Di  Domenico De Simone

Egregio signor Imprenditore,

Non abbiamo bisogno di spendere molte parole per sottolineare la gravità del momento, sia per la debolezza cronica del mercato, sia per la asfittica situazione finanziaria in cui si muovono le imprese cui le banche concedono credito con il contagocce, sia infine per il deterioramento della situazione sociale soprattutto per il profilo dell’occupazione che segna da tempo un costante arretramento.

Riteniamo che questa crisi non sia congiunturale e che, nonostante le promesse e le assicurazioni, essa graverà su paese e sulle imprese ancora a lungo se non si assumono provvedimenti radicali. Pensiamo, infatti, che il problema sia strutturale, e che il nodo che è venuto al pettine è quello di un’economia che fonda la sua espansione e la creazione del denaro sul debito. Il problema non è la capacità produttiva né la produttività delle imprese, bensì la mancanza di liquidità, che rallenta i flussi di cassa bloccando l’incasso dei crediti e rendendo difficoltoso il pagamento dei debiti correnti.

Ci sono buone possibilità che anche la Sua impresa stia subendo in questo momento le conseguenze della crisi, e questo indipendentemente dalle Sue capacità e dalla Sua voglia di lavorare. Sono pochi i settori in cui la crisi non ha inciso affatto, si contano sulla punta delle dita, e ancora meno quelli un cui essa ha rappresentato un’occasione di rilancio. Per lo più il quadro è una desolante elencazione di crediti non riscossi, tasse eccessive, dipendenti che devono essere licenziati anche se rappresentano un patrimonio per l’azienda, debiti da onorare e che non si sa come fare perché manca la liquidità, competitività che si allontana perché non ci sono i fondi per gli investimenti, eccetera eccetera.

Il denominatore comune di questo cahier de doléance è la mancanza di denaro. Che è apparsa all’improvviso, come spesso accadeva in certi momenti, ma non è andata via, anzi, si è insinuata nei conti, ha cominciato a rallentare qualche pagamento, prosciugare qualche riserva, provocare la chiusura di qualche cliente già da prima un po’ in difficoltà con i pagamenti, mai puntuale e che all’improvviso ti lascia con un buco, per fortuna piccolo perché si sa che non ci si poteva fidare troppo, ma poi prende anche quel cliente importante che comincia a rallentare, a ridurre gli ordini, seguito da altri ed altri ancora, finché non ci si ritrova con i magazzini pieni e gli ordini dimezzati e con tanti rischi sui pagamenti, anche da quelli che erano sempre stati puntuali come cronometri svizzeri, a pensare se non sia il caso di chiudere un reparto o due e l’angoscia di dover mettere in cassa integrazione oppure licenziare qualcuno, più di qualcuno, tanti sapendo che forse non ce la faranno a trovare altro lavoro, visto che tutti sono costretti a fare così. E poi la Banca che con una scusa o senza ti comunica di averti ridotto il fido e che se prima ti dava l’ottanta per cento delle fatture che scontavi, adesso te ne da il sessanta, o il quaranta, o il trenta, ma poi non gli va più bene nessuno e il castelletto resta lì intonso perché non ci si può appoggiare niente.

E veniamo al nodo: abbiamo deciso di costituire un’associazione che affronti in concreto quello che riteniamo essere il problema principale nella situazione attuale, la mancanza di liquidità ed una ridistribuzione di reddito equa. Le due cose insieme perché nel sistema la liquidità è tantissima, ma non circola. Sul Corriere di qualche settimana fa era riportato il dato che nei paradisi fiscali ci sono depositati diecimila miliardi di dollari che appartengono a poco più di ottantamila persone. Carta straccia per la società e forse anche per i loro possessori se non li spendono. D’altra parte che ci fa una persona con tanto denaro, pari al PIL di USA e Giappone messi insieme? Per due popoli è il lavoro, la fatica, la vita, la morte, la produzione, i figli, le gioia il dolore di tutti per un anno intero. Per qualcuno è solo un gioco di potere. A spendere un miliardo al giorno ci vogliono trent’anni, ed è dura dopo qualche giorno riuscire a spendere un miliardo tutti i santi giorni per tutto quel tempo!

Quindi il denaro c’è ma non viene speso. Vecchia storia che causò la crisi del 1929 con tutto quello che ne seguì, nazismo e guerra inclusi. E Keynes e il deficit spending che ha aggravato i conti degli Stati nel mondo per l’uso sconsiderato che ne è stato fatto. E che comunque continua a generare interessi su interessi degli interessi. Che significano rendita in mano a pochi e sofferenza e sempre più tasse per molti. Quest’anno in Italia si pagheranno oltre 500 miliardi di interessi sul debito aggregato, che è il debito dello Stato sommato a quello delle imprese, delle famiglie e degli Enti Locali. Tutti insieme fanno 3,15 volte il Pil o probabilmente adesso qualcosa di più visto che il conto lievita sempre. Un terzo di tutto quello che si produce in un anno, se ne va a pagare la rendita ai pochi che la detengono, questa è la verità. Non molto diversa da quella che indusse alla fine del settecento la borghesia produttiva gli operai e i contadini ad una rivolta contro gli aristocratici rentièrs che fu chiamata la Rivoluzione Francese. Allora rotolarono un po’ di teste e il mondo cambiò, e la produttività prese per un certo tempo il sopravvento sulla rendita. Quei redditieri fondavano il loro privilegio su un diritto di sangue, quelli di oggi su diritti a volte persino meno comprensibili di quelli. Fatto sta che ora, come allora, la rendita è divenuta un peso insopportabile per tutta la società. Tutta la battaglia per racimolare i dieci miliardi dell’IMU è servita solo a coprire un cinquantesimo dell’importo della rendita di quest’anno, e se vogliamo limitarci al debito dello Stato, un decimo degli interessi che lo Stato pagherà per il Debito Pubblico. Di ripagare il Debito Pubblico non se ne parla proprio, e con il PIL in diminuzione, come è previsto per quest’anno e pure per l’anno prossimo, sarà già un miracolo che salga di poco rispetto al PIL. Certamente salirà in termini assoluti come ha sempre fatto dal dopoguerra in poi e questo comporterà più interessi e poi ancora interessi sugli interessi degli interessi.

Insomma, il problema è il denaro e la rendita. Se il denaro non c’è è perché i redditieri se lo tengono ben stretto nei paradisi fiscali, alla faccia di tutte le leggi che fanno finta di perseguirli. Ma non è certo con la legge che si risolve il problema. Negli anni trenta, un gruppo di imprenditori svizzeri, in una situazione paragonabile alla nostra attuale, con il 50% di disoccupazione e una drammatica penuria di franchi, decisero che avrebbero fatto di testa loro e si misero a stampare denaro. Erano in sedici ed era il 1934. Fecero un denaro un po’ particolare che non poteva essere accumulato perché era gravato da un tasso negativo, un demurrage come si dice in termini tecnici, per cui dopo un certo periodo perdeva completamente valore. Lo chiamarono WIR abbreviazione diWirtschaftsring, che significa “circuito dell’economia” ma in tedesco è anche il pronome personale plurale “noi”. L’associazione prendeva i crediti inesigibili degli associati e gli dava in cambio un equivalente in WIR, con cui l’associato poteva effettuare pagamenti solo all’interno del circuito. In pochi mesi gli associati divennero migliaia e l’associazione WIR contribuì non poco alla ripresa ed alla stabilità dell’economia svizzera in quel periodo difficile. L’esperienza è poi proseguita nel dopoguerra, e l’associazione ad un certo punto si è trasformata in banca. Ha dovuto rinunciare al tasso negativo per il diktat della Banca Centrale Svizzera, ma le operazioni vengono effettuate a tasso zero. Attualmente il circuito WIR conta 65.000 imprese e nel 2011 ha effettuato prestiti per oltre 18 miliardi di franchi.

L’idea è di ripercorrere quella strada, eccellente per le piccole e medie imprese, con gli aggiustamenti e le correzioni che ci suggerisce l’esperienza passata e coinvolgendo anche le persone singole nel progetto oltre alle imprese.

Intendiamo costituire un’associazione ed un consorzio di imprese. All’associazione partecipano tutti, al Consorzio solo le imprese. Queste cedono (o si impegnano a farlo) al Consorzio una parte dei loro crediti inesigibili, ricevendo in cambio un equivalente in moneta a tasso negativo. L’idea è di emettere obbligazioni a tasso negativo sottoscritte da ciascuno con la cessione del credito che capitalizza il Consorzio, ma questo comporta dei costi che in una prima fase si possono evitare e l’operazione può essere gestita mediante un impegno alla cessione da parte di ciascuna impresa. Con questi titoli, le imprese possono coinvolgere i propri creditori e saldare i debiti nei loro confronti, ed allo stesso tempo effettuare nuovi acquisti presso le imprese che aderiscono all’associazione. Contiamo di arrivare in breve ad avere qualche centinaio di aderenti e di coinvolgerne migliaia non appena l’attività dell’associazione dispiega tutti i suoi effetti positivi. Non occorre molto denaro per far funzionare il sistema, poiché una moneta a tasso negativo ha una velocità di circolazione pari a cinque o sei volte quella di una moneta “normale”. Allo stesso tempo, l’associazione emette delle altre obbligazioni per distribuirle in misura eguale a tutti gli associati. Questo aiuta i soci a trovare un mercato per le loro merci oltre a favorire la ripresa di un benessere generale. Le altre obbligazioni vengono emesse in misura adeguata alla consistenza della produzione favorita dalle emissioni precedenti, altrimenti non troverebbero giustificazione. L’obiettivo è quello di finanziare gli investimenti mediante queste emissioni, e per investimenti si intende tutto ciò che può generare ricchezza, compresa quindi l’attività di studio e di ricerca.

Tutti gli associati devono obbligarsi ad accettare per le proprie merci o attività almeno il 50% del prezzo in questa moneta. Ovviamente, un’impresa può decidere di destinare una parte della propria produzione alle attività all’interno dell’associazione ed il resto se la sbriga per conto suo. L’importante è che il prezzo sia ridotto di almeno il 50%, così come le remunerazioni delle attività dei soci saranno ridotte del 50% ed il resto verrà pagato con la nuova moneta a tasso negativo. Questo comporta che l’associazione diventerà anche occasione di incontro tra offerta e domanda di lavoro a condizioni presumibilmente migliori di quelle attuali.

Tutto sarà gestito in condizioni di assoluta trasparenza tramite il server dell’associazione, mediante un programma di tenuta dei conti individuali che sarà dato a ciascun associato e che conterrà tutti i dati generali dell’associazione oltre a quelli personali, di modo che ciascuno possa avere sempre sotto controllo quello che succede nell’associazione e quali sono i livelli di liquidità ed i prestiti emessi. Abbiamo pensato a meccanismi automatici sia per l’emissione del denaro sia per la gestione dei conti così che nessuno possa avere un potere di decisione rispetto al denaro da creare o agli investimenti da finanziare. L’obiettivo è di evitare la possibilità che nasca alcun potere rispetto alla moneta. Per gli aspetti fiscali dell’operazione, le emissioni possono essere considerate sconti sul prezzo di listino delle merci e ci sono precedenti in questa direzione con pronunce della Agenzia delle Entrate sulla corretta gestione degli scontrini fiscali e delle fatture. Anche l’accettazione di una obbligazione a tasso negativo, che alla scadenza avrà valore prossimo allo zero, può essere considerata come uno sconto sul prezzo totale, appunto perché si prende in cambio qualcosa che dal punto di vista del capitale ha valore zero o prossimo ad esso. Sotto questo aspetto possiamo immaginare che l’associazione sia una struttura in cui viene praticata la solidarietà tra gli associati che applicano sconti consistenti tra di loro.

Il livello del tasso negativo sarà deciso dall’assemblea dell’associazione su proposta del comitato economico: la proposta tiene conto del livello medio di obsolescenza dei beni prodotti, di modo che la vita del denaro creato accompagni quella dei beni creati grazie agli investimenti.

Questo sistema nasce da una filosofia del denaro, della società e dei rapporti economici e sociali che è esposta sinteticamente nel sito dell’associazione Faz alla quale facciamo riferimento diretto. FAZ è l’acronimo di Zona di Autonomia Finanziaria, e l’obiettivo è quello di ricostruire rapporti sociali ed economici su una base differente dal sistema attuale, eliminando il debito come fonte del denaro e costruendo un tessuto sociale in cui la solidarietà sia fondata sull’interesse di ciascuno e sul suo benessere, non sul sacrificio. Siamo convinti che le imprese svolgano un grande servizio per la società, ma anche che esse ricevano molto dalla società in cui operano, poiché senza di essa non potrebbero nemmeno esistere.

Per le imprese questo sistema ha molteplici vantaggi. Oltre a cercare di risolvere l’attuale crisi di liquidità, le imprese che aderiscono possono trovare nuovi fornitori a prezzi convenienti, un nuovo mercato, finanziamenti a tasso zero, dipendenti a costi contenuti, creatività per le nuove attività di produzione.

Nel medioevo, gli uomini vessati dall’avidità dei grandi feudatari, decisero di andarsene e fondarono i Comuni, sulla base di principi di solidarietà, lavoro e interessi in comune. Il sistema al quale appartenevano non era riformabile, e il livello di violenza e di avidità dei feudatari era divenuto intollerabile. La situazione oggi non è molto diversa e le inaccettabili tragedie che hanno attraversato la nostra società a causa della crisi sono intollerabili. Abbiamo deciso di andarcene, poiché riteniamo che questo sistema sia irriformabile e che in esso i principi costituzionali di diritto al lavoro, di libertà di impresa, di diritto ad una retribuzione equa e sufficiente a garantire una vita dignitosa per il lavoratore e la sua famiglia, di solidarietà sociale, sono ormai completamente disattesi. Riteniamo che sia del tutto inutile e controproducente “fare politica”. Rischiamo di ritrovarci tra dieci anni con i problemi aggravati e con un deserto intorno se non facciamo subito qualcosa per cambiare l’economia. Andarsene significa appunto cambiare l’economia dalle fondamenta, e con l’economia cambierà anche la politica e la partecipazione alla vita sociale, secondo le forme che saranno decise all’interno della struttura stessa. Non abbiamo un modello politico da promuovere né tanto meno da imporre, qualsiasi modello, oggi, non potrebbe che ripercorrere le strade già battute dalla politica e ripetere gli stessi errori. Siamo però convinti che cambiando le basi stesse dell’economia, si innescheranno rapporti economici e sociali che a loro volta porteranno una mentalità ed una partecipazione nuova e diversa. Sarà l’assemblea a decidere, quindi, quali forme sociali adottare e quali politiche, quando sarà venuto il momento di prendere decisioni in quell’ambito.

L’associazione ed il Consorzio devono affrontare dei costi per il funzionamento della Faz. I costi sono dati oltre che da quelli usuali per la costituzione, dalle modifiche e la gestione dei programmi di tenuta dei conti, alla redazione ed alla stampa dei materiali di diffusione dell’associazione, alla tenuta dei server necessari per gestire i conti ed il sito, alla redazione dell’elenco degli associati con le rispettive competenze, al centro studi economici che deve effettuare i calcoli necessari per proporre all’assemblea le decisioni di sua competenza. Non si tratta di grandi cifre, ma per un paio di anni, forse tre sarà necessario affrontarle almeno in parte in euro, e poi si spera che potranno essere affrontate con la nuova moneta.

Per questa ragione viene richiesta una quota associativa annua che per le singole persone è quasi simbolica, dieci euro a persona, per le “partite Iva” è di cinquanta euro, per i negozi è di cento euro e per le imprese è di duecento cinquanta euro.

Intendiamo partire il 21 dicembre prossimo e adesso stiamo raccogliendo le adesioni di persone e di imprese. Ai primi di dicembre tireremo le somme delle adesioni ricevute e dei fondi e organizzeremo l’avvio della prima Faz. Vorremmo che ne nascessero diverse in Italia e in Europa. La situazione è difficile dappertutto, non solo da noi o nei paesi del sud Europa.

La ringraziamo per la Sua attenzione e La attendiamo presso i nostri siti

Faz per la libertà

Il comitato promotore

Link: http://domenicods.wordpress.com/2012/10/09/lettera-aperta-alle-imprese-italiane/

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