Napolitano preso in castagna

di Piemme

Quando toccava a Berlusconi far fronte a valanghe di intercettazioni telefoniche sbattute sulle prime pagine (spesso per nulla rilevanti dal punto di vista penale), il composito fronte avversario rispondeva che egli non era legibus solutus, che anche il Presidente del Consiglio doveva rispondere allo Stato di diritto e dar conto del suo operato — che egli non era al di sopra della legge.
Ora, lo stesso sciame di verginelle chiede a gran voce, non solo che non sia reso pubblico cosa si siano detti, in camera caritatis, l’ex Ministro degli Interni Nicola Mancino e Giorgio Napolitano. Sostiene che la Magistratura non può spiare il Capo dello Stato e, se l’ha spiato di sponda, a meno che non sia violato l’Art. 90 della Costituzione, le carte siano secretate. [1]

Ora, che il Signor Napolitano abbia violato l’Art. 90, che doveva essere posto in stato d’accusa per “attentato alla Costituzione”, lo andiamo dicendo dal novembre scorso, quando sotto la sua scrupolosa regia, non solo mandò a casa il governo ma intronizzò Mario Monti.

Rispetto a quella vicenda la telefonate con Mancino (anche ammesso che ci sia di mezzo la famigerata “trattativa stato-mafia”) sono ben poca cosa. Esse sono semmai solo una conferma che questo Presidente della Repubblica ha di gran lunga travalicato i poteri che gli attribuisce la Costituzione.

Inviperito con i magistrati di Palermo, Napolitano ha sollevato presso la Corte costituzionale la questione del “conflitto di attribuzione”. [2] Possono dei magistrati, anche indirettamente intercettare il Presidente? E se sì, che uso debbono farne delle intercettazioni? Lesa maestà, questo è il peccato di cui si sarebbe macchiata la Procura di Palermo. E Napolitano non gliela vuole far passare liscia.

In effetti la Costituzione non è precisa al riguardo. La Corte dovrà decidere chi abbia abusato di eccesso di potere. I magistrati o Napolitano accettando di dialogare con un Mancino preoccupato per le inchieste?

Staremo a vedere. La questione non è solo formale, ordinamentale. E’ squisitamente politica. I partigiani del tandem Napolitano-Monti sono insorti perché, a loro avviso, l’attacco al Quirinale è sommamente pericoloso perché tende a delegittimare, visto il marasma politico che segna il crepuscolo della “seconda Repubblica”, quello che si è rivelato essere non solo l’ago della bilancia ma il potere supremo o di ultima istanza. Delegittimare Napolitano significa azzoppare Monti, toglierli da sotto i piedi il piedistallo su cui si regge. Significa minare l’architettura presidenzialista che Napolitano ha approntato per il futuro.

Nel frattempo la questione resta: perché Napolitano si ostina a voler impedire gli italiani di sapere cosa diamine si sono detti con Mancino? Un Mancino che chiedeva di intercedere  contro chi lo accusa di avere avallato l’inciucio con Cosa nostra? Se nei colloqui non c’è nulla di cui possa creare nocumento alla sua figura, come mai teme tanto che siano resi noti? E’ forse materia su cui poter apporre il segreto di Stato?

Si dice che nelle telefonate non ci sia nulla di penalmente rilevante. Ah sì, certo. Ma qui è il “politicamente rilevante” che conta.

Note

[1] Recita l’Articolo 90: «Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.
In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri».
[2] Il conflitto di attribuzione consiste in situazioni di contrasto tra organi dello Stato, più precisamente, tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono.

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