Annie Le Brun

«Il dovere dell’occhio destro è di immergersi nel telescopio mentre l’occhio sinistro interroga il microscopio». Come non essere colpiti dalla precisione di questa frase scritta dalla giovanissima Leonora Carrington nello straordinario racconto narrante il suo internamento fra il 1940 e il 1941 in un ospedale psichiatrico spagnolo, dopo che l’arresto del suo amante Max Ernst da parte della gendarmeria francese l’aveva gettata in un caos interiore che lei non era più in grado di distinguere da quello del mondo in guerra? Come non vederci un esempio di quell’«illuminismo della lucida follia» che Michelet attribuiva alla Strega, simbolo di quelle giovani donne che nei momenti più bui della storia hanno istintivamente protetto la vita minacciata, fino a morirne? Come non riconoscere inoltre in quello sguardo sdoppiato, la cui ampiezza rimanda alla sua pusillanimità se non alla sua falsità l’approccio degli esperti, ciò che oggi più ci manca?
Che ci troviamo ad una svolta in cui tutto il paesaggio sta cambiando, è diventato incontestabile. Occorre anche lo sguardo più adatto, quando ne va della «sopravvivenza della specie» e quando, si sa, per ripensare l’economia, se le analisi più rigorose s’impongono giorno dopo giorno, non è meno indispensabile allontanarsi dall’economia, al fine di prendere sia altezza che profondità, senza le quali è impossibile pensare altrove e altrimenti. Non fosse che per «uscire dal quadro», dal momento che importa prima di tutto rifiutare ciò che è assai più che sapere dove si va. Non c’è altro modo per sfuggire al «realismo» che, oltre a venire utilizzato come argomento-manganello per far accettare l’inaccettabile, continua a indurre la nozione di efficacia come necessità chiamata a determinare interamente la lotta contro l’inaccettabile.
Da cui la sinistra collusione fra reale e «realismo».
«Realismo» politico, «realismo» economico, «realismo» artistico, «realismo» erotico… «realismo» la cui realtà è quella che gli si accorda ma che siamo sempre più inclini a confondere con quella dei detentori del «denaro reale», da tanto si è cercato di farcelo considerare denaro contante. E questo nella stessa misura in cui è, malgrado tutto, sempre possibile non prestargli alcun credito. Non sarebbe del resto una delle ragioni per cui se ne proclama da tutte le parti l’impossibilità? Checché se ne dica, la «società dello spettacolo» non è una fatalità, essendo lo stesso concetto diventato una griglia di lettura che impedisce divedere.
Eppure è in nome di questa «realtà» che frode finanziaria e frode esistenziale sono arrivate a confortarsi e a sovrapporsi l’un l’altra. Cosa che, fin dal 1954, Leonora Carrington aveva intuito: «Tutto ciò che consideriamo “Realtà” è il piccolo incubo coagulato nella mente dell’uomo che domina la nostra specie: “l’uomo bene”, “l’uomo potente”». Non senza aver prima precisato: «I cani poliziotto non sono esattamente degli animali. I cani poliziotto sono bestie pervertite che non hanno una mentalità animale. Non essendo più i poliziotti essere umani, come potrebbero i cani poliziotto essere animali?».
Tale è effettivamente la «realtà», che spetta ad ognuno di accettare o di non sottomettervisi. Di modo che non sarà mai così urgente che l’occhio destro sprofondi nel telescopio mentre l’occhio sinistro si immerge nel microscopio. Tanto più che non si può vedere lontano se non si sa guardare vicino. Questione di ottica la cui incidenza politica è considerevole: è abbastanza perché né gli esseri né le cose siano più ridotti alla loro mera funzione sociale. Qui sta la nostra possibilità di far apparire un Altro tempo, non quello che i meno malintenzionati propongono come avvenire, ma il tempo che portiamo in noi e che occorre liberare dai suoi travestimenti, tempo convenzionale, tempo del misurabile, tempo della strategia, tempo caricaturale fino a farci credere che «il tempo è denaro».
Di conseguenza, se – come riporta Walter Benjamin – nel corso della rivoluzione di luglio «la sera del primo giorno di lotta si videro in diversi angoli di Parigi, nello stesso momento e senza concertazione, delle persone sparare sugli orologi», non sarebbe tempo di liberare il tempo?
A cominciare dal pensare al di fuori di tutte le positività che le anime belle continuano ad affibbiargli, sempre per contrastare in anticipo l’imprevedibile che fondamentalmente è. Perché questo tempo non è il tempo libero ma il tempo della libertà. Il tempo libero non è che una pausa nel tempo del conto, mentre il tempo della libertà è quello che, sfuggendo alle griglie consensuali, è sempre in grado di aprire uno spazio dove più nulla sia al suo posto, si tratti di un secondo, un’ora, un giorno… L’importante è che lo sguardo cambi. Di fatto, non c’è modo più lussuoso di spendere il tempo che far sorgere questo spazio nel cuore stesso di ciò che è.
E se alcuni percepiscono qualche fremito in questo inizio di primavera, non sarà per ricordarci questo tempo che ci ossessiona, questo tempo che nega incessantemente nelle grandi larghezze ciò che costringe, ciò che sminuisce, ciò che limita? L’avessimo scordato, è in ciascuno, questo tempo dell’inizio che non smette di stupirci e talvolta pure di meravigliarci.
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