di Lino Patruno

 

Se Atene piange, Sparta non ride. Un detto da ricordare ora che è uscito questoBorbonia felix – Il Regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo di Renata De Lorenzo (Salerno ed., pagg. 230, euro 13,00). Libro dalla tesi opposta a quella che il titolo vuol far credere: la Borbonia non era affatto felice. E la si smetta con la «favola consolatoria» secondo cui era un paradiso ed è stata la conquista piemontese a farla diventare un inferno. Tesi prodotta da una «pubblicistica scadente» e che il pubblico «trangugia», come scrive il prefatore Alessandro Barbero, altro storico denunciante lesa maestà.

Fatto sta che a rispondere alla De Lorenzo (docente di Storia contemporanea e dell’Ottocento alla università «Federico II» di Napoli) è stato in questi giorni un collega accademico, non presuntuosi dilettanti allo sbaraglio con nostalgie borboniche. È Eugenio Di Rienzo a obiettare che se la Borbonia era infelix, infelix lo era tutta l’Italia di allora. Anzi tutta l’Europa, se si pensa che in Francia era il tempo dei Miserabili di Victor Hugo e che la stessa Inghilterra (l’unica ricca) non era esente dalla povertà delle Avventure di Oliver Twist di Charles Dickens.Di Rienzo, docente alla «Sapienza» di Roma, è autore di quel Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee 18.30-1861 (Rubbettino ed.), da chi scrive recensito su questo giornale il 12 febbraio scorso. Un testo nel quale dimostra, grazie a inediti documenti diplomatici, proprio la tesi del complotto europeo contro i Borbone, tesi fra quelle che gli storici risorgimentali puri e duri vedono come fumo negli occhi. E cita, Di Rienzo, altri storici accademici che non si scandalizzano per queste letture cosiddette «revisionistiche» su ciò che ci è stato raccontato finora (Macry, Martucci, Daniele, Malanima, Lupo, De Francesco).

Gli è che l’anniversario dei 150 anni dall’Unità nazionale si è portato dietro lo strascico di polemiche che hanno riproposto la vecchia Italia divisa in tutto, a cominciare dal suo atto di nascita: ciò che fa meglio capire anche l’Italia di oggi. Di Rienzo è vicino ai neoborbonici quanto un tifoso juventino può esserlo a uno interista. E tuttavia ricorda che, al tempo, Napoli era economicamente ciò che oggi è la Germania per il resto d’Europa. E che quando il nuovo Stato fece pesare su tutti lo spaventoso debito pubblico del Piemonte, impoverì il risparmio privato del Mezzogiorno contribuendo a creare il divario Nord-Sud che oggi viene rimproverato al Sud (fra gli altri, anche l’economista pugliese Vito Tanzi ha di recente espresso la stessa opinione).

Occorre dire che la De Lorenzo con onestà non nega certi dati di fatto. Con un ragionamento di questo tipo, però: è vero anche che c’erano eccellenze nelle Due Sicilie, ma non maggiori delle tante arretratezze. Insomma la realtà era molto più complessa. Da un lato ciò che afferma la contro-storia: la guerra civile per il brigantaggio, la scelta di favorire lo sviluppo industriale del Nord, l’Italia fatta più per la sete di grandezza dei Savoia che per fare l’Italia. Dall’altro, l’immane compito di creare dal nulla una nazione, di modernizzarla, di organizzarla in tutto, dalla scuola alla posta, dall’esercito ai treni.

Ci furono, certo, «disagi e perplessità» degli stessi costruttori del Paese, aggiunge la De Lorenzo. Ma occorre evitare comunque una battaglia «giustizialista» fra vincitori e vinti. Altrimenti non avremo mai quel «destino collettivo» che ci manca ancòra.

Si può accogliere l’appello. Si può lasciar perdere la sfibrante polemica su chi fosse più felix o più infèlix. Si può evitare di spaccare il capello sulle cifre rispettive. Ma resta senza risposta una domanda: perché il Sud è stato fatto diventare Sud? Cioè perché il nostro Paese è un caso di successo internazionale essendo passato in 150 anni da povero a uno dei dieci più ricchi della Terra, ma perché ci è arrivato creando un divario fra Nord e Sud che non ha pari altrove. Col sospetto che ci sia quel Nord perché c’è questo Sud. E che l’uno sia cresciuto a danno dell’altro.

Nessuno tocca l’Unità, per carità. Minacciata finora più a Nord che a Sud. Ma non aiuta neanche la mobilitazione editoriale semi-militare ogni volta che la retorica ufficiale del Risorgimento viene scalfita. La De Lorenzo conclude dicendo che una nuova percezione del mondo contribuì al tramonto del Regno delle Due Sicilie. Avviene. Ma non fu solo la Borbonia felix a perdere il suo mondo. Fu il mondo a perdere una concezione della vita del Sud ora ricercata da chiunque desideri un’alternativa al pensiero dominante di tutti i Nord infelix del globo.

Fonte: http://www.ondadelsud.it/?p=10401

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