Che con il ridimensionamento dell’Isis si sarebbe ripresentata la possibilità di uno scontro diretto tra il Consiglio Presidenziale, ovvero il governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli, e le forze di Tobruk, che continuano a negare la fiducia all’esecutivo guidato da al Sarraj, qualcuno l’aveva previsto. E oggi, dopo che le forze dell’Esercito nazionale libico guidato dal generale Haftar hanno preso il controllo della cosiddetta “mezzaluna petrolifera”, questa eventualità si è trasformata nel rischio concreto di veder precipitare la Libia in una nuova fase della guerra civile.

L’attacco alla “mezzaluna petrolifera”

Alla vigilia della festa del Sacrificio, la più importante festa islamica che segna la fine del pellegrinaggio alla Mecca, le truppe del generale Haftar hanno lanciato un’offensiva contro le Guardie Petrolifere, fedeli al governo del Consiglio Presidenziale di Serraj, e nel giro di poche ore hanno conquistato i principali porti della “mezzaluna petrolifera” libica, da quello orientale di al Zuwetina, fino a quello di As Sidr, passando per Agedabia e Ras Lanuf. Le truppe del “generalissimo” sostenuto dal Cairo, grazie anche alla scarsa resistenza opposta dai miliziani delle Guardie Petrolifere che erano schierate a difesa dei terminal di greggio, sono riusciti a prendere il controllo delle principali infrastrutture petrolifere del Paese.

Il governo di al Sarraj ha reagito immediatamente all’azione dell’Esercito nazionale libico definendo l’attacco “un’aggressione alla sovranità nazionale e un atto di ostilità agli interessi del popolo libico” invitando le forze di Haftar a ritirarsi dalle posizioni conquistate. Sarraj ha poi annunciato una controffensiva, chiamando a raccolta tutte le milizie fedeli al governo, affinché riprendano il controllo dei terminal petroliferi. Gli unici che possono realmente tenere testa alle truppe di Haftar, però, sono soltanto le milizie di Misurata, sfiancate e indebolite dalla battaglia contro lo Stato Islamico a Sirte. Tuttavia, il portavoce dell’operazione Bunyan al Marsus, il generale al Gharsi, ha lasciato intendere che, se arrivasse un ordine dal Consiglio presidenziale, i miliziani potrebbero abbandonare il fronte di Sirte e dirottare i propri uomini 200 chilometri più ad Est, per riprendere il controllo della “mezzaluna” del petrolio.

Intanto, però, il portavoce dell’Esercito nazionale di Haftar, Ahmed al Mismari, ha chiesto alla National Oil Company (Noc) libica di riprendere le esportazioni di greggio dai terminal messi in sicurezza dalle truppe di Tobruk, assicurando che le forze armate dell’Esercito nazionale libico non interferiranno con la vendita del petrolio, la principale risorsa del Paese. Una volta acquisito il controllo dei pozzi però, le forze di Haftar potrebbero facilmente attingere ai ricavi derivanti dall’export del greggio, accrescendo il proprio potere e acquisendo, di conseguenza, sempre maggior peso sul tavolo dei negoziati per la costituzione del governo di unità nazionale.

Una nuova guerra civile?

Con l’attacco ai quattro porti petroliferi Haftar, a capo del fronte contrario alla formazione di un governo di unità nazionale, alza la posta e muove dalla sua parte l’ago della bilancia nella lotta per il futuro della Libia, in cui il generale vorrebbe un ruolo da protagonista. Un ruolo che nessuno, per ora, sembra disposto a concedergli. Isolato dall’Occidente, che gli ha negato di partecipare alla lotta contro lo Stato Islamico a Sirte, Haftar continua ad impedire al governo di Tobruk di aderire all’esecutivo guidato da Sarraj, anche per ragioni politiche di ostilità nei confronti della fratellanza musulmana e di alcune correnti islamiste che il Consiglio presidenziale ha ereditato dal governo di Tripoli. Finché godrà dell’appoggio dell’Egitto e degli Emirati Arabi, rileva il Centro Studi Internazionali(CeSI), è probabile che Haftar continui a giocare la sua partita politica, cercando di acquisire, attraverso l’azione militare dell’Esercito nazionale libico, il maggior numero di vantaggi possibili. Il rischio è che, parallelamente all’indebolimento del fronte jihadista, si riaccenda l’ostilità fra le fazioni libiche che si contendono il Paese, provocando una nuova escalation nella guerra civile che potrebbe arrivare a minare l’intero piano per la riconciliazione.

La Folgore a Misurata

In questo momento così delicato della crisi libica, l’Italia continua ad offrire il proprio supporto alle milizie di Misurata impegnate nella lotta contro lo Stato Islamico a Sirte. Un contingente di 200 uomini della Folgore, infatti, è in viaggio da La Spezia verso la città di Misurata per costruire un ospedale da campo Role 2 che, su richiesta delle autorità libiche del Consiglio presidenziale, verrà allestito a Misurata, al fine di curare i miliziani libici feriti nella battaglia contro i jihadisti a Sirte. Gli uomini del 186esimo reggimento della Folgore avranno il compito di vigilare sulla sicurezza della struttura e sullo staff medico impegnato nel prestare soccorso ai miliziani misuratini.

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