Il Forum economico internazionale di S. Pietroburgo è una conferenza che si tiene annualmente; nato nel 1997, è andato crescendo di peso fino a divenire un contraltare di Davos. Ormai è capace d’attrarre il meglio dell’imprenditoria non solo europea; la prova è la presenza di Rex Tillerson, il capo di Exxon Mobile, intervenuto malgrado i fulmini del Dipartimento di Stato Usa.

Quest’anno si tiene fra il 16 ed il 18 giugno e Putin se ne è servito per mandare un messaggio all’Europa: tornare alla collaborazione fra il colosso dell’energia (e delle risorse naturali in genere) e il più grande mercato commerciale del mondo; un’ovvia reciproca necessità, soprattutto in tempi di crisi.

Un messaggio che non è caduto nel vuoto. Più che i tantissimi contratti siglati a margine degli incontri, ciò che ha dato peso alla manifestazione sono state due presenze: quella di Jean-Claude Juncker e quella di Matteo Renzi, accolto come l’ospite d’onore da Putin.

La presenza del Presidente della Commissione Ue sarebbe stata impensabile solo un anno fa, ma Juncker sa bene che il clima all’interno dell’Unione è assai mutato e che la lista degli Stati che premono più o meno apertamente per una normalizzazione dei rapporti è sempre più lunga. Per questo si è esposto alle critiche dei Paesi Baltici (ed alle reprimende d’oltre Oceano) accettando l’invito di Putin; ovviamente non poteva sbilanciarsi sull’Ucraina, ma le sue dichiarazioni sul futuro grondavano pragmatismo e, in fondo, la sua sola partecipazione basta e avanza per mandare un messaggio di distensione.

Certo, la strada da fare è ancora lunga; troppo repentino sarebbe il cambio di rotta dopo aver obbedito senza reticenze ai voleri della Casa Bianca, lo testimonia il repentino rinnovo delle sanzioni fino al 23 giugno del 2017 deciso dal Consiglio Europeo quasi a bilanciare le aperture, ma è chiaro che si apre un discorso per il futuro, quello dei “ponti” che Juncker ha dichiarato di voler costruire.

Ma chi, piaccia o no, è stato posto al centro delle attenzioni come leader di un Paese espressamente considerato amico, è stato Matteo Renzi. Preceduto dalle sue dichiarazioni secondo le quali ci sono tutte le condizioni per scongelare le relazioni con Mosca, è stato l’ospite d’onore del Forum a testimonianza di un rapporto considerato espressamente speciale dai Russi. A Mosca hanno la memoria lunga e ricordano come l’Italia abbia fatto da apripista alla presenza di Juncker ed alle attuali posizioni francesi, per un superamento delle sanzioni. Posizioni che Renzi ha ribadito nel bilaterale avuto con Putin, dove, oltre al riassetto dell’attuale situazione, s’è parlato anche di Libia, Siria ed Ucraina.

Ma oltre all’aspetto politico, che per il Cremlino conta, eccome, c’è anche quello economico che pesa: i cinque contratti già firmati da aziende italiane nella cornice del Forum valgono 1,4 Mld e dai due memorandum d’intesa e due lettere d’intenti dovrebbero venirne molti di più. D’altronde, in altri tempi l’interscambio fra Italia e Russia s’avvicinava ai 50 Mld a testimonianza di legami solidi con enormi margini d’incremento; invece, doppiamente assurdo in questi tempi di crisi persistente, il 2015 s’è chiuso a 27 Mld con tendenza alla diminuzione.

E non si tratta solo dell’effetto delle sanzioni, ma dell’incapacità dell’Italia di fare sistema e di comprendere che la Russia sta cambiando: ha varato un imponente programma di modernizzazione dell’economia per affrancarsi dalla semplice rendita energetica e rendere competitivo il proprio sistema. Ora l’Italia ha l’occasione colossale di cogliere l’opportunità che Mosca continua ad offrirle di passare, nelle relazioni reciproche, da un modello di esportazione di manufatti ad uno di partnership tecnologica ed industriale.

Per questo, il ministro dello Sviluppo Economico Calenda e i leader delle grandi aziende pubbliche e private italiane sono stati invitati ad una tavola rotonda con i boiardi di Stato russi, che sarà l’evento principale del Forum. Inoltre, l’Italia è l’unico Paese ad avere un suo padiglione, visitato da Putin è Renzi al termine del loro bilaterale. E ancora, dal Cremlino si sono spinti a prefigurare l’Italia come hub energetico europeo, ricevendo quanto meno la piena disponibilità di Calenda.

Insomma, un’opportunità a tutto tondo che fa schiumare di rabbia non solo il fronte europeo dell’opposizione a Mosca (e Washington che lo manovra), ma i tanti possibili concorrenti, soprattutto europei (Germania in testa).

Vista la caratura dei personaggi, è quantomeno dubbio che l’occasione sia sfruttata per quella che è: enorme; tuttavia è un fatto che le aziende italiane siano al centro dell’interesse russo e che il Cremlino, per ovvie questioni di convenienza, consideri l’Italia un interlocutore privilegiato.

di Salvo Ardizzone

FONTE: Il Faro sul Mondo

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