Da Climatrix.org

Fonte: Yuri Leveratto *
Nel 2010 mi trovavo nello Stato brasiliano di Amapá e stavo viaggiando dalla capitale Macapá verso nord, allo scopo di conoscere e studiare l’interessanteCromlech di Calçoene, un monumento megalitico circolare che si trova nel comune di Calçoene, a circa 600 chilometri dalla capitale.
Già dopo pochi chilometri di distanza dalla città mi resi conto che ad entrambi i lati della strada asfaltata vi erano immense piantagioni di eucalipti, destinati ad essere tagliati per poi essere trasportati negli Stati Uniti allo scopo di produrre carta.
Pensavo che la piantagione fosse estesa 20 o 30 chilometri, ma mi sbagliavo: in realtà si estendeva per ben 500 chilometri, la gran parte del percorso da Macapá a Calçoene, occupando circa la metà dell’intero Stato di Amapá (la cui superfice totale è di 143.000 chilometri quadrati, circa metà dell’Italia).
Quello che vidi è un chiaro esempio di utilizzo massivo di un enorme area di suolo che va a beneficiare quasi esclusivamente un impresa privata, in quel caso per produrre carta, che sarà poi venduta sul mercato a prezzi internazionali.
Poche settimane fa, è uscita su giornali di tutto il mondo la notizia che alcune multinazionali del Nord del Mondo, stanno acquisendo terreni nel Sud del Mondo, in particolare in Africa e Sud-Est asiatico, allo scopo di piantare alberi che saranno poi trasportati in centrali termiche per bruciarli, in modo da produrre energia, la cosidetta energia da biomassa.

Ho letto pure i commenti di alcuni lettori, i quali sostenevano che tutto ciò fosse sostanzialmente giusto, perché ridurrebbe la dipendenza degli Stati industrializzati dal petrolio, e addirittura darebbe lavoro ai contadini africani che “se non sono guidati fanno disastri in casa loro”.
Il problema principale che a mio parere potrebbe originarsi in seguito a questa ennesima depredazione dei paesi poveri, è sociale. I terreni che verranno acquisiti da imprese multinazionali in Paesi come Mozambico, Angola, Madagascar, Indonesia, India o Cambogia, sono occupati da contadini poveri che vivono di agricoltura di sussistenza e spesso non hanno il titolo di proprietà della terra dove vivono, ma solo un diritto di uso da parte dello Stato.
Purtroppo si è verificato moltissime volte che i governanti degli Stati dei Paesi del Sud del Mondo non rispettano le esigenze delle popolazioni locali, siano essi indigeni o coloni, ma, in cambio di forti pressioni internazionali o di lucrose concessioni, procedono allo sgombero forzato dei contadini indigeni, che finiscono poi per andare a sopravvivere nelle immense megalopoli del Sud del Mondo, come per esempio San Paolo, Lagos, Kinshasa, Dacca o Giacarta.
Questo “assalto” alle terre del Sud del Mondo, che avviene per la produzione di carta, come ho potuto constatare nello Stato di Amapá (Brasile), o per la produzione di soia nello Stato del Mato Grosso (Brasile), o per la produzione di biocombustibili (Brasile, Colombia), o in questo caso per la coltivazione di alberi destinati poi ad essere bruciati, è un processo che porterà inevitabilmente a disastrosi conflitti sociali.
Invece di incentivare i contadini e gli abitanti rurali a rimanere nelle loro terre, si sta costringendoli ad ammassarsi nelle città, omologandoli, in modo da poterli trasformare da cittadini in consumatori.
Molti lettori di questo articolo si domanderanno come far fronte alla crescente domanda di energia nei paesi ricchi, ma a questa domanda la unica risposta possibile è incentivare la produzione di energia solare, eolica e geotermica non massificata e limitare i consumi, dirigendosi verso una società in decrescita ed impulsando le produzioni agricole locali.
Un mondo intero che prevede consumi pro-capite paragonabili all’Europa occidentale o agli Stati Uniti è del tutto improponibile, è i disastri di questa insensata corsa al cosidetto “progresso” si notano già da decenni: aumento esponenziale delle malattie causate dall’inquinamento industriale e dalle emissioni dei mezzi di trasporto motorizzati, cementificazione massiccia delle aree costiere, ed aumento generalizzato dei consumi, il tutto facente parte del cosidetto mondo globalizzato.
Quello che si nota, osservando la situazione di continuo sfruttamento delle risorse e accapparramento delle terre del Sud del Mondo, non è distante dall’analisi che Eduardo Galeano fece nel 1971, nel suo libro “Le vene aperte dell’America Latina”.
In realtà nei quarant’anni che sono passati dalla stesura di quel libro, lo sfruttamento dei paesi poveri da parte dei paesi ricchi non solo non è cessato, ma è addirittura aumentato, inizialmente dal punto di vista petrolifero e minerario, ma oggi anche dal punto di vista dell’utilizzo dei suoli per le produzioni di biocombustibili e biomasse, e della costruzione di immense dighe per l’aumento esponenziale della produzione di energia (vedi i miei articoliInanbari e Marañón).
Nel Nord del Mondo il dibattito politico ed economico è fermo da molti anni sulla necessità di mantenere ed incrementare il numero degli occupati, e garantire alle imprese il profitto e quindi la capitalizzazione di borsa. E’ un sistema destinato al collasso, è gia se ne vedono le prime avvisaglie.
L’unica soluzione per intraprendere la strada di un deciso sviluppo umano spirituale e sociale, è un graduale ritorno ad un mondo rurale, dove ognuno di noi sia responsabile per produrre una quantità di energia (utilizzando l’energia solare o altri metodi rinnovabili), e di alimenti, per mezzo di agricoltura e allevamento non massificati, e di redistribuire nel mercato (per mezzo di internet), ad eventuali acquirenti le eccedenze di produzione.
Il cambiamento può e deve venire da ciascuno di noi: se continueremo a partecipare a questa insensata corsa al consumismo, senza concentrarci sulla riduzione della cosidetta “impronta ecologica”, saremo responsabili del completo disequilibrio del pianeta, che causerà a sua volta conflitti sociali, crisi alimentari e idriche, oltre a guerre sanguinarie per il controllo delle risorse.
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