Mentre si liquidano gli ultimi Daesh a Sirte in Libia nessun accordo in vista fra le fazioni. Divampano gli scontri con l’appoggio delle potenze straniere.

In Libia il massacro continua come sempre, senza che s’intraveda uno spiraglio che ponga fine a quel caos sanguinoso, anzi. A Sirte, gli ultimi Daesh (circa 250) sono arroccati in un pugno di edifici dell’area centro-orientale della città: si tratta di irriducibili ed elementi del vecchio regime di Gheddafi che non hanno ormai nulla da perdere. Quella che era dipinta dai media come un’armata poderosa è scomparsa, inghiottita dai combattimenti, fuggita nel deserto o semplicemente sbandata.

Lo svogliato, quanto pubblicizzato, aiuto Usa s’è limitato a 108 raid in tutto il mese d’agosto; elicotteri d’attacco Ah-1W Super Cobra e venerandi Av-8B dei marines dalla Uss Wasp, una Lhd (nave d’assalto anfibio) che incrocia al largo delle coste della Libia, hanno fatto le loro sporadiche incursioni, ma tutto il lavoro sanguinoso è ricaduto sulle milizie di Misurata, che fra mine, trappole esplosive e gli scontri casa per casa, hanno contato sin’ora 470 morti e un gran numero di feriti, oltre alla perdita di blindati (12) e vecchi carri (14).

A guidarle a terra e a dirigere i raid, ci sono i team delle Special Forces americane, britanniche e anche un distaccamento italiano, quest’ultimo pare impegnato nello sminamento delle tantissime trappole esplosive disseminate dai Daesh.

Malgrado il successo d’immagine per la liquidazione del “pericolo” Isis in Libia, il Governo d’Accordo Nazionale (Gan) guidato da Serraj annaspa, nel tentativo di formare un altro Consiglio di Presidenza dopo la bocciatura subita il 22 agosto da parte del parlamento di Tobruk manovrato da Agilah Saleh, uomo del generale Haftar; un’operazione che può durare mesi e che non ha alcuna garanzia di successo.

Al contempo, Serraj è impegnato nel tentativo di far riprendere le esportazioni dal terminal petrolifero di Zueitina, l’unico funzionante dopo il danneggiamento di quelli di Es Sidr e Ras Lanuf avvenuto nel 2014. Uno snodo vitale per la Libia, e per questo minacciato da Haftar che a inizi agosto ne ha sondato le difese con alcune scaramucce.

Il generale vorrebbe impadronirsene strappandolo al controllo di Ibrahim Jadhran, ormai alleato di Serraj, ma è al momento impensabile che Haftar voglia aprire un altro fronte con le Petroleum Gards, una delle più grandi milizie della Libia, mentre non ha centrato fin’ora nessuno dei suoi obiettivi.

Malgrado mesi di scontri, il generale non è ancora riuscito ad avere il pieno controllo su Bengasi, dove alcuni quartieri sono ancora in mano al Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi (una sigla ombrello di milizie fondamentaliste) ed ai qaedisti di Ansar al-Sharia. Neanche a Derna è stato in grado di eliminare quelle milizie e gli scontri vanno avanti in uno stillicidio sanguinoso e senza fine.

Il fatto è che anche Haftar si sta trovando in difficoltà, incapace di assumere il controllo della Cirenaica, tenuto lontano dalle zone petrolifere e dai terminal, e con un supporto militare, finanziario e politico da parte dei suoi “padrini” che s’affievolisce. Con i sauditi impantanati in Yemen insieme agli alleati del Golfo, Al Sisi impegnato sul fronte interno oltre che nel Sinai, la Francia defilata dopo l’abbattimento di un elicottero in cui sono morti 3 uomini del Dgse, al momento è estremamente improbabile che Haftar possa arrivare a “governare” la Cirenaica, in prospettiva di uno smembramento della Libia mascherato da federalismo.

Nel frattempo, Serraj è riuscito ad assicurarsi la collaborazione delle istituzioni economiche del Paese, fra cui la National Oil Corporation, che, per una questione di sopravvivenza economica, hanno trovato un accordo fra uffici e duplicati sorti nella babele di Governi (Tripoli, Tobruk, Gan).

Far ripartire le esportazioni di greggio è vitale per Serraj e per la Libia, perché quel denaro è l’unica possibilità di evitare il collasso totale. Per capirlo, basti pensare che la sortita Haftar ad agosto contro il terminal di Zueitina, voleva interrompere la raffinazione e il trasferimento del greggio a Tripoli per la sua esportazione; un’esportazione ufficialmente destinata a risollevare la Libia, nella realtà a pagare le milizie di Misurata, impegnate oggi a liquidare l’Isis, domani contro Heftar e comunque a proteggere Serraj e il suo ectoplasma di Governo.

Quella di Libia è una crisi tutt’altro che risolta e meno che mai avviata a soluzione; un orribile pasticcio sanguinoso creato dall’avidità dell’Occidente, in cui sono entrate un nugolo di potenze regionali per reclamare ciascuna la propria fetta con il più assoluto cinismo. Per questo, semmai sarà risolta, avrà bisogno ancora di molto sangue e molto tempo, un tempo che Serraj e il suo Gan non hanno perché già monta il malcontento popolare per il continuo precipitare della situazione.

di Salvo Ardizzone
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