Autore: lobbyingitalia
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(Giovanni Gatto) Il processo di regolamentazione dell’attività di lobbying in Irlanda sta avendo un’accelerata negli ultimi mesi. Dal 2011, per la prima volta dopo ottant’anni, il Fine Gael, partito che può essere inquadrato nel centrodestra con posizioni conservatrici, cattoliche ed europeiste, è diventata la prima forza del Paese scalzando ilFianna Fàil, partito repubblicano che deteneva il precedente Governo[1], e ha dato vita ad una coalizione guidata da Enda Kenny insieme al Labour Party. Il Governo ha portato avanti il Lobbying Bill 2013, una proposta di regolamentazione del sistema lobbistico gaelico, che tutt’oggi è al centro del dibattito tra le forze politiche di maggioranza ed opposizione.

Non è la prima volta che le parti politiche prendano in considerazione la possibilità, o meglio l’opportunità, di regolamentare il fenomeno lobbistico. Tentativi in tal senso sono stati portati avanti soprattutto dal partito Laburista, che presentò progetti di legge due volte nel 1999 e poi nel 2000, 2003 e 2008. Nel 2007 l’Istituto di Pubbliche Relazioni Irlandese richiese una “legislazione credibile per la quale le società di lobbying dovessero regolarmente dichiarare i clienti per cui lavoravano”, e in risposta ricevette la possibilità, per i lobbisti registrati, di ottenere un pass di accesso libero al Dàil, il Parlamento irlandese. Anche il Fianna Fàil pubblicò un progetto di legge nel gennaio 2012[2].

Il progetto di regolamentazione delle lobby da parte del Fine Gael e del Labour Party è partito nel 2011, e fece parte del vasto programma di riforme portato avanti dal Ministro per la Spesa Pubblica e le Riforme Brendan Howlin, partito il 17 novembre 2011 e con l’obiettivo di riuscire a portare avanti le proposte nel 2012. Il Governo cominciò quindi una sessione di consultazioni pubbliche ed esaminò le legislazioni sulle lobby presenti nel panorama internazionale, in base ai Principi di trasparenza ed integrità sul lobbying espressi e raccomandati dal Consiglio OCSE del febbraio 2010[3], con un termine per la presentazione delle proposte del 29 febbraio 2012[4].

L’ispirazione per un’opportuna legislazione sulle lobby venne, oltre che dai principi OCSE, anche dall’istituzione del Registro per la Trasparenza congiunto da parte di Parlamento e Commissione Europea[5], avvenuto nel 2011 e ancora oggi in discussione per il suo carattere facoltativo. I principi dell’OCSE, invece, rimandano alle generali raccomandazioni sulla trasparenza e correttezza dell’attività di pressione e sulla necessità di maggiore partecipazione alla decisione pubblica da parte di tutti gli attori interessati[6].

I primi risultati della consultazione furono resi pubblici nei primi mesi del 2012, e ne fu data pubblicamente una lista completa[7]. Una consultazione diretta da parte del Ministro Howlin si ebbe poi attraverso una Conferenza del 5 luglio, in cui vennero presentate le diverse regolamentazioni sulle lobby presenti in varie democrazie (in particolare il Canada, che inviò un rappresentante dello Stato dell’Ontario per illustrare la struttura del sistema lobbistico canadese) e le richieste e proposte da parte di accademici e stakeholders[8]. Dopo questo incontro, l’Unità per le Riforme del Ministero della Spesa Pubblica e delle Riforme emise un comunicato con un primo Policy Paper[9], contenente gli obiettivi del Governo e le modalità per perseguirli.

Il 30 aprile 2013, il Governo ha approvato una prima bozza di normativa sulle lobby[10]. Lo Schema Generale della proposta presenta un tipo di regolamentazione “trasparenza[11]”, con una definizione dell’attività di lobbying, di decisore pubblico e di lobbista (Part I, Head 4: “L’attività di lobbying comprende ogni tipo di comunicazione, diretta o indiretta  da parte di organizzazioni o rappresentanti di organizzazioni o di portatori di interessi o rappresentanti di enti ufficiali nazionali o da organizzazioni o individui remunerati da terzi per la loro attività di comunicazione […] su specifiche politiche, materie legislative o decisioni future nei confronti di pubblici ufficiali o decisori pubblici), la previsione di un Registro dei lobbisti consultabile via internet e basato sul Lobbying Act canadese del 1998 (Part II, con l’obbligo di registrazione per tre volte all’anno – aprile, agosto e dicembre – ma facoltativo come quello dell’Unione Europea) e la creazione dell’ufficio del Lobbying Registrar, un ufficiale di stato civile designato dalle due Camere e nominato dal Primo Ministro per mantenere aggiornato il Registro (Part III). Non prevede norme che incoraggino la partecipazione, allo stesso modo del modello britannico e a differenza del modello statunitense.

Secondo Gary Murphy, Professore alla Dublin City University e co-autore del libro Regulating Lobbying: A Global Comparison, “la registrazione dei lobbisti eviterebbe influenze illegittime come l’abuso di posizioni dominanti di alcuni gruppi di interessi nei confronti di altri; la questione chiave è la trasparenza, che potrebbe dare ai lobbisti l’iniziale fiducia nel sistema e consentire, successivamente, un consolidamento attraverso un registro monitorato da un’autorità indipendente[12]”. Lo stesso Ministro Howlin, nel maggio scorso, ha affermato la necessità di evitare che la parola “lobby” diventasse una “parolaccia”, auspicando piuttosto la possibilità che il decreto governativo fornisce ai cittadini di vivere in una democrazia pienamente funzionante, in cui gruppi di pressione e decisori pubblici dialogano tra loro nel pieno rispetto della correttezza e della trasparenza[13], oltre che favorire il consenso e l’affezione popolare verso la politica dopo i recenti anni di crisi economica e finanziaria; Howlin ha usato gli stessi argomenti durante una interrogazione parlamentare, sempre nel maggio 2013[14].

Dal lato opposto, chi critica la normativa sulle lobby lo fa per motivi molto differenti tra loro. John Devitt diTransparency Ireland ha criticato la previsione di un solo anno di divieto di revolving-doors (il passaggio dal lato del decisore a quello del lobbista, e viceversa) per i politici che lasciano il loro seggio parlamentare, per la presenza di conflitti di interesse ancora alti ad un anno dalla fine del mandato[15]. PJ Mara, ex senatore e responsabile ufficio stampa del Fianna Fàil ed ex consulente del Taoiseach(Primo Ministro irlandese) Charles Haughey, oltre che lobbista per diverse società private, afferma invece che il lobbying è uno “stile di vita” condotto non solo dai gruppi di pressione, ma anche da ONG, banche, imprese, sindacati, gruppi sportivi e persino politici, e non necessita una legislazione forte in quanto le norme vigenti sono già abbastanza opportune per garantire trasparenza e correttezza dell’attività di influenza; paragona il sistema irlandese a quello europeo, in cui l’attività di lobbying si svolge in ogni modalità ed ai massimi livelli; non reputa la legislazione sul lobbying utile a proteggere i gruppi di pressione più deboli all’interno del “business delle lobby”, e ritiene più opportuna una legislazione sui funzionari pubblici, che spesso bloccano le decisioni politiche, rispetto che ai membri del parlamento[16]. Uno studio portato avanti da tre accademici delle università irlandesi (Raj Chari, delTrinity College, lo stesso Gary Murphy del DCU e John Hogan del DIT), basato su sistema di classificazione del Center for Public Integrity (CPI) degli Stati Uniti, ha tentato di misurare l’efficacia della regolamentazione delle lobby nelle principali democrazie in cui è prevista. Lo studio ha mostrato che il sistema irlandese si situa in una fase iniziale e in ogni caso ancora insufficiente della piena trasparenza dell’attività di lobbying[17]. Infine, pochi giorni fa è arrivata la bocciatura da parte di Nigel Heneghan, presidente della Public Relations Consultants’ Association (PRCA), che ha affermato in un’intervista che le proposte del Lobbying Bill 2013 fossero “troppo burocratizzanti”, e inoltre ha inoltrato una proposta al Governo affinché le norme permettessero “un campo d’azione aperto ed equilibrato”, senza la presenza di preferenze nel campo della rappresentanza degli interessi particolari, ma con la necessità di trasparenza e apertura nei confronti di tutti[18].

La situazione in Irlanda è quanto mai fluida. Il passo, coraggioso, del Governo del Fine Gael deve essere accompagnato, come in ogni tipo di politica pubblica che sposta gli equilibri in vigore nella società, dal consenso popolare più ampio. È in vigore un processo che può portare un Paese, che negli scorsi anni fu esempio negativo di crisi economica, verso una crescita della democrazia interna e, conseguentemente, della competitività internazionale.


[11] Cfr. Petrillo P. L., Democrazie sotto pressione – Parlamenti e lobby nel diritto pubblico comparato, pp. 95-190.
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