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«Fabbrica bloccata, fabbrica occupata dal popolo». Parola di Nicolas Maduro. Il presidente del Venezuela lo ha ribadito davanti a migliaia di manifestanti – consigli comunali, comunas, organizzazioni territoriali – che appoggiano «il quinto motore dell’economia socialista»: uno dei 15 proposti dal governo chavista per uscire dalla crisi, e inquadrati da un decreto di emergenza, rinnovato per 60 giorni. Misure nuovamente respinte dall’opposizione, che ha la maggioranza in Parlamento dal 6 dicembre, e che preme per accelerare il referendum revocatorio contro Maduro.

Sabato, i partiti che compongono la Mud – un arco che va dal centro-sinistra della IV Repubblica all’estrema destra – hanno organizzato a Caracas una manifestazione concomitante a quella chavista e ne hanno indetta un’altra per domani a livello nazionale. L’obiettivo è quello di «fare come in Brasile», deponendo il presidente prima dello scadere del mandato: nel solco di quanto accade con Dilma Rousseff, che sta affrontando un processo di impeachment.

La Costituzione bolivariana – votata con ampia maggioranza nel 1999 dopo un’Assemblea costituente che ha accolto molte proposte dell’opposizione – prevede la possibilità di revoca per tutte le cariche elettive a metà mandato: occorre però rispettare i passaggi e i tempi previsti, e la supervisione del Consejo Nacional Electoral (Cne). Così avvenne per il tentativo di revocare Hugo Chavez, nel 2004. Allora, l’opposizione perse, ma questa volta conta di approfittare del ritorno delle destre nel continente latinoamericano, e non disdegna l’uso di modi più spicci. Già nel 2014, i settori oltranzisti della Mud hanno organizzato la campagna «la salida» (l’espulsione), per cacciare con la forza Maduro dal governo. Il risultato fu di 43 morti – quasi tutti per colpi di arma da fuoco e tra le forze dell’ordine – e oltre 850 feriti.

Nonostante sabotaggi, campagne di discredito internazionale e un paese spaccato («polarizado», come dicono in Venezuela), il governo, però, ha tenuto: forte di un consenso popolare fra i settori meno favoriti, a cui continua a dedicare oltre il 70% delle entrate annuali. Il Cne sta inserendo nel sistema informatico le firme raccolte per avviare la procedura di referendum, in modo che ogni cittadino potrà verificare di persona la legalità del percorso. Dal 18 maggio al 2 giugno si procederà poi alla verifica, alla presenza di testimoni delle due parti. Se le firme raggiungono almeno l’1% degli aventi diritto, il Cne apre le consultazioni a livello nazionale.

In tre giorni, l’opposizione dovrà allora raccogliere il consenso del 20% dei 3,9 milioni di iscritti al registro elettorale. La verifica delle firme dovrà avvenire in tre giorni. Se il quorum è raggiunto, il referendum va convocato entro 90 giorni lavorativi. Per revocare Maduro, occorre un numero uguale o superiore ai voti raccolti dal presidente, ovvero almeno 7.587.532, e serve la partecipazione di almeno il 25% degli aventi diritto (circa 4.900.000 persone). Per tutto questo, si calcola che occorreranno 170 giorni lavorativi, il che porterebbe il referendum a gennaio del prossimo anno. La legge prevede che, se al presidente restano due anni per arrivare a scadenza, non si va a nuove elezioni, ma conclude il mandato il vicepresidente Aristobulo Isturiz, politico proveniente dai movimenti popolari e fautore delle «comunas».

In campagna elettorale, l’attuale presidente del Parlamento, Ramos Allup, aveva promesso di «farla finita con le code in 15 giorni». E di certo avrebbe potuto senz’altro migliorare le cose, visto che gran parte del sabotaggio e del mercato nero (di alimenti sussidiati e di dollari incamerati dalle grandi imprese senza ritorno produttivo) deriva dai terminali della Mud. Invece, ha seguito le proprie ossessioni (cacciare Maduro, amnistiare golpisti e faccendieri) e ha provato a mettersi sulla strada di Macri in Argentina e ora di Temer in Brasile. Ha licenziato una legge di amnistia, bocciata dal Tribunal Supremo de Justicia, e provato a consegnare alle imprese immobiliari il vasto piano di case popolari sviluppato dal governo, ma è stato respinto da poderose manifestazioni. Secondo i sondaggi, oltre il 60% dei cittadini ha capito l’antifona e ritiene inefficace l’attività parlamentare della Mud.
«È arrivata l’ora. Io sono pronto, ministri, compagni… sono pronto a consegnare al potere comunale le fabbriche chiuse da qualunque parruccone di questo paese», ha detto Maduro agli operai delle grandi imprese private. In base alle ferree leggi del lavoro, si può sospendere la produzione solo in presenza di situazioni catastrofiche, previste dall’articolo 72. E a quello vuole rifarsi il miliardario Lorenzo Mendoza, proprietario della grande impresa Polar. Intanto, si è fatto sentire l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, padrino del paramilitarismo, che ha invitato gli Usa a intervenire militarmente in Venezuela «per appoggiare l’opposizione». E nel Tachira, alla frontiera con la Colombia, sono state scoperte armi e bombe e arrestati dei paramilitari.

Fonte: Il Manifesto

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