L’autunno fatica ad arrivare e l’aria di Beirut rimane quasi estiva. La gente affolla i bar e i ristoranti alla moda di Mar Mikhael. Poco più su il lusso e la movida libanese lasciano spazio a quartieri più popolari che si arroccano sulla montagna. Qui i gatti dormono sotto le statue dei santi maroniti cattolici o armeni, tra gli alberi dalle foglie lussureggianti. Le antiche case libanesi, spesso splendide ma mal ridotte, sono sempre più minacciate da grattacieli scintillanti, ma senz’anima. Nonostante il tentativo dei moderni architetti di cancellarle, le strade di questo quartiere cristiano ricordano molto alcune zone di Napoli o di Palermo.

L’estate sembra non volersene andare, ma una novità non da poco scuote invece i cristiani del quartiere e il Libano in generale. Dopo uno stallo di due anni e mezzo, è stato eletto il nuovo presidente. La carica è andata al generale Michel Aoun. La costituzione libanese prevede che il parlamento elegga un presidente cristiano maronita, un premier sunnita e un presidente del parlamento sciita. Questo per tutelare l’equilibrio tra le tre fedi più rappresentative delle tante presenti in Libano. Fino a pochi mesi fa nessuno avrebbe scommesso che si sarebbe arrivati finalmente all’elezione del nuovo presidente. Il Paese infatti era paralizzato dalle tante crisi mediorientali, con la coalizione del 14 marzo 71, guidata dal sunnita Sa’ad Al Hariri e dai cristiani Samir Geagea e Sami Gemayel e dal druso Walid Joumblat, coalizione laica ma molto vicina all’Arabia Saudita e la coalizione dell’8 marzo 57, di cui fanno parte i partiti sciiti Hezobollah e il Movimento della Speranza di Nabih Berri ed il partito cristiano del nuovo presidente Michel Aoun, molto vicina all’Iran e alla Siria di Bashar al Assad.

Le tensioni tra Arabia Saudita e Iran in Siria, Iraq, Yemen avevano bloccato completamente la politica libanese. Tanto che perfino le elezioni parlamentari che avrebbero dovuto tenersi nel 2013 non si sono mai tenute.  L’accordo che ha sbloccato di colpo la situazione, secondo molte fonti libanesi e la stampa locale, prevederebbe l’appoggio del Movimento del 14 Marzo alla presidenza di Aoun in cambio del via libera della coalizione dell’8 Marzo all’elezione tra qualche mese di Sa’ad Hariri a premier.

Michel Aoun, che ha 83 anni, non proviene dalle antiche famiglie aristocratiche libanesi, ma da una famiglia popolare e deve la sua fama alla carriera militare. Durante la guerra civile divenne famoso per aver fermato, quando comandava l’ottava brigata dell’esercito libanese, l’offensiva del leader Druso, Walid Joumblatt, che guidava delle milizie pro Siria. In quegli anni Aoun diventò il simbolo di quelle forze militari libanesi che combatterono per consolidare una resistenza nelle zone del Paese non controllate dall’esercito siriano o israeliano. Nel 1988 venne nominato a capo di un governo militare dal presidente Amine Gemayel, arrivato alla fine del suo mandato e privo di successore a causa della guerra civile.

In quegli anni Aoun si considerò sempre di più come l’unico rappresentante legale dello Stato libanese, ma si aliena gran parte dei politici musulmani. Finisce quindi per ripiegare nelle zone controllate dai cristiani. Dopo qualche anno per uscire dall’impasse lancia una controffensiva che in una prima fase sembrò ridare fiducia a molti cristiani, ma che si rivelerà un disastro che costerà la vita a molti. In questo periodo lanciò anche una campagna fratricida contro le milizie cristiane del signore della guerra Samir Geagea. Questo conflitto tra le forze armate libanesi ufficiali guidate da un cristiano e le milizie cristiane, provocarono uno dei più grandi esodi di massa di cristiani dal paese.

Quando nel 1989 in Arabia Saudita venne firmato l’accordo di pace che pose fine alla guerra civile libanese e che prevedeva un travaso di potere dal presidente cristiano maronita al primo ministro sunnita, Aoun si barricò nel palazzo presidenziale, rifiutando di accettare l’accordo e di lasciare il potere. Alla fine fu costretto dai siriani che, anche grazie all’appoggio degli Stati Uniti, occuparono anche la parte del paese che ancora non controllavano, ad andare in esilio in Francia dove rimase per tutti gli anni in cui il Libano fu sotto tutela siriana.

In questi anni Aoun non smetterà mai di fare pressioni sulla comunità internazionale per chiedere la fine dell’occupazione siriana. Quando, dopo l’11 settembre del 2001, il presidente americano Bush mise la Siria nel cosiddetto “Asse del male”, Aoun ne approfittò per parlare al parlamento americano per chiedere il ritiro della Siria dal Libano. Fu in questo periodo che gli americani approvarono le sanzioni contro il regime siriano.

La sua riscossa politica iniziò quando nel 2004 le Nazioni Unite votarono una risoluzione che chiedeva alle forze siriane di ritirarsi dal Libano, cosa che poi accadde l’anno dopo grazie alle manifestazioni che scoppiarono in tutto il Paese per l’uccisione del premier sunnita Rafic Hariri, padre dell’attuale Sa’ad Hariri e potente premier amico dell’Arabia Saudita, grazie alla quale finanziò la ricostruzione post guerra civile. Il governo siriano che veniva percepito come il mandante dell’uccisione non poté reggere l’urto delle manifestazioni popolari. Fu in questo periodo che Aoun tornò trionfalmente in Libano non più come militare, ma in abiti civili.

Negli anni successivi il generale non ha però smentito il cliché che vuole la politica libanese contorta e piena di sorprese. Aoun, quando capisce che nella coalizione della famiglia Hariri, vicina all’Arabia Saudita, aveva poca spazio, con una spericolata piroetta, si avvicina ai nemici di sempre, i partiti filo siriani, in primis Hezbollah. Alle urne il fronte cristiano si divise in due, ma Aoun fece il pieno di voti.

Nel 2008 non riesce a diventare presidente, ma continua negli anni a lavorare a questo progetto. Paradossalmente una mano l’ha avuta proprio dal suo storico nemico, il capo delle milizie cristiane Samire Geagea. Anche lui candidato alle presidenziali, che si è ritirato ad inizio del 2016 facendo convergere i suoi voti su di lui. La svolta è arrivata pochi giorni fa, quando a sorpresa Sa’ad Hariri, capo della coalizione che si opponeva ad Aoun, forse indebolito da possibili incomprensioni con l’alleata di sempre l’Arabia Saudita, ha deciso di appoggiare il rivale, togliendo i voti della sua coalizione, al candidato cristiano che sosteneva, Suleiman Jr Frangieh.

Essendo il nuovo presidente piuttosto avanti con gli anni, molti commentatori locali sostengono che l’attuale ministro degli Esteri, nonché genero del presidente, Gebran Basil, avrà nei prossimi anni un ruolo crescente nella politica libanese. Molti degli attuali politici della Repubblica dei Cedri hanno le radici nella guerra civile che ha dilaniato il Paese. Proprio per questo sono sempre più lontani dalla sensibilità dei giovani, almeno a Beirut. Alle ultime municipali della città, nel 2016, questa voglia di novità ha costretto le coalizioni del 14 Marzo e dell’8 Marzo ad allearsi tra loro per fermare l’avanzata della nuova formazione Beirut Madinati, formata da intellettuali, professionisti laici, artisti, architetti e perfino pescatori che si sono incontrati durante la protesta contro la mancata raccolta della spazzatura nel 2015.

 

Tra i candidati della lista vi era anche la regista Nadine Labaki. Uno dei tratti rivoluzionari per la politica libanese della nuova formazione è la presenza di un preciso programma politico, piuttosto che il sostegno verso un leader carismatico. Nel programma si è fatta molta attenzione alla creazione di quei servizi pubblici che il paese ha perso definitivamente dopo la guerra e alla creazione di una città aperta agli investimenti stranieri e alla nascita di nuove start up e aziende, oltre che ad una politica eco sostenibile.

Beirut Madinati, nonostante non sia riuscita a sconfiggere l’alleanza tra tutti i vecchi partiti della politica libanese, ha comunque ottenuto un ottimo risultato elettorale. Il fatto stesso che gli storici avversari della politica della Repubblica dei Cedri abbiano dovuto allearsi tra loro per non perdere la municipalità è già un risultato impensabile fino a poco tempo fa.
Le temperature estive sembrano non voler far giungere la nuova stagione fresca, ma le foglie che ingialliscono sugli alberi libanesi sembrano preannunciare l’arrivo di una nuova stagione.

FONTE: Gli Occhi della Guerra

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