Luciano Canfora, insigne filologo e storico, è senza dubbio una delle menti più brillanti dell’intellighentia di sinistra italiana. Ma una voce fuori dal coro. Non sempre le sue prese di posizione sono state condivisibili —come quando si associò al coro di condanna della resistenza palestinese e degli antimperialisti. La sua critica senza apppello della retorica europeista, che a malapena maschera l’egemonismo tedesco, fa onore alla sua intelligenza.

di Tonguessy

Luciano Canfora, noto filologo e appassionato studioso di storia antica (nella foto), ha recentemente dato alle stampe la sua ultima fatica: Intervista sul potere (ed. Laterza), una lunga digressione sotto forma di intervista su una moltitudine di temi: dal senso della democrazia a Napoleone, da Mao ai rapporti tra Sparta ed Atene, da Tucidide all’Euro. E proprio sul senso politico e sociale di quest’ultimo dedica l’ultimo capitolo, intitolato significativamente “Elite e popolo”.

L’analisi inizia con la disamina del significato della parola “europeista” che ultimamente riscuote sempre più perplessità.

«Mi chiedo che cosa significhi questa ideologia europeista. Ne deduco che esista un valore denominato Europa. Ma allora vorrei capire se esiste anche un valore Asia o Africa. Perchè non dichiararsi asiatisti o africanisti, piuttosto che europeisti? E l’Australia, dove la mettiamo? Non si sente l’esigenza di uno spirito australianista?»

 

Messo sotto fuoco incrociato lo spirito internazionalista, ciò che le élite propongono in sua vece è una poco elegante riduzione linguistica del coacervo di interessi che ha spostato e sta spostando immense somme di denaro dalle tasche dei cittadini alle loro. Ciò avviene nel nome di quella dottrina europeista che riempie quotidianamente pagine di giornali e programmi televisivi. Dottrina che permette all’AD della Fiat di delocalizzare lasciando a casa migliaia di lavoratori.

«Non bastano i vantaggi che mi offre l’Italia, dichiara Marchionne, perchè se vado in Serbia posso guadagnare di più…mi da un certo fastidio chi sostiene chi ci siano “dottrine” adatte a giustificare comportamenti del genere. Tutto dipende, ripeto, dai rapporti di forza».

A tale riguardo la denuncia di Canfora è precisa:

«L’equilibrio delle forze si è spostato nettamente a favore di questi ceti tecnocratici ristretti, che non intendono farsi governare dal potere politico. Al contrario, sono essi che non solo lo influenzano, lo rimbrottano e lo limitano, ma addirittura lo contrastano apertamente e lo soverchiano».

Quindi lo scenario attuale vede un apparato politico (che dovrebbe regolamentare la vita sociale nel nome del massimo profitto per i cittadini) succube di quelle forze elitiste, e si ritrova ad assecondare ogni loro capriccio, semantica inclusa. Tutto ciò si traduce in una «perdita di sovranità degli Stati nazionali, in particolare dell’Italia, rispetto all’influenza dei mercati finanziari».

Questo stato di cose, nel quale i cittadini sono destinati a perdere sempre più potere a favore delle élite, è determinato da un processo ben definito: “via via che si internazionalizza la produzione cresce enormemente il potere di ricatto della grande industria e delle banche.”

La globalizzazione è quindi quel processo che permette a grandi industrie e banche di entrare a pieno titolo nelle aule parlamentari per far valere i propri interessi a tutto svantaggio di quelli dei cittadini. Ma il profitto (di cui banche e corporation sono gli attuali maggiori difensori) non è anche fautore dello sviluppo?

«Il problema è esattamente questo: se si debba ritenere che il profitto sia un valore assoluto, in quanto unico possibile motore dello sviluppo, o se lo sviluppo stesso possa essere un fatto sociale, che non si basa necessariamente sul tornaconto individuale. E’ un dilemma con cui siamo alle prese da secoli. Io sono convinto che i capitalisti non siano benefattori dell’umanità e che la crescita economica non passi necessariamente per l’esaltazione di un egoismo esasperato, individuale o collettivo».

Eppure ci dicono che le attuali politiche europee siano l’unico approdo sensato per evitare il disastro del ritorno alle monete locali.

«Io contesto alla radice l’attuale retorica europeista. Ci viene fatto credere che questo tipo di costruzione, che notoriamente ci penalizza rispetto alla megapotenza tedesca, sia l’unica possibilità di realizzare delle aggregazioni significative a livello internazionale. Invece ne esistono altre».

L’intervistatore a questo punto pone una domanda essenziale:

«Lei giudica l’ingresso nell’euro una scelta fallimentare?

Sì. Capisco il PD che la difende, ma è solo perchè non ha altro da dire. Se si toglie l’euro, che ci ha rovinati, tutta l’esperienza di governo del centrosinistra, con Romano Prodi e con Carlo Azeglio Ciampi, è finita. Che cosa hanno combinato gli eredi del PCI, da quando quel partito si è sciolto? Hanno procurato agli italiani un po’ di miseria in più tramite la scelta di entrare nell’euro, compiuta per giunta in modo autocratico, senza alcun referendum. Mi sembra piuttosto che stiamo smantellando metodicamente lo Stato sociale proprio in nome dell’Europa…siamo di fronte a un’enorme ondata di disagio e di rifiuto da parte dei cittadini, ai quali è stato impedito di dire la loro quando dall’alto calavano decisioni pesantissime o, peggio ancora, presentate in maniera ingannevole. L’introduzione dell’euro venne esaltata come un grande passo in avanti e invece ha portato al dimezzamento dei salari. Facciamo una terapia di salasso dei contribuenti e di macelleria sociale senza limiti solo per poter dire che l’Europa, cioè la Germania con i suoi vassalli nordici, è una grande potenza? Non mi pare un valore per cui sacrificarsi. Non abbiamo un governo (se ce l’abbiamo, è quello tedesco), non abbiamo un esercito, non abbiamo una statualità di tipo elvetico o statunitense. Abbiamo solo una moneta, che serve alla Germania per imporre all’eurozona i suoi prodotti, peraltro validissimi, mentre noi italiani rinunciamo ad avere una forza espansiva sui mercati. Inoltre, per puntellare tutto ciò, bisogna bastonare la Grecia, mettere in ginocchio la Spagna, schiaffeggiare il Portogallo, stangolare Cipro….Ma neanche la Santa Alleanza arrivava a tanto. E non si intravede una prospettiva a questo calvario».

Dall’analisi appena letta sembra che non esista attualmente alcuna alternativa, nessuna “exit strategy”. E invece…

«Secondo me i tedeschi terranno in piedi l’euro finchè farà comodo alla loro economia, ma hanno già pronta una via di uscita. Tutta l’Europa orientale è ai loro piedi. Polacchi, sloveni, slovacchi, romeni, bulgari sono in ginocchio con il piattino in mano e riconoscono la Germania come paese leader. In fondo così si realizza il grande sogno del Fuhrer, il primo vero “europeista”. L’unico suo errore fu pensare di raggiungere quel risultato con i carri armati».

Bene, la Merkel ha raggiunto quegli scopi europeisti che Hitler non riuscì a portare a termine. Evidentemente l’euro è ben più potente dei carri armati. A parità di manipolazione mediatica e propaganda, s’intende.

Ma esiste una qualche cura, un vaccino contro questo morbo che ha ormai infettato tutta l’Europa?

«A mio parere, il luogo dove le tendenze oligarchiche dominanti possono e devono essere messe in discussione è il laboratorio immenso costituito dal mondo della formazione e della scuola..è lì che l’educazione antioligarchica, su base critica, può farsi strada».

Forse è per questo che l’attuale Stato ha deciso di depotenziare l’istruzione pubblica.

Fonte: Appello al Popolo

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