DI MICHELE GIORGIO

Roma, 24 agosto 2011, Nena News – «La Nato si faccia subito da parte e lasci la Libia al suo popolo». Ahmed Maher e gli altri giovani del Movimento 6 aprile, protagonista della rivoluzione egiziana, hanno le idee chiare sulle mire e gli interessi dei Paesi occidentali, mascherati dall’intervento «militare-umanitario», nella Libia del dopo-Gheddafi guidata dai ribelli del Consiglio nazionale transitorio (Cnt). E ieri sono intervenuti per precisare di nuovo la loro posizione rispetto all’intervento della Nato e dell’Occidente, dopo aver applaudito cinque mesi fa alla ribellione anti-Gheddafi. Il governo di Essam Sharaf invece ha rotto gli indugi e l’altra sera il ministro degli esteri Mohammed Kamel Amr ha riconosciuto il Cnt, sottolineando che l’Egitto ha contribuito, attraverso la frontiera di Sallum, a far arrivare nei mesi scorsi a Bengasi e alla Libia orientale aiuti vitali alla popolazione civile. «Forse anche equipaggiamenti militari» spiega almanifesto Ziad Akl, analista del Centro “Ahram” per gli Studi Strategici ed esperto di relazioni tra Libia ed Egitto. «Il Cairo post-rivoluzionario ha guardato subito con favore alla sollevazione libica ma ha preferito mantenere una posizione di basso profilo, a differenza di altri paesi arabi e della stessa Lega araba (che ha dato copertura all’intervento militare occidentale e della Nato, ndr), per evitare che i tanti egiziani in Libia venissero coinvolti nel conflitto interno», aggiunge Akl. Cautela che non è piaciuta a tre futuri candidati alle presidenziali – Abdel Monem Abul Fotouh, Hamdin Sabah e Mohammed el Baradei – che, peraltro, l’altra sera hanno subito applaudito alla «liberazione» di Tripoli.

Sono quasi un milione gli egiziani che vivevano e lavoravano in Libia prima della rivolta anti-Gheddafi. «Molti hanno fatto ritorno a casa e sperano di ripartire presto, tanti altri sono rimasti nella Libia occidentale nonostante i pericoli», prosegue Akl, «il loro lavoro era importante per il mantenimento di tante famiglie nel nostro paese e i governi egiziani che si sono succeduti in questi mesi hanno scelto di rimanere in silenzio per non esporre quei lavoratori a possibili rappresaglie». Secondo Akl il premier Sharaf si augura che le future autorità di governo libiche confermino i permessi di lavoro agli egiziani. «In queste ore tante parti internazionali guardano alla Libia con evidenti interessi economici riguardanti il petrolio, il gas e le altre risorse energetiche di quel paese, l’Egitto invece spera di poter continuare a guardare a Tripoli e Bangasi come una valvola di sfogo per la disoccupazione e una fonte di reddito per tante famiglie (egiziane)», conclude l’esperto del centro “Ahram”.

Se l’Egitto, il vicino orientale della Libia, e quello occidentale, la Tunisia, hanno optato per la linea della prudenza in questi mesi, pur avendo sostenuto la rivolta iniziale dei libici, altri paesi arabi, in particolare quelli del Golfo, chiedono ora la loro porzione di «torta» avendo appoggiato, in qualche caso anche con la partecipazione diretta, le operazioni militari dei «Volenterosi» e della Nato. E’ il caso del Qatar che ha subito investito economicamente, militarmente e, persino con la copertura giornalistica della televisione satellitare al Jazeera, nella guerra civile libica seguita alle prime proteste anti-Gheddafi. Doha è stata fondamentale nell’avviare i rifornimenti di armi ai «twar», i ribelli armati, senza le esitazioni di altri paesi apparentemente poco inclini a violare la risoluzione 1973 dell’Onu. E lo ha fatto scegliendo la strada delle forniture segrete, poi percorsa da altri, passando al Cnt di Bengasi armi ricevute dalla Francia, dagli Usa e da altri Stati occidentali che, contratto alla mano, non avrebbe potuto rivendere o regalare ad altri paesi. Ma Parigi ha chiuso un occhio, anzi tutti e due, visto che Nicolas Sarkozy è stato il più interventista dei leader occidentali. Filmati circolati in questi mesi hanno mostrato ribelli libici a bordo dei blindati Ratel per il trasporto delle truppe con i simboli delle forze armate qatariote. Ora Doha è certa di poter presentare il conto al tavolo dei «vincitori». Ma una fetta della torta riusciranno ad averla anche gli emiri di Dubai e Abu Dhabi e re Abdallah dell’Arabia saudita che in un solo colpo ha visto sparire dalla scena lo storico avversario Gheddafi e aprirsi un’autostrada davanti ai suoi abituali piani di diffusione – con generosi finanziamenti alle moschee e dei gruppi più radicali – del wahabismo nel mondo islamico. Dopo l’Egitto e la Tunisia, ora è il turno della Libia. In futuro, chissà, anche della Siria.

Ma la fine della «rivoluzione verde» e degli oltre 40 anni di potere di Gheddafi hanno una importanza notevole anche per altri attori protagonisti nella regione. A cominciare da Israele. Certo il colonnello libico, specialmente negli ultimi anni, non era stato uno dei critici più accaniti delle politiche israeliane verso i palestinesi – Gheddafi da anni guardava più all’Africa che al mondo arabo – ma la conquista del potere da parte del Cnt pronto spalancare le porte della Libia davanti a Stati Uniti, Nato e ad Unione europea, offre a Tel Aviv possibilità di intervento nel Nordafrica impensabili appena sette mesi fa. Mustafa Abdul Jalil, presidente del Cnt, ha mostrato il nuovo corso invitando a partecipare al futuro processo politico del paese Rafael Luzon, ex cittadino libico e attuale leader della comunità ebraica in Gran Bretagna. E’ azzardato affermare che dietro il possibile rientro di una parte degli ebrei libici nella loro terra d’origine – che furono costretti a lasciare dopo la rivoluzione nel 1969 – sia già pronto il riconoscimento di Israele da parte della Libia post-Gheddafi. Ma potrebbe ricrearsi una situazione simile all’Iraq post-Saddam, apertura a Israele (e ai suoi servizi segreti) senza un riconoscimento ufficiale. Per i palestinesi le aspettative sono minime. Per il leader dell’Anp Abu Mazen e  il governo di Hamas a Gaza sarebbe già sufficiente instaurare rapporti costanti con Tripoli. Per la popolazione dei Territori occupati, poco interessata in questi mesi alla guerra civile libica, è importante che i 150mila palestinesi che lavorano e risiedono in Libia possano continuare a farlo. Nena News

questo articolo e’ stato pubblicato il 24 agosto 2011 dal quotidiano Il Manifesto

Commenta su Facebook