Non è facile spiegare l’origine della divisione in classi della società umana. Tutti quelli che hanno cercato di indagare questo processo non hanno potuto basarsi altro che su ipotesi e hanno fornito solo risposte parziali, relativi a singoli aspetti della società umana. Il fatto è che tutte le società primitive che sono state scoperte erano comuniste, mentre tutte le società più sviluppate esistenti sul pianeta erano già rigidamente divise in classi all’epoca in cui si riferiscono i più antichi documenti storici.

Non abbiamo speranza di avere notizie dirette sul cosiddetto “periodo di transizione” tra il comunismo primitivo e la comparsa della schiavitù e della proprietà privata. Quest’ultima istituzione è ancora più difficile da spiegare della prima. Infatti, molti studiosi attribuiscono la comparsa della schiavitù alla guerra fra tribù dopo la nascita dell’agricoltura, quando far lavorare, il nemico prigioniero fu ritenuto più utile che adottarlo o ucciderlo. Tuttavia non si capisce quando e come gli stessi schiavi e le terre su cui lavoravano divennero proprietà dei singoli individui, cessando di essere patrimonio comune della comunità di villaggio. E’ espressiva la frase con la quale Engels, nel suo libro dedicato all’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, afferma che: “Non sappiamo ancora come e quando gli armenti, da proprietà comune della tribù o della gens, entrarono in possesso dei singoli capifamiglia.”

L’origine del classismo è ancor più misteriosa se si tiene conto che il comunismo era molto radicato nella coscienza degli uomini primitivi. Famoso è il caso degli indiani d’America, presso i quali l’appropriazione individuale dei beni della tribù era considerata un’infamia gravissima che comportava la messa al bando dalla vita sociale. Fra gli indiani i grandi cacciatori erano oggetto di ammirazione morale, ma non avevano vantaggi materiali; i prodotti della caccia erano spartiti in parti uguali anche tra coloro che per qualsiasi motivo non vi avevano partecipato.

Tutta la religione e l’etica del pellerossa si fondavano sul mantenimento dell’armonia tra l’uomo e la natura e tra gli uomini stessi. Questi principi morali erano comuni anche a tutte le altre comunità primitive del pianeta che non erano state, “contaminate” da civiltà più avanzate. Montaigne, nei suoi “Saggi”, racconta che i primi indios delle Antille che erano stati portati in Francia nel Cinquecento rimasero stupefatti nel vedere che la nostra società era divisa tra poveri e ricchi; essi non riuscivano a capire come ciò fosse possibile. Come potevano alcuni uomini vivere nel lusso mentre altri morivano di fame? Come potevano i poveri astenersi dall’assaltare le case dei ricchi, depredarle e dargli fuoco? Queste domande formulate da persone giunte per la prima volta in contatto con la nostra civiltà non hanno mai avuto una risposta soddisfacente, ma una spiegazione deve pur esistere.

Gli uomini preistorici vivevano allo stato di natura e in maniera semplice, riunendosi in piccoli gruppi tenuti insieme dai vincoli di parentela e senza specializzazioni di mansioni; ognuno poteva fare tutto quello che facevano gli altri, o quasi. La piccola tribù e l’ambiente circostante erano tutto l’universo dell’uomo primitivo, il quale aveva immediatamente sotto gli occhi tutta la realtà, realtà che lui era in grado di intendere perfettamente. Tutti i membri partecipavano direttamente all’amministrazione della tribù, cosa resa possibile dalla piccola estensione territoriale e dal ridotto numero degli abitanti, oltre che dalla semplicità delle mansioni da svolgere in una società che viveva di caccia e di raccolta. La democrazia diretta era il fondamento dello Stato primitivo, Stato di cui ogni essere umano poteva veramente dire di far parte.

Non c’era differenza tra governanti e governati. Se era commessa un’infrazione, essa appariva immediatamente sotto gli occhi di tutti. Qui, e solo qui, era veramente possibile la democrazia diretta. Per la stragrande maggioranza temporale della sua storia tutta l’umanità è vissuta in questo modo. La fine dell’ultima glaciazione, 10.000 anni fa, segna una svolta importantissima nella storia dell’umanità. Il cambiamento climatico produsse una crisi perché molte specie animali sparirono, in particolare le più grandi, (mammut, rinoceronti lanosi, cervi giganti), privando i cacciatori di quelle che fino allora erano state le loro principali prede. Molte zone costiere furono sommerse per l’innalzamento del livello dei mari. Una vastissima zona come il Sahara, che era stata fertile e rigogliosa e quindi abitata da numerosi ed evoluti gruppi umani, divenne sterile e desertica. Mentre l’Europa si liberava dai ghiacci e si ricopriva di foreste, il Medio Oriente passava da un clima di forte piovosità a un clima secco e arido.

In quest’ultima zona, che si rivelerà importantissima per la storia dell’uomo, le foreste si ritirarono e scomparvero i daini, principali prede degli uomini di quelle regioni. Gli uomini reagirono a questa crisi raffinando le tecniche di caccia, creando strumenti migliori, e introducendo l’allevamento degli animali domestici; quest’ultima innovazione produsse una fonte di cibo più stabile e sicuro. Si cominciò anche a mietere il grano selvatico che cresceva spontaneamente. Più tardi, intorno al 5.000 avanti Cristo, fece la sua comparsa, per la prima volta in Mesopotamia, l’agricoltura. E’ probabile che essa sia comparsa all’inizio come fonte di foraggio per gli animali domestici e che in un secondo tempo sia stata usata per l’alimentazione umana.

Quella che è stata definita la “rivoluzione neolitica” provocò la nascita dei primi villaggi stabili e sedentari, poiché’ gli uomini dediti all’agricoltura e all’allevamento non dovevano più migrare alla ricerca delle prede. L’agricoltura permise inoltre l’accumulazione di risorse mai viste prima di allora, permettendo l’aumento della popolazione e la comparsa di mestieri che non erano legati alla produzione del cibo, come gli artigiani, i mercanti, i sacerdoti, gli amministratori. Si creò una società complessa, basata sulla divisione del lavoro e sulla specializzazione delle funzioni, società che inoltre continuava a ingrandirsi: la popolazione cresceva provocando a sua volta l’estensione dei campi coltivati e degli insediamenti abitativi. Dal semplice villaggio mesolitico, che ricordava ancora in parte i piccoli gruppi primitivi, si passò alla grande città con la sua cinta muraria, con la sua complessità interna, con la sua popolazione di migliaia di abitanti.

Nei primi villaggi, l’assemblea della comunità, a cui tutti gli individui in un modo o nell’altro contribuivano, era ancora sufficiente a tenere insieme tutto il popolo. Nelle grandi città la massa era troppo estesa per riunirla tutta insieme. La divisione del lavoro produsse una prima frammentazione della comunità: quelli che facevano un certo mestiere, non erano in grado di farne altri. La complessità e la vastità della società umana impedivano per la prima volta all’individuo di avere una visione complessiva del suo mondo: era possibile che qualcuno compisse dei misfatti a danno della collettività senza che gli altri se ne accorgessero. La democrazia diretta non era più possibile, e non si riuscì a immaginare, nelle condizioni di allora, nessun valido sostituto. Comparve quindi la differenza tra governanti e governati.

Tuttavia alcune istituzioni di democrazia indiretta, anche se imperfette, come l’assemblea dei capi di ogni gens (per gens s’intende una stirpe tenuta insieme da vincoli di parentela) continuarono per un certo periodo a funzionare, così come si continuò a usufruire in comune delle terre coltivate. La mentalità dominante era ancora collettivista. La nascita dell’agricoltura aveva prodotto anche la prima grande divisione dell’umanità tra i popoli agricoltori e sedentari, e i popoli che erano rimasti cacciatori e nomadi.

Era la prima volta che si creavano due mondi umani totalmente diversi, i cui modi di vivere erano estranei e incomprensibili l’uno all’altro. Le grandi città con il loro esteso agglomerato urbano, con i loro campi circostanti molto estesi, con i loro imponenti canali d’irrigazione e con i loro rifiuti avevano già iniziato a perturbare l’ambiente naturale, monopolizzando le già ridotte risorse di una zona a clima torrido. Inoltre le città continuavano a crescere e se ne creavano di nuove. L’espansione delle città, dei campi coltivati, dei pascoli e delle opere di canalizzazione riduceva i territori di caccia. Era perciò inevitabile che le tribù nomadi si sentissero minacciate da questo processo che intaccava le basi della loro sopravvivenza, cioè l’ambiente naturale, e che odiassero la civiltà: per loro la vita dei cittadini sedentari era qualcosa che andava contro natura. I cittadini a loro volta consideravano i nomadi come dei selvaggi arretrati che ostacolavano lo sviluppo della civiltà.

Per molti nomadi, i villaggi e le città agricole, con i loro magazzini pieni di ogni ben di dio, costituivano una preda molto ghiotta, sicuramente più ricca della caccia, soprattutto nei periodi in cui non si trovavano prede. Da qui lo sviluppo di guerre sanguinose, molto più vaste e distruttive delle scaramucce che potevano esserci state nel passato tra le diverse e piccole comunità di cacciatori. Non per caso la prima caratteristica che distinse le città dalle altre comunità umane fu la comparsa delle mura difensive. E’ facile immaginare anche che quando i raccolti andavano male, gli abitanti delle città cercassero di depredare altre città. Nacque la guerra di rapina anche tra le città e i villaggi agricoli. Era naturale che questi conflitti sanguinosi facessero cambiare la mentalità degli uomini, provocando forse un sentimento nuovo nell’animo umano, l’odio e il disprezzo verso altri esseri umani.

I nomadi erano considerati dai cittadini come dei barbari incivili che si appropriavano dei frutti del lavoro altrui. Il razzismo, una volta penetrato nella coscienza umana, era destinato a svilupparsi, prima verso i nomadi, poi verso le altre città e villaggi, infine tra gli abitanti della stessa città. Il peggioramento della coscienza morale fu contrassegnato dal sorgere della convinzione che non tutti gli uomini avessero gli stessi diritti: questo fatto, unito all’impossibilità di esercitare l’unica forma di democrazia allora conosciuta (la democrazia diretta), apriva le porte alla disuguaglianza.

La guerra divenne un’attività importantissima: nacque l’esercito permanente, si sviluppò l’ideologia della guerra e della conquista, nacque l’ammirazione verso i condottieri e i capi militari. L’organizzazione della guerra aggiunse un altro pesante fardello che gravava sulla produzione agricola. Ormai si era creato lo Stato, inteso come macchina amministrativa separata e sopra la società, e quindi nacquero anche le tasse, necessarie al mantenimento di questa macchina, naturalmente gravanti sull’agricoltura.

La società cittadina non avrebbe potuto funzionare senza un’organizzazione, quest’organizzazione divenne l’insieme dei funzionari, amministratori, capi militari, i quali acquisirono un potere rispetto alla massa del popolo. Poiché’ questa burocrazia era la stessa che doveva amministrare le risorse contenute nei magazzini e a prelevare le imposte per il proprio mantenimento, era inevitabile che si appropriasse di parti eccessive della ricchezza collettiva, a danno della popolazione. Prima si trattò di semplice corruzione, ma più tardi si trasformò in un vero e proprio sfruttamento di classe.

Un altro modo di accumulare ricchezze illecite era di lucrare sullo scambio dei prodotti, vale a dire sul commercio, sia all’interno delle città sia tra diverse città. Ancora una volta erano i funzionari statali che potevano dedicarsi ad attività commerciali e speculative, ma si creò anche una classe di mercanti puri che svolse un’opera importantissima nel creare legami economici tra città diverse. Un altro modo per arricchirsi era fornito dalle guerre di rapina e di conquista, nelle quali chi poteva manteneva per se’ una parte dei bottini conquistati. I prigionieri sconfitti, considerati non come esseri umani, ma come oggetti, erano fatti schiavi e costretti a lavorare per i vincitori.

La guerra produsse quindi la prima grande divisione sociale tra sfruttatori e sfruttati, tra padroni e schiavi: iniziava l’era dello schiavismo, base economica della società antica. Si cominciò allora a considerare l’uomo come oggetto manipolabile e sfruttabile a proprio piacimento, come gli animali da allevare o le piante da coltivare. La cattura di nuovi schiavi divenne più tardi la principale motivazione delle guerre. Si creò tutto un apparato corretto per controllare gli schiavi e il loro lavoro. Le differenze sociali erano destinate a svilupparsi anche all’interno della cerchia dei conquistatori. I prodotti della terra, il bestiame e gli schiavi stessi furono suddivisi tra i membri della società in maniera sempre più diseguale e iniqua, a tutto vantaggio di quel gruppo sociale che deteneva il potere politico. Le imposte, spesso eccessive, creavano difficoltà ai contadini, mentre si creò una differenza di ricchezza nella società tra chi aveva più bestiame, più schiavi e più prodotti agricoli di altri.

Solo la terra rimaneva ancora un patrimonio comune, ma il suo rendimento, in effetti, non lo era più, e quindi il possesso comune del suolo era ormai svuotato di significato. Accanto alla differenza tra liberi e schiavi, comparve anche quella tra ricchi e poveri. La società era ormai divisa tra classi privilegiate e classi sottomesse e sfruttate. Questo fatto trasformò anche le strutture dello Stato, cancellando gli ultimi residui di democrazia primitiva basati sui rapporti di parentela, ormai anacronistici in una società così vasta e diversa. Ormai le uniche gens, vale a dire gruppi di famiglie consanguinee, che contavano, erano quelle che avevano in mano il potere: da esse derivò la nobiltà, classe sociale i cui privilegi si basava appunto sui legami di sangue.

Se nelle comunità primitive i legami di sangue erano stati alla base della democrazia naturale e dell’uguaglianza, nelle grandi città si rovesciavano nel loro contrario. Le grandi famiglie nobili nominarono un capo supremo, il re, incaricato di governare la città in maniera assoluta, nell’interesse delle classi privilegiate.  Le assemblee collegiali, ormai considerate un inutile impaccio nella gestione del potere, furono sciolte. I ricchi ormai avevano l’abitudine di sbrigare tutte le faccende in rapporti privati tra di loro e con il re, e odiavano le assemblee, il quale, pur non rappresentando più il popolo, poteva continuare a esprimere ogni tanto qualche barlume d’interesse collettivo. E’ probabile che in molti casi la figura del re sia nata da quella del capo militare più importante, e sicuramente nelle società più bellicose e militarizzate il re deve essere stato nominato direttamente dall’esercito. Comunque sia, era nata la monarchia assoluta, sistema di governo che allora apparve come il migliore per mantenere sottomesse le classi inferiori.

La religione, che prima si basava sull’adorazione delle forze della natura, adesso si basò sull’adorazione dei gruppi umani che detenevano il potere, e in particolare del re, considerato la massima autorità dell’universo, l’architetto supremo dal quale tutto dipendeva. Il re-dio fu il primo esempio di culto della personalità nella storia, culto che era funzionale a mantenere sottomesse le classi sfruttate. Questa rivoluzione culturale e religiosa deve essere stata elaborata dalla casta sacerdotale, anche lei detentrice dei vantaggi delle classi sfruttatrici, aiutata in ciò dall’ideologia della conquista militare e del condottiero, che, circonfuso da un’aureola di gloria e di eroismo, soggioga gli altri popoli nell’interesse del proprio popolo. Inoltre gli stessi individui, persi in una società che era diventata alienante e incomprensibile, si sentivano rassicurati nell’adorare una figura stabile come il re.

La guerra, esercitata esclusivamente dagli uomini, era destinata anche a svalutare il ruolo della donna, creando le premesse della disparità tra i due sessi. Più tardi, con la proprietà privata della terra, il ruolo della donna sarà ancora più sminuito perché’ l’unica linea discendente, e quindi ereditaria, considerata valida, sarà quella maschile. Forse in origine la monarchia era elettiva, anche se naturalmente nell’ambito di un gruppo ristretto, ma poi, per l’evidente effetto di una società segnata dal dominio delle singole famiglie e dai rapporti di parentela, essa divenne ereditaria.

Abbiamo quindi seguito la trasformazione della società dal comunismo primitivo al classismo, e l’abbiamo spiegata con la tesi che prima sia nato lo Stato, e poi da questo il classismo. E’ una tesi discutibile, poiché tutti hanno sempre cercato di spiegare il processo al contrario, cioè prima nascono le classi e poi lo Stato. Forse è come dire se prima sia nato l’uovo o la gallina. Tuttavia ritengo che la tesi secondo la quale il popolo di una civiltà estesa non potesse più controllare, con il metodo della democrazia diretta, l’amministrazione della propria società, mi sembri molto convincente per spiegare il sopravvento al potere dei ceti privilegiati. E’ una teoria che stringe ancora di più, rispetto a quello che comunemente si ritiene, il nesso tra democrazia e socialismo.

Non abbiamo ancora affrontato il tema dell’origine della proprietà privata della terra, perché’ in alcune società essa non occorse. Il processo che abbiamo descritto si produsse per la prima volta in Mesopotamia, ma esso era destinato a ripetersi ovunque nascesse una nuova civiltà, anche se ogni civiltà sviluppò caratteristiche sue. Nelle società dell’Asia orientale e centro-meridionale le terre rimasero formalmente di proprietà comune, anche se il loro usufrutto fu appannaggio privilegiato delle caste nobiliari-feudali che si riconoscevano nello Stato. In Cina i contadini erano soggetti al potere e allo sfruttamento economico dei mandarini, i quali erano funzionari dello Stato e nobili allo stesso tempo. La schiavitù non c’era, o se c’era, aveva un ruolo del tutto marginale.

Il sistema di produzione schiavistico rimase una caratteristica del Medio Oriente, del bacino del Mediterraneo e dell’Europa romana; altrove si affermò quello che Mare definì il “modo di produzione asiatico”, caratterizzato appunto dalla compenetrazione profonda tra classi privilegiate e Stato, e dalla quasi assenza della schiavitù. Vista l’importanza del ruolo socio-economico dello Stato, non c’è da stupirsi se in Cina prevalse la religione di Confucio, che si basava sull’adorazione dello Stato. Nel corso della plurimillenaria storia dell’impero cinese si verificarono numerose rivolte contadine, alcune delle quali coronate da successo: ma una volta al potere, i contadini vittoriosi tendevano sempre a ricreare le precedenti ingiustizie sociali perché’ non avevano una concezione dello Stato alternativa a quella confuciana.

In Giappone si affermò lo shintoismo, religione che si basa sul culto dell’imperatore. In India e nel Tibet, dove la società era suddivisa in caste ancora più rigide, si affermarono religioni come l’induismo e il buddismo, il quale predicava al popolo la rassegnazione a una vita di stenti e di miseria, con la promessa di una vita migliore nella successiva reincarnazione. Il modo di produzione asiatico fu caratteristico anche delle grandi civiltà precolombiane d’America. Esso fu quello che probabilmente si affermò già tra gli antichi Olmechi e Toltechi del Messico. Tra i Maya dell’America centrale s’impose il potere indiscusso della casta dei sacerdoti-astronomi. Più tardi, nell’impero messicano degli Aztechi si affermò il potere delle caste dei sacerdoti e dei guerrieri, la cui orribile religione imponeva numerosi e frequenti sacrifici umani.

Un discorso a parte merita l’impero degli Incas, situato nel Perù. La civiltà incaica fu quella dove maggiormente permasero le vestigia del comunismo primitivo, e a un livello molto alto, tanto che alcuni parlano di “Impero socialista degli Incas”; gli illuministi del Settecento contribuirono ad alimentare il mito del comunismo incaico, visto come il miglior sistema di governo che mai ci fosse stato nel mondo. Nella società incaica ogni bene economico, non solo la terra, era considerato patrimonio comune. Le autorità imperiali provvedevano poi a redistribuire le risorse in maniera quasi egualitaria tra tutte le province e tutti gli abitanti dell’impero: ogni famiglia, per il semplice fatto di esistere, aveva diritto alla sua casa e al suo pezzo di terra, il quale doveva essere sufficiente a sfamare tutti i membri della famiglia. Se la famiglia cresceva di numero, l’appezzamento di terreno doveva crescere in proporzione.

I funzionari imperiali vigilavano sui bisogni della comunità e provvedevano a segnalare all’imperatore ogni necessità che poteva insorgere nelle varie località; l’imperatore provvedeva a soddisfarla. In questo modo lo Stato assicurava l’esistenza a tutti i cittadini. Esisteva anche una rotazione nei lavori più pesanti e faticosi: ogni cittadino era chiamato a turno a sostituire gli altri nei lavori di costruzione, di trasporto, di estrazione mineraria e naturalmente anche di agricoltura. Lo Stato organizzava minuziosamente tutta la vita dei singoli individui, compresi i divertimenti, che erano frequenti e intensi.

Gli abitanti dell’impero incaico furono sicuramente più felici rispetto a quelli di altre civiltà antiche, e questo rendeva l’impero molto forte e solido, ciò che era probabilmente l’obiettivo delle autorità incaiche. Ogni volta che l’impero si estendeva, nelle nuove località era applicato il regime sociale incaico con tutti i vantaggi che ne derivavano; fu questo che permise all’impero di raggiungere un’estensione molto vasta in una zona che è molto impervia e difficile come la catena montuosa delle Ande. Le terre erano suddivise in ogni località: una parte dei terreni erano riservati al mantenimento dello Stato, per l’esercito, i funzionari, i sacerdoti, l’imperatore e la sua corte, e i contadini erano tenuti a lavorare anche queste terre. Un’altra parte delle terre era riservata al mantenimento della comunità di villaggio, ai contadini e alla popolazione in generale. Sembra tuttavia che i membri dello Stato, della corte e del clero godessero di diversi privilegi, per cui anche lo Stato incaico non più essere definito socialista; si trattava di un altissimo sistema assistenziale e provvidenziale.

Lo Stato poi era autocratico: l’imperatore aveva un potere assoluto ed era anche lui oggetto di adorazione religiosa, era cioè considerato un dio o semidio, la popolazione non aveva nessun potere politico. La religione della casta sacerdotale dominante imponeva anche qui alcuni sacrifici umani. Sembra che al momento in cui fu scoperta, agli inizi del XVI secolo, la civiltà incaica avesse soltanto poco più di un secolo di vita; forse gli elementi di socialismo si erano conservati perché’ questa civiltà era di origine così recente. E’ probabile però che con il passare dei secoli anche questa società si sia degradata; basti pensare che quando nel 1533 i conquistadores spagnoli distruggessero selvaggiamente l’impero incaico, la loro azione fu facilitata da una guerra civile in corso tra due gruppi nobili che si contendeva il trono.

E’ curioso notare che alcune sopravvivenze del comunismo primitivo sono continuate anche nelle nostre società fino a epoche abbastanza recenti. Basti pensare che in Russia i famosi”oscini”, cioè la comunità di villaggio agricola che fu studiata da Chernjsceski, Marx ed Engels, sopravvissero fino al 1907, cioè fino a quando fu distrutta dalla riforma agraria privatistica promossa dal primo ministro russo Setolini.

Ritorniamo ora alla Mesopotamia tra 6000 e 7000 anni fa. Come nacque la proprietà privata della terra? Forse dalla guerra. Il prestigio acquisito dai capi e dai membri dell’esercito può aver spinto a dividere le terre conquistate tra coloro che si erano distinti in battaglia: alcune terre furono cioè concesse in diritto esclusivo ai singoli combattenti, e probabilmente soprattutto ai capi. Un altro meccanismo può essere stato innescato dai re. Infatti, analogamente a quanto avvenuto nell’impero incaico, alcune terre possono essere state riservate al mantenimento dello Stato, solo che in questo caso, invece della rotazione tra i contadini del villaggio, erano fatte lavorare dagli schiavi.

Queste terre e questi schiavi divennero dominio esclusivo del re e della sua famiglia, altre possono essere finite in mano dei dignitari di corte, dei funzionari e dei sacerdoti. Sia in un modo sia nell’altro, numerose terre divennero proprietà esclusiva di singoli individui e il processo, una volta innescato, erano destinate a estendersi rapidamente: anche le terre rimaste comuni finirono prima o poi per essere suddivise tra vari padroni. I contadini stessi ormai non traevano più vantaggi reali dalla formale proprietà comune delle terre, mentre il re poteva disporne a proprio piacimento e assegnarle a chi voleva.

Il processo di privatizzazione deve essere stato facilitato anche dal sempre crescente peso del lavoro degli schiavi; infatti, lo schiavismo fece cadere in disprezzo il lavoro stesso, considerato come un’attività vile e infamante, che solo uno schiavo poteva compiere. Non si poteva lavorare la terra senza schiavi, ma per avere gli schiavi era necessario comprarli; si finì perciò per vendere anche le terre. Una volta creata una parziale proprietà privata della terra, il processo fu completato anche dal commercio che se ne fece: le terre furono barattate, comprate e vendute come qualsiasi altra cosa, portando alla scomparsa di ogni residuo comunitario. Il più antico documento scritto finora conosciuto, ritrovato nella città di El-Unhimir, sul corso medio dell’Eufrate in Mesopotamia, città che 6000 anni fa si chiamava Kish, reca incise le seguenti parole: “Questo campo è mio; adesso lo vendo a te; da questo momento questi attrezzi e questi buoi che prima erano tuoi sono miei”. Queste sono state le prime cose che l’uomo ha sentito il bisogno di scrivere.

La scrittura deve essere nata proprio per soddisfare esigenze di questo genere, senza contare che l’invenzione della scrittura fece nascere anche un’altra classe molto potente e privilegiata, quella degli scribi. Gli archeologi ritengono che il documento di Kish risalga al 3500 avanti Cristo, 5500 anni fa: quindi a quell’epoca la proprietà privata della terra era già una realtà di lunga data. Poiché’ i ricchi potevano comprare estensioni di terra molto grandi, si crearono ben presto vasti latifondi lavorati da schiavi. I piccoli proprietari e i contadini poveri si trovarono svantaggiati rispetto alla grande proprietà, poiché’ bastava un cattivo raccolto per finire in miseria. Molti, indebitatisi con i grandi proprietari per acquistare sementi, attrezzi e schiavi, si ritrovavano nell’impossibilità di pagare i debiti e diventavano schiavi essi stessi, mentre la loro terra andava a ingrassare il latifondo.

Il fisco poi tartassava i piccoli proprietari e lasciava in pace i grandi latifondisti. Molti contadini, ridotti in miseria nera, si riversavano in città in cerca di lavoro e di assistenza, dove alimentavano la disoccupazione urbana. I poveri liberi vivevano in condizioni peggiori degli schiavi. Eppure il povero libero non si sentì mai, in tutta l’antichità, solidale con lo schiavo: egli riteneva pur sempre di essere superiore a un individuo che l’ideologia dominante considerava come un animale. Questa divisione delle classi subalterne, unita alla mancanza di cultura e d’ideologia politica, favoriva il potere delle classi dominanti. Anche se ogni tanto esplodevano delle ribellioni, esse erano quasi sempre disorganizzate ed erano facilmente represse dalla forza militare.

Le città-stato del Vicino Oriente finirono poi per fondersi in Stati sempre più grandi. Molte città e territori finirono nelle mani di Stati invasori che le sottomisero riducendo gli abitanti in schiavitù. Altre città si unirono invece spontaneamente, sia per l’evoluzione di patti di alleanza militare, sia per l’integrazione economica sia era stata creata dai rapporti commerciali. Molti re di singole città divennero, in un modo o nell’altro, dei semplici governatori. In molti casi le classi privilegiate locali accettarono di buon grado l’affermazione di un potere esterno più forte, perché’ esso poteva servire per controllare meglio le classi sottomesse. Nacquero così i primi regni composti da diverse città, all’inizio ancora fragili e sul punto di tornare sempre a dividersi, per arrivare infine ai grandi e vastissimi imperi costruiti prevalentemente con la forza militare.

In uno Stato ancora più grande, esteso addirittura per migliaia di chilometri quadrati e abitati da centinaia di migliaia di persone che parlavano anche lingue diverse, la possibilità anche minima di un controllo democratico del potere si estingueva completamente, anche perché’ nell’antichità i mezzi di comunicazione erano lentissimi e tutt’altro che efficienti. Senza contare che la stessa ideologia della conquista militare escludeva per principio qualsiasi idea democratica. E’ questa la vicenda dei Babilonesi, dei Sumeri, degli Assiri, dell’antico Egitto dei faraoni, degli Ebrei, dei Fenici, degli Ittiti, dei Micenei, dell’Impero Persiano, e più tardi, anche se con forme politiche diverse, anche dei Greci e dei Romani.

Il processo di costruzione della nostra civiltà classista si può ritenere concluso con l’introduzione del denaro, cioè di un mezzo di scambio che si sostituiva al baratto e che aveva un valore universale, permettendo di risolvere in modo semplice le infinite controversie sul valore delle merci scambiate. Con i soldi era possibile comprare tutto, bastava ovviamente averne. Furono i metalli, scoperti poco dopo l’introduzione dell’agricoltura, a essere usati come misura del valore delle merci. I metalli furono usati come indicatori di valore in base al loro peso, ma all’inizio non avevano una forma ben precisa. Sembra che il primo Stato a introdurre l’uso della moneta coniata sia stato nel VII secolo avanti Cristo il piccolo regno di Lidia, situato in Asia minore, (l’odierna Turchia), in una zona che si trovava al centro di vasti traffici commerciali. L’ultimo re di Lidia, Creso, detronizzato dai conquistatori persiani nel 546 avanti Cristo, divenne proverbiale per le immense ricchezze che aveva accumulato.

Una volta inventato, il denaro metallico si diffuse in tutto il mondo “civile”, permettendo, tra le altre cose, la nascita del prestito a interesse e quindi dell’usura e dello strozzinaggio. Il denaro diventò il nuovo dio di fronte al quale gli uomini s’inchinarono. La piccola società autoregolata dell’epoca primitiva aveva lasciato il posto a una grande società differenziata, priva di controllo e profondamente ingiusta.

Vinicio Dolfi

Voci dalla Strada

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