Autore: Luca Manes – crbm.org

 

In Cile non si placa la protesta contro la costruzione di cinque mega dighe nella regione patagonica dell’Aysen da parte di un consorzio capitanato dall’Endesa, controllata dell’italiana Enel.

Due fine settimana fa a Santiago sono scese in piazza 30mila persone, ma iniziative si sono registrate un po’ ovunque nel Paese e soprattutto nelle località interessate dalla mega opera. Purtroppo la polizia ha spesso usato la mano pesante contro i dimostranti, con numerose persone ferite o arrestate. Da notare che nel frattempo un sondaggio svolto per conto del quotidiano la Tercera ha indicato nel 74% la percentuale di cileni che si oppongono al progetto, che numerose associazioni ambientaliste e una larga fetta della società civile del Paese sudamericano ritengono possa provocare ingenti devastazioni socio-ambientali.

Nel week end appena trascorso le manifestazioni contro gli sbarramenti in Patagonia hanno trovato sponda con l’opposizione alle politiche del presidente Sebastian Pinera, che presso il parlamento nazionale, con sede a Valparaiso, ha tenuto il consueto discorso programmatico. “Occorre rendere compatibile la necessaria tutela dell’ambiente con l’altrettanto necessaria energia per lo sviluppo. Non possiamo dire che abbiamo bisogno di energia, consumarla in abbondanza e allo stesso tempo opporci a tutte le fonti che la generano” ha detto il presidente mentre un gruppo di parlamentari dell’opposizione sollevava uno striscione, subito rimosso, con la scritta: “No a Hidroaysén”.

Nell’ambito di Terra Futura abbiamo incontrato il vescovo dell’Aysen, Luis Infanti della Mora, in Italia per un lungo “tour di sensibilizzazione” sui temi dell’acqua (che in Cile è ultra-privatizzata) e delle grandi dighe.

Per Infanti “la mobilitazione si rifà a un progetto per il futuro umano, sociale, culturale e politico, che quindi va molto più in là della costruzione delle cinque dighe sui fiumi Baker e Pascua. Personalmente sono convinto queste dighe non si faranno perché sarà molto difficile che sia approvata la linea di trasmissione collegata agli impianti idroelettrici (lunga 2.300 chilometri, attraverserà nove regioni e vari parchi nazionali, ndr)”.

“Ma in ogni caso – continua il vescovo – il problema resterà perché l’acqua della Patagonia è per il 96% di un’impresa, l’Enel. Questa è una forma di colonizzazione da parte di uno Stato nei confronti di un altro, dato che l’Enel è per il 30% di proprietà dello Stato italiano, ma che accade non solo al Cile ma anche in tutta l’America Latina, una regione in cui questi progetti di privatizzazione sono stati imposti dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale negli anni delle dittature”.

Il vicariato di cui fa parte Infanti ha protestato per l’operato delle forze dell’ordine, che hanno inseguito i manifestanti fin dentro la cattedrale di Coyhaique, il capoluogo dell’Aysen. L’opposizione locale si è fatta sentire con i cacelorazos resi celebri dalle proteste argentine, ma ha inscenato anche black out improvvisati ed esposto bandiere nere, a mo’ di lutto, alle finestre delle case. Molto attiva anche la chiesa. “La conferenza episcopale cilena ha fatto sentire la sua voce sul progetto, che ritiene debba essere basato non solo su fattori economici, ma anche etici”, ci ha spiegato Infanti, che in questi giorni ha scritto alle autorità ecclesiastiche italiane per chiedere una loro presa di posizione.

 

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