L’Italia è la terza potenza aurifera al mondo dopo Stati Uniti d’America e Germania: possiede 2451,1 tonnellate di oro dal valore di 110 miliardi di euro. Quest’enorme quantità d’oro viene definita come la riserva della Banca d’Italia. Ma a chi appartiene questo oro? Sembra paradossale porsi una domanda del genere, ma viene spontaneo se si pensa al fatto che la Banca d’Italia è un istituto pubblico ma è detenuta da privati.

DI ALESSIO PIZZICHINI

La sede romana della Banca d'Italia, in Via Nazionale.

La Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico, stando a ciò che recita il primo articolo del suo Statuto. Un istituto di diritto pubblico è quell’organismo caratterizzato da tre parametri fondamentali, stabiliti dalla sentenza del 10-11-1998 della Corte di Giustizia: possesso della personalità giuridica, sottoposizione ad influenza pubblica, fine di  soddisfare interessi generali che non siano di carattere industriale o commerciale. Ci si aspetterebbe dunque che, dovendo agire sotto il controllo della collettività e degli enti che la rappresentano, sia lo Stato, con i suoi rappresentanti, a controllarla e a gestirla.

Questa fu una credenza in voga fino al 2004, quando scoppiò lo scandalo sul settimanale Famiglia Cristiana, che pubblicò la lista delle società private che detenevano la maggioranza del capitale della Banca d’Italia. Risultava che soltanto il 5,67% delle azioni era in mano ad enti pubblici (INPS e INAIL) mentre il resto era diviso tra altre banche private. Due cose furono note e palesi a tutti: la prima, che la Banca d’Italia aveva violato il proprio Statuto. Al tempo infatti l’articolo 3 sanciva fermamente che “in ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici”, ossia che enti privati potevano possedere quote ma mai queste avrebbero dovuto superare quelle possedute da enti pubblici. La seconda, che la Banca d’Italia non svolgeva quel ruolo di vigilante imparziale sulle banche commerciali private, perché erano queste che effettivamente la controllavano detenendone il 94,33%. Emerse quindi ufficialmente che le banche erano libere di agire e prive di controllo, poiché la Banca d’Italia era un istituto pubblico solo nello Statuto e non nella realtà. Lo Stato non poté continuare a far finta di nulla come aveva fatto sino ad allora. Decise quindi di ripristinare la legalità con il decreto del Presidente della Repubblica del 12-12-2006, firmato da Giorgio Napolitano, Romano Prodi e Tommaso Padoa Schioppa.

Questo decreto, invece di sancire la nazionalizzazione della maggioranza delle quote della Banca e di punire tutti coloro che permisero questa paradossale situazione, legalizzò lo status quo delle cose modificando l’articolo 3 precedentemente descritto, e permettendo quindi ufficialmente che la Banca d’Italia fosse in mano a privati come una normale società per azioni, anche se, nel suo Statuto, viene ancora definita come un istituto di diritto pubblico. Quali sono le conseguenze del controllo di privati sulla Banca centrale? Questi usurpano ad uno stato sovrano alcune delle funzioni più importanti che per sua natura gli competono, e vengono descritte da Marco Pizzuti in “Rivoluzione non autorizzata”: potere di emissione delle banconote, controllo e vigilanza su banche e intermediari finanziari, assunzione di decisioni sulla politica monetaria del proprio paese, potere di intervento sul mercato dei cambi, partecipazione alle attività dei principali organismi finanziari sovranazionali (FMI, Banca mondiale …), supervisione dei mercati monetari e finanziari.

Lo stato non può che limitarsi ad approvare quanto decide l’assemblea dei partecipanti (organo principale che può approvare e modificare lo Statuto a suo piacimento), e a nominare un Governatore solo dopo aver ascoltato il parere della Banca d’Italia. Governatore la cui funzione principale è quella di rappresentare lo stato, e qualsiasi sua decisione deve essere approvata dagli organi principali della banca costituiti da azionisti privati. Ma c’è un altro aspetto importantissimo. L’Italia è la terza potenza aurifera al mondo dopo Stati Uniti d’America e Germania: possiede 2451,1 tonnellate di oro dal valore di 110 miliardi di euro. Quest’enorme quantità d’oro viene definita come la riserva della Banca d’Italia. Ma a chi appartiene questo oro? Sembra paradossale porsi una domanda del genere, ma viene spontaneo se si pensa al fatto che la Banca d’Italia è un istituto pubblico ma è detenuta da privati.

Seguendo la logica, ci verrebbe da pensare che l’oro della Banca d’Italia appartiene a chi detiene effettivamente la Banca d’Italia, agli azionisti privati dunque. Su questa linea ragionò nel 2009 l’allora Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che per far fronte alla mancanza di risorse dello stato, decise di tassare le plusvalenze che la Banca d’Italia otteneva con le riserve auree, il cui valore aumenta di anno in anno. Fu allora che Jean Claude Trichet, presidente della BCE, intervenne mettendo in dubbio a chi appartenesse effettivamente l’oro: se alla Banca d’Italia o al popolo. Ovviamente ciò non per giovare al “popolo”, ma per evitare che gli azionisti della Banca pagassero tasse sui loro profitti. Mario Draghi, per evitare definitivamente che i guadagni dei banchieri fossero tassati, dichiarò che le riserve auree appartengono agli Italiani.

Affermazione alquanto ambigua, dato che i profitti su queste appartengono agli azionisti privati della Banca d’Italia, ma le riserve auree appartengono agli italiani, anche se sanno a malapena che il proprio stato detiene, o potrebbe detenere, un patrimonio del genere. Più che una truffa, un complotto o quant’altro, tutto ciò è una denigrazione vera e propria verso il popolo italiano, e rimarca ancor più nettamente quanto lo stato oggi sia un’istituzione piegata al mercato e agli organismi economici sovranazionali. Senza la nazionalizzazione della Banca d’Italia la ruota girerà allo stesso modo, e i privati si godranno i profitti che realizzano sull’oro dello stato Italiano, sul nostro oro, senza neanche poter essere tassati. Oltre il danno quindi di non poter disporre effettivamente del controllo della banca centrale, anche la beffa di non poter tassare i loro profitti.

Fonte: www.lintellettualedissidente.it

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