Sul Sole 24 ore del 11.10.2016 Paolo Pombeni ha scritto un articolo che vorrebbe dire qualcosa sul tema dell’”interesse nazionale”. Nella seconda parte dell’intervento il noto politologo introduce delle osservazioni forse non del tutto banali anche se non condivisibili:

<< Max Weber per descrivere una nazione dà una definizione che troviamo molto bella: è una “comunità di destini”. È qui che ritroviamo le due parole chiave, per quanto usurate dalla retorica e troppo spesso strumentalizzate, con cui riassumere che cosa si intende in senso forte per interesse nazionale. Da un lato la nozione che deve crescere il senso di appartenenza a una comunità, a dispetto di quelli che pensano di demistificare la cosa ricordando che è arduo considerare tale un corpo dove stanno insieme soggetti che hanno posizioni personali, interessi e idee che non sono automaticamente coincidenti. Ma è qui che si salda l’altro termine della definizione, il “destino” che inevitabilmente lega i membri della comunità, i quali non dovrebbero illudersi che sia possibile che una parte si salvi a scapito delle altre. >>

Ma se la “comunità” – intesa come condivisione di interessi per tutte le componenti del “popolo” nel tipo di formazione sociale nella quale ci troviamo a vivere – risulta per forza del tutto illusoria, come viene riconosciuto anche dallo stesso professore, quale “formula magica” potrebbe mai evocare un problematico e vago “destino” della “nazione” intesa, quest’ultima, come un solo soggetto unitario e omogeneo ? L’unica soluzione sarebbe quella di riproporre quella democrazia identitaria della quale parla Carl Schmitt e che è stata analizzata, in un brillante saggio, da Gaetano Azzariti. Ma l’editorialista, più modestamente, specifica che in fondo si tratta di riconoscere che “siamo tutti sulla stessa barca”, nonostante che in fondo sia molto difficile rendersene conto, anche perché l’elemento che può portare veramente all’aggregazione di più gruppi e/o persone rimane sempre quello che nasce dall’identificazione di un “nemico comune” e che, per questo motivo, ci può costringere a diventare, almeno momentaneamente, alleati. Secondo Pombeni è necessario evitare assolutamente che si arrivi a uno “scontro” che “alla fine coinvolga e travolga tutto: l’economia, la società, la cultura”. Ma è proprio un “campo di battaglia fra fazioni in lotta” che è destinato a diventare ogni sistema-paese il quale, con l’avanzare e l’accentuarsi della fase multipolare, non voglia rinunciare ad ogni tipo di politica autonoma e indipendente, all’interno del conflitto tra le maggiori potenze. L’altra alternativa è quella che sta sempre più prevalendo in Italia e che consiste nel perseguimento di una politica di sempre maggiore “servilismo” nei confronti della superpotenza egemone.

In un altro articolo del Sole 24 ore, scritto da Paolo Bricco il 14.10.2016, si parla della situazione disastrosa della grande industria in Italia che rischierebbe ulteriori contraccolpi a causa di alcune tendenze in atto. I “tre fuochi internazionali” che potrebbero rimodellare ciò che resta della grande industria italiana sarebbero

<< il nuovo gigantismo del capitalismo internazionale (una tendenza che fa luce sulle ipotesi di accorpamento fra Leonardo-Finmeccanica e Airbus), le ibridazioni fra settori fino a pochi anni fa del tutto distinti (l’ipotesi di Samsung per Magneti Marelli) e le asimmetrie fiscali che generano nomadismo societario (per esempio, la galassia Agnelli-Elkann). A tutto ciò va aggiunto un fenotipo del nostro capitalismo, una caratteristica della sua natura: l’identificazione dell’impresa con il fondatore (1) – come Esselunga – che pone problemi non irrilevanti. Tutto questo sta accadendo al ritmo sincopato della recessione.>>

Alcuni dati statistici danno l’idea della difficile situazione delle grande imprese italiane anche confrontandole solo con la situazione europea:

<< La dimensione media è minore. Il valore medio della produzione – calcolato sui bilanci del 2014 – è per le aziende italiane pari a circa 3 miliardi di euro, contro i 3,5 miliardi di euro del resto del campione. Considerando la sola manifattura, il valore medio italiano si avvicina ai 2,5 miliardi di euro, a fronte dei circa 3 miliardi di euro delle altre imprese europee. Dunque, siamo più piccoli. Il grado di patrimonializzazione, calcolato come patrimonio netto in percentuale dell’attivo, è uguale al 30% nel caso italiano, a fronte del 35% delle altre realtà europee. Nella sola manifattura, il divario si riduce: 31%, contro 33 per cento. In ogni caso, siamo meno patrimonializzati. >>

Bricco ricorda ancora che la base manifatturiera italiana è mutata profondamente rispetto al Novecento; un’epoca, da lui evocata con evidente rimpianto, in cui la grande impresa aveva la “gamba pubblica” dell’Iri di Alberto Beneduce e la “gamba privata” delle famiglie storiche del nostro capitalismo – dagli Agnelli ai Pirelli, dagli Olivetti ai Rivetti, dai Falck ai Marzotto – assistite dalle “idee illuministiche” di Raffaele Mattioli e guidate dalle “visioni mercuriali” di Enrico Cuccia. Le statistiche dimostrerebbero anche la diminuzione del numero di imprese con più di mille dipendenti, a partire dalla fine degli anni ottanta del novecento, con un conseguente forte calo dell’occupazione nelle medesime. Tutto questo sarebbe stato preparato, nel periodo precedente, “dalla ritirata del modello Iri-Mediobanca”. Un punto sul quale l’autore dell’articolo insiste è, comunque, quello che, nella nostra prospettiva, potremmo definire come un salto nel processo di “centralizzazione” capitalistico a livello globale il quale, come sempre, si accentua nei periodi di crisi. Si tratterebbe della

<< tendenza internazionale a un nuovo gigantismo, spiegata da Adrian Wooldridge sul penultimo numero dell’Economist. Questa tendenza delinea bene lo scenario in cui si collocano i ripetuti rumours su Leonardo-Finmeccanica e Airbus. La decostruzione e la ricostruzione del capitalismo internazionale sono basate su due fenomeni complementari: le Global Value Chains (2), le infrastrutture materiali e immateriali su cui corrono beni e servizi e attraverso cui sono state rimodulate e condivise le funzioni, e i Global Production Networks, che presiedono ai processi di spezzettamento e di condensazione delle fasi produttive. In un simile contesto, in alcuni settori a forte caratura oligopolistica si stanno raggiungendo nuovi equilibri che portano alla costruzione di nuovi aggregati, in grado di funzionare con un minore impiego di capitali. E’ quello che, sotto il profilo strategico, sta dietro alle ipotesi su Leonardo Finmeccanica-Airbus.>>

Riguardo concetti come quello di “catene globali di valore” e di “reti di produzione globali” non sono sufficientemente informato per parlarne in questa sede; posso solo osservare che si tratta, probabilmente, di problematiche che riguardano sempre la dimensione tecnico-organizzativa dell’impresa. Naturalmente quando parliamo di “organizzazione” non intendiamo solo quella relativa ai processi di lavoro ma anche quella di tipo “aziendale” – che concerne i rapporti tra i vari dipartimenti dell’impresa e di questi con l’ambiente socio-economico circostante (fornitori, clienti, concorrenti, ecc.) – che può essere finalizzata, seppure limitatamente al livello economico-finanziario, anche a certi obiettivi di tipo “strategico”. La Grassa, a questo proposito, ha comunque sempre messo in evidenza come le innovazioni tecnico-organizzative si trovino a essere collocate in una posizione subordinata rispetto a quelle di prodotto. Non si esce dalle grandi “crisi epocali” che periodicamente colpiscono il sistema capitalistico solamente con un aumento dell’intensità del lavoro (tempi, ritmi) e della forza produttiva del medesimo (innovazioni tecniche di processo) – seppure questi aspetti rivestano comunque una certa importanza – ma soltanto attraverso un coordinamento politico interstatale da parte di un “centro” e lo sviluppo di nuovi rami di attività delle imprese collegati a prodotti e a bisogni del tutto inediti. Per quanto riguarda il “gigantismo” di cui parla l’editorialista possiamo qui fare riferimento ad un breve passo tratto da uno dei tanti saggi che La Grassa ha scritto su questi temi:

<<In definitiva, lo sfruttamento – implicante esclusivamente, secondo l’impostazione del marxismo, l’appropriazione del tempo di pluslavoro da parte del capitalista – non riguarda né la circolazione mercantile né il processo di lavoro. Nella prima si possono sviluppare diversi rapporti di forza ma, in assenza di “attriti”, nella circolazione in se stessa considerata non è implicato alcuno sfruttamento; il pluslavoro (in forma di valore) vi si realizza semplicemente, non si forma. Si è cercato di fare indebiti ragionamenti in merito al regime di mono(oligo)polio, ma non funzionano. In ogni caso, si ha redistribuzione del plusvalore tra capitalisti, il mercato (in ogni suo “regime”) serve solo alla realizzazione. Ovviamente, lascio adesso correre le superficialità dette in merito al monopolio come affievolimento della concorrenza, come possibilità di accordo fra pochi a danno dell’intera società dei non monopolisti; tutte considerazioni in voga durante l’epoca di monocentrismo nel campo detto capitalistico (in opposizione all’altro polo pensato quale antagonista “socialistico”), ormai spazzate via nella nuova epoca storica in cui siamo entrati. Ricordo solo che Lenin aveva molto ben intuito come il monopolio fosse una concorrenza portata ad un ancora più elevato grado di acutezza, con il pieno intervento degli Stati a trasformarla in conflitto tra potenze per le sfere d’influenza nel mondo intero [corsivo mio. N.d.r.].>>

Bricco conclude, infine, il suo articolo con un tono comprensibilmente pessimistico alludendo <<alla “piccola” Italia. La quale, appunto, è – al di là dei singoli casi aziendali e al di là delle molteplici ragioni strutturali – sempre più piccola.>>

(1)Si fa qui riferimento a Bernardo Caprotti, scomparso lo scorso 30 settembre, e riguardo al quale riportiamo questo brano da internet scritto subito dopo la sua morte:

<<Con Caprotti se ne va il pioniere della grande distribuzione in Italia. Nato nel 1925 (avrebbe compiuto gli anni il prossimo 7 ottobre), era figlio di un imprenditore del settore tessile. Terminati gli studi in legge, nel 1951 il padre lo manda negli Stati Uniti per fare esperienza nell’industria del cotone e della meccanica tessile. Ma al ritorno, dopo un periodo passato alla guida dell’azienda familiare per la morte del genitore, nel 1957 ha l’occasione che gli cambierà la vita: investe nella prima società fondata in Italia con l’obiettivo di realizzare supermercati, che vede come socio principale il miliardario americano Nelson Rockfeller. Fino al 1965, rimane alla guida della sua azienda tessile, ma con l’uscita di scena dell’impreditore statunitense rileva l’intero pacchetto azionario e si dedica a tempo pieno alla nuova attività. Da allora, lo sviluppo di Esselunga non si è mai fermato. Se Milano rimane il suo quartier generale, la società si aspande fino agli attuali 150 punti vendita, presenti soprattutto nel nord e centro Italia, e 22mila dipendenti. Con una quota di mercato attorno al 9,7 per cento, a fine 2015 il fatturato complessivo ha superato i 7 miliardi di euro. Oltre a una grande capacità di lavoro, Caprotti ha sempre messo una cura maniacale nell’organizzazione dei suoi supermercati fino a controllare personalmente la disposizione dei prodotti sugli scaffali. Con tanto di ispezioni a sorpresa, regolarmente il sabato mattina, il momento in cui si concentra il maggior numero di clienti. Dotato di una forte personalità, Caprotti passerà alla storia non solo per i suoi successi imprenditoriali, ma anche per i suoi scontri sia all’interno della sua famiglia sia con i rivali storici della Coop. In entrambi i casi, la vicenda è finita nella aule di giustizia. I figli del primo matrimonio, Giuseppe e Violetta, hanno fatto causa per riavere le quote di Esselunga che il padre aveva prima loro assegnato e poi revocato. Il figli hanno perso in Cassazione, ma hanno presentato un nuovo ricorso. Contro la Coop, Caprotti scrisse un libro “Falce e Carrello”, in cui accusava il colosso delle cooperative “rosse” di aver ostacolato il suo sviluppo commerciale in alcune regioni italiane. Querelato, fu condannato a sei mesi per diffamazione, ma almeno in un caso l’Antitrust gli ha dato ragione. Solo negli ultimi mesi, è stato avviato un progetto di cessione di Esselunga: due settimane fa la banca americana Citigroup è stata incaricata di svolgere un ruolo di consulenza per scegliere il compratore. I funerali si terranno lunedì, in forma strettamente privata.>>

(2) “È il processo organizzativo del lavoro – figlio della globalizzazione e della riduzione “fisica” e “virtuale” delle distanze geografiche – in base al quale le singole fasi della filiera di produzione vengono parcellizzate e svolte da fornitori e reti di imprese sparse in diversi Paesi in base alla convenienza economica e al grado di competenza e specializzazione delle diverse aziende coinvolte. Dalla concezione del prodotto alla vendita diretta al consumatore, tutte le fasi intermedie si possono coinvolgere in un network di imprese dislocate in diversi paesi” [dal Sole 24 ore online]. Oppure, senza la parola “global”: «processo tramite il quale la tecnologia è unita con le risorse materiali e con il lavoro, i semilavorati sono trattati, assemblati, portati sul mercato e distribuiti. Una singola impresa può svolgere soltanto un anello in questo processo o può essere integrata verticalmente» (Kogut, 1985 p.15)

Mauro Tozzato 27.10.2016

FONTE: Conflitti e Strategie

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