi militari ormai chiuse. L’esodo della popolazione ha ripreso al ritmo degli anni 50, con una fuga dell’1% dei cittadini ogni anno. Il governo locale ha però continuato a prendere a prestito capitali a tassi di interesse sempre più alti, spendendo più di quanto entrasse nell’erario, complice la sete insaziabile di speculazione a Wall Street. Fino, ora, ad una resa dei conti “greca”.

Vi inviterei a non sottovalutare troppo anche questa crisi, essa avrà effetti enormi nel repricing (verso rendimenti più alti) dell’enorme e sconfinato mercato americano dei Bond Municipali USA (roba che la Grecia è la norma) e farà danni enormi ai vari sistemi pensionistici a stelle e strisce.

Direi che le parole del presidente del Porto Rico sono un distillato laplissiano.

Quando il mercato se ne renderà conto esploderà la più grande bolla finanziaria dell’Universo. Ovvero quella sui titoli di stato e a catena quella sui corporate bond che da tempo hanno smesso di prezzare qualsiasi rischio.

Porto Rico, Grecia, chi è il prossimo? Venghino siori venghhino… ricchi premi….

p.s. ma una cacchetta sulla mappa come Porto Rico, come cavolo ha fatto ad indebitarsi per 72 miliardi di euro? E’ il più grande indebitamento al metro quadro della storia.

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