A pochi mesi dalla sua definitiva uscita di scena, il presidente americano Obama ha aggiunto questa settimana una nuova voce al suo già lungo elenco di guerre scatenate, ereditate o intensificate a partire dal 2009. I bombardamenti iniziati lunedì sulla città di Sirte, in Libia, per stessa ammissione del Pentagono segnano l’avvio di un’altra “campagna prolungata”, ufficialmente contro lo Stato Islamico (ISIS), e sembrano rappresentare l’esito più appropriato del dibattito interno al Partito Democratico negli Stati Uniti durante e dopo la recente convention di Philadelphia, caratterizzata da un’impronta insolitamente patriottica e guerrafondaia.

A livello formale, l’intervento americano è stato richiesto dal primo ministro libico, Fayez al-Sarraj, dopo che le fazioni armate alleate del suo “governo di accordo nazionale” stanno combattendo da mesi gli uomini del “califfato” nella città dove Gheddafi era stato barbaramente assassinato nell’autunno del 2011. A Sirte, i militanti fondamentalisti avevano fissato il proprio quartier generale in Libia a partire dallo scorso anno e le loro postazioni erano già state colpite da sporadiche incursioni americane, tra cui la più recente, almeno tra quelle riconosciute ufficialmente, nel mese di febbraio.

L’inaugurazione della nuova campagna militare americana in Libia è stata accompagnata dalle solite manovre di propaganda che avevano segnato le precedenti avventure belliche all’estero. La giustificazione per l’intervento, ad esempio, è stata ancora una volta la necessità di combattere forze terroristiche come l’ISIS.

In realtà, il caos che sta vivendo Sirte e l’intera Libia è il risultato proprio del disastroso precedente intervento occidentale nel 2011 per rovesciare il regime di Gheddafi. Gli Stati Uniti e i loro alleati appoggiarono una “rivoluzione” immaginaria nel paese nord-africano, contando su gruppi di ispirazione apertamente fondamentalista.

Alla caduta di Gheddafi, mentre la Libia precipitava nell’anarchia e nelle violenze di innumerevoli milizie armate, la CIA avrebbe poi utilizzato il paese come base di partenza per uomini e armi diretti in Siria con l’obiettivo di replicare lo stesso schema destabilizzante ai danni del regime di Bashar al-Assad.

Questo piano, assieme al contributo degli alleati americani nel Golfo Persico, ha finito per favorire l’arrivo dell’ISIS in Libia, dove gli stessi Stati Uniti intendono ora consolidare la propria presenza attraverso un nuovo rovinoso conflitto.

La sconfitta dell’ISIS non è che un obiettivo tutt’al più secondario per Washington e la profondissima crisi in cui versa la Libia non sarà in nessun modo alleviata dalle bombe americane. L’intervento sembra piuttosto doversi collegare all’evoluzione del quadro mediorientale, segnato da sviluppi ben poco favorevoli agli USA, dal cambio di rotta strategico di Erdogan in Turchia ai successi delle forze russo-siriane contro i “ribelli” sostenuti dall’Occidente e dalle monarchie del Golfo.

A questi eventi, l’amministrazione Obama intende rispondere in maniera tutt’altro che rassegnata. L’assurda logica dell’apparato militare americano prevede un’escalation bellica senza fine e, in quest’ottica, la guerra bis in Libia potrebbe essere solo l’inizio di una nuova accelerazione dell’impegno militare nell’immediato futuro, soprattutto in caso di successo di Hillary Clinton nelle presidenziali di novembre.

Ugualmente consolidate sono poi le modalità pseudo-legali con cui la nuova guerra è stata lanciata in seguito alla decisione del presidente Obama. Come l’intervento in Iraq e in Siria contro l’ISIS, anche i bombardamenti in Libia non sono stati autorizzati da un voto del Congresso, come previsto dalla Costituzione americana. La Casa Bianca ritiene d’altra parte che ciò non sia necessario, dal momento che ormai praticamente ogni missione di guerra sembra trovare un fondamento legale nella “Autorizzazione all’Uso della Forza” (AUMF), approvata dal Congresso nel 2001, per colpire i terroristi considerati responsabili degli attentati dell’11 settembre.

Ancora meno riguardo che per un Congresso tutto sommato compiacente, il governo americano lo ha mostrato nei confronti degli americani. I preparativi per l’offensiva su Sirte in Libia, anche se evidentemente in corso da tempo, non sono stati discussi o presentati pubblicamente, tantomeno prima, durante o dopo la convention Democratica.

Per bombardare l’ISIS in Libia, gli Stati Uniti hanno avuto inoltre bisogno di una richiesta d’aiuto proveniente dall’autorità governativa di questo paese. A livello formale ciò è avvenuto, ma il concetto di governo nella Libia odierna risulta alquanto sfumato. Il governo di unità nazionale del premier Sarraj è stato imposto dalle potenze straniere in seguito a un “accordo” mediato dalle Nazioni Unite per risolvere il conflitto tra due entità contrapposte che rivendicavano il diritto di governare e legiferare.

La stessa invenzione di un nuovo governo con pieni poteri aveva il preciso scopo di istituire un’autorità riconosciuta internazionalmente e con l’autorità di chiedere un intervento militare esterno in Libia, dapprima per far fronte all’emergenza rifugiati e più tardi alla minaccia dell’ISIS.

Dopo mesi dall’arrivo a Tripoli, il governo di Sarraj continua però a faticare a imporre la propria autorità e solo alcuni gruppi armati gli hanno assicurato il proprio sostegno. Gli stessi governi occidentali che lo hanno creato a tavolino mantengono – o hanno mantenuto fino a poco tempo fa – un atteggiamento ambiguo.

Alcune registrazioni relative al controllo del traffico aereo sulla Libia, ottenute dalla testata on-line Middle East Eye e pubblicate a inizio luglio, avevano rivelato come USA, Francia, Gran Bretagna e Italia insistevano nel garantire il loro appoggio alle forze del generale libico Khalifa Hiftar, nonostante a quest’ultimo fosse stato chiesto ufficialmente di riconoscere il nuovo governo installato a Tripoli.

Hiftar è un ex alto ufficiale dell’esercito di Gheddafi diventato dissidente e “asset” della CIA. Dopo la caduta del regime, il generale aveva lasciato l’esilio americano per tornare in Libia nel tentativo di imporsi come nuovo uomo forte nel caos provocato dall’intervento internazionale. Hiftar ha poi cominciato a svolgere un ruolo importante nel combattere le milizie islamiste nell’est del paese e proprio per questa ragione ha continuato a ottenere il supporto dei governi occidentali malgrado il suo rifiuto a sottomettersi al gabinetto guidato da Sarraj.

Secondo quanto dichiarato dai governi di Libia e Stati Uniti, infine, l’intervento militare di Washington si limiterà alle incursioni aeree, mentre non è previsto l’invio di truppe da combattimento. Lo stesso primo ministro ha assicurato che le operazioni “saranno limitate a Sirte e ai sobborghi della città” e il supporto internazionale sul campo sarà soltanto di natura “tecnica e logistica”.

Queste rassicurazioni hanno tuttavia poco o nessun valore, vista anche la totale dipendenza dall’Occidente del governo Sarraj, e servono solo a contenere l’ostilità della popolazione libica verso un nuovo intervento di forze straniere. Gli USA e i loro alleati stanno studiando infatti da tempo la possibilità di inviare un contingente militare di terra in Libia e, non appena saranno create le condizioni, ciò potrebbe avvenire senza troppi impedimenti da parte delle autorità locali.

D’altra parte, anche se clandestinamente, un certo numero di militari stranieri è presente da tempo in Libia, come ha confermato la notizia dell’uccisione di tre soldati delle forze speciali francesi in questo paese, annunciata dal presidente Hollande il 21 luglio scorso.

La vicenda aveva creato un certo imbarazzo a Parigi e aveva provocato la dura condanna da parte di quello stesso primo ministro Sarraj che, meno di due settimane più tardi, ha invocato le bombe americane sulla già martoriata città di Sirte.

 di Michele Paris
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