Di Stefano D’Andrea

Sommario: 1. Lotta di classe nella forma pre-politica del saccheggio? 2. L’impoverimento derivato dai consumi eccessivi (rispetto ai redditi da lavoro). Precisazioni sull’oggetto delle mie riflessioni; 3. Qualche calcolo un po’ a occhio e croce e la tesi; 4. Spese sostenute dalle famiglie italiane per le autovetture5. Spese sostenute dalle famiglie italiane per cene e pranzi al ristorante; 6. Denaro speso per i consumi dei figli; 7. Denaro speso per soddisfare vizi, hobby e passioni: hascisc o marijuana, alcool e altro; 8. Gli interessi pagati e non percepiti. Le rendite e le rivalutazioni patrimoniali perdute; 9. Limitata rilevanza del recupero dell’inflazione e della giusta distribuzione del sovrappiù tra redditi da lavoro e profitti; 10. Nessuna valutazione morale; 11. Il rilancio dei consumi interni: il capitalismo sociale e totalitario degli economisti critici; 12. Imprese e famiglie abbienti: i morti viventi; 13. Le ragioni per le quali l’impoverimento è avvertito in misura minore rispetto alla realtà; 14. Una difesa dovuta; 15. Conclusioni: i) suggerimento; ii) la scontentezza del moderno lumpenproletariat.

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1. Lotta di classe nella forma pre-politica del saccheggio?

E’ triste ammettere che dopo due secoli di lotte per l’emancipazione dei ceti subalterni all’interno della società capitalistica, le recenti devastazioni avvenute in Inghilterra possano essere interpretate come forme, sia pure elementari e pre-politiche, di lotta di classe: “Nella forma elementare e pre-politica del saccheggio, si tratta di lotta di classe”, ha scritto, invece, Alessandro Dal lago su Liberazione (1)Se la lotta di classe fosse tornata a quel livello elementare e pre-politico al quale accenna l’autorevole sociologo, per il quale nutro profonda stima, saremmo messi molto male. Forse è soltanto per non convenire che la situazione è tanto disastrosa che mi ostino a negare che siamo in presenza di un fenomeno di lotta di classe, sia pure in forma elementare e pre-politica.

Dopo venti anni (in Inghilterra trenta) di riduzione e devastazione dello stato sociale e quindi di diminuzione del reddito non monetario dei ceti bassi e medi; quando la scuola e l’università pubbliche sono state snaturate e svuotate delle funzioni originarie e, a causa della mancanza di ogni severità (serietà), sono tornate ad essere assolutamente classiste; dopo tanti anni di continuo aumento del prezzo degli immobili in relazione ai redditi monetari da lavoro e dopo l’abolizione dell’equo canone, con conseguente sacrificio del diritto alla casa; quando l’abbandono della stabilità del rapporto di lavoro, che è stabilità di vita, rapporto con una terra, possibilità di una famiglia e di un amore, ha raggiunto livelli ottocenteschi; quando il risparmio accumulato per due secoli, grazie al lavoro di miliardi di lavoratori, subordinati e autonomi, è ormai libero di abbandonare i paesi d’origine e di essere investito in un paese straniero per vendere beni in altro paese straniero e investire gli utili in un terzo paese straniero, o (è libero) di impazzare nel gioco di borsa; se dopo l’immane disastro che è accaduto e la sussunzione reale al capitale della formazione delle personalità individuali; se dopo tutto ciò, l’avanguardia violenta e coraggiosa della lotta di classe fosse costituita nella migliore delle ipotesi da giovani che dichiarano di essere mossi dall’odio per i ricchi e che devastano i grandi magazzini in cui si vendono prodotti di marca (a fini di saccheggio e non di distruzione!), allora si dovrebbe prendere atto, non soltanto che siamo tornati nel momento pre-politico della lotta di classe, bensì anche che i rivoltosi non sanno nemmeno individuare il mero interesse economico che li accomuna.

Più chiaramente – e pur volendo tralasciare: i due episodi di omicidio e pluriomicidio (i quali possono essere imputati a singoli o a gruppi e non alla totalità dei saccheggiatori); il fatto che sono stati assaltati e devastati anche piccoli esercizi commerciali (appartenenti a comunità etniche diverse da quelle che partecipavano alla devastazione!); l’aspetto ludico che emerge dalle foto che ritraggono molti trofei dei rivoltosi  (birre, cavallucci per bambini di due anni, jeans); e l’assenza di slogan, anche vagamente politici – la (pretesa) classe ribelle non è in grado di identificare il proprio interesse economico. Essa è stata interamente sussunta dal capitale e desidera ciò che il capitale vorrebbe darle, le ha dato in passato e non riesce più a fornire: i futili consumi, possibilmente a credito (a debito per il consumatore).

E’ proprio il contenuto della rivendicazione economica del soggetto collettivo in lotta che lascia perplessi e anzi amareggiati. Non soltanto manca la ricomposizione intellettuale del tessuto delle diverse realtà materiali. Non soltanto è assente una dottrina egemonica o potenzialmente egemonica. Non soltanto, insomma, la “lotta di classe” non si è elevata al livello politico (2). La situazione è ben più grave: la classe subalterna che abbiamo visto all’opera è intrisa di mistificazioni in ordine al proprio interesse economico. Essa crede che l’interesse economico dei suoi appartenenti sia quello di disporre di denaro (o peggio ancora di credito) sufficiente per acquistare quei beni che essi hanno acquistato negli ultimi trenta anni come gravi eroinomani, conducendo talvolta sé stessi alla rovina.

2. L’impoverimento derivato dai consumi eccessivi (rispetto ai redditi da lavoro). Precisazioni sull’oggetto delle mie riflessioni.

E’ tempo di dire chiaramente – e per molti, anzi moltissimi, di capire – quali cause ha l’impoverimento dei ceti subalterni e del famoso ceto medio (più precisamente, medio-basso), sotto il versante del salario monetario. Mi riferisco al salario monetario e più in generale al reddito da lavoro avente carattere monetario; anche se, a mio avviso, l’impoverimento maggiore per i ceti bassi e medio-bassi è dipeso dalla devastazione della scuola e dell’università pubbliche, le quali non sono più gli strumenti di mobilità sociale che erano un tempo non troppo lontano.

Sotto il versante del reddito monetario, l’impoverimento ha tre ragioni: i) molti redditi da lavoro sono cresciuti meno dell’inflazione (nonché dei prezzi di beni di grande rilievo nell’economia dei ceti bassi e medio-bassi, benché esclusi dal paniere dell’inflazione); ii) nella distribuzione del reddito le quote dei profitti sono cresciute rispetto alle quote destinate al lavoro (3); iii) i ceti bassi e medio-bassi (non diversamente dalle altre classi sociali, le quali, tuttavia, non rischiano l’immediato impoverimento) hanno abbandonato il valore del risparmio e hanno speso quantità di denaro inaudite e sconcertanti per l’acquisto di beni e servizi di consumo e non essenziali, ricorrendo addirittura all’indebitamento, rimanendo privi del denaro necessario ad acquistare beni e servizi essenziali e divenendo titolari delle obbligazioni di pagare gli interessi dovuti per aver preso a prestito denaro utilizzato per futili acquisti.

La sinistra socialdemocratica o comunista suole porre in evidenza i primi due fattori. Il terzo fattore, invece, è sistematicamente ignorato. Eppure esso è di gran lunga il fattore più rilevante e importante. Siamo chiaramente in presenza di una rimozione. Ma non ha alcun senso ragionare su questi argomenti se poi si trascura la causa di gran lunga maggiore dell’impoverimento.

Per dimostrare il mio assunto, muoverò dalle ipotesi che i redditi da lavoro siano cresciuti come l’inflazione e, in generale, come i prezzi dei beni che hanno grande rilievo economico nell’economia dei ceti bassi e medio-bassi e che le quote di ripartizione del sovrappiù tra profitti e redditi da lavoro siano rimaste identiche a quelle di trenta anni fa. Se i due presupposti ipotetici (che sappiamo falsi) si fossero verificati, secondo la logica comunemente adottata non avremmo avuto un impoverimento dei ceti bassi o medio bassi. E invece le cose non stanno così. I titolari dei redditi da lavoro, infatti, potrebbero acquistare i medesimi beni che acquistavano i titolari di identici redditi trenta anni fa e potrebbero acquistare anche parte dei beni nuovi (un tempo non esistenti), grazie alla quota di aumento della produttività che stiamo immaginando distribuita ai redditi da lavoro. Tuttavia non potrebbero comunque acquistare una infinita quantità di beni che invece i ceti bassi e medio bassi hanno acquistato: sia di beni che già esistevano, – acquistati in maggiore quantità o di migliore qualità – sia di beni nuovi.

E’ appena il caso di precisare che dobbiamo immaginare due condizioni del tutto identiche; quindi conviene considerare persone ( e famiglie) sprovviste di patrimonio e di rendite.

Procedo tramite esempi. In questa materia, così poco esplorata, mi sembra la strada obbligata per dimostrare l’assunto. Per quanto possibile mi servirò di esempi tratti dalla mia famiglia e da quelle dei miei amici più stretti, per lo più non appartenenti ad un ceto basso, bensì medio-basso (insegnanti, piccoli commercianti, famiglie di due operai, dipendenti pubblici, piccoli professionisti). E’ preferibile parlare di ciò che si conosce meglio. Ciascuno potrà poi verificare se le mie osservazioni sono valide, mutatis mutandis anche per i ceti meno abbienti.

Pertanto, una precisazione è d’obbligo per evitare pericolosi e fraintendimenti. Il ragionamento che sto per svolgere non riguarda i disoccupati, né il vasto fenomeno dell’impoverimento del precariato. Riguarda esclusivamente coloro che sono titolari di rapporti giuridici derivati da un contratto di lavoro a tempo indeterminato e coloro che svolgono stabilmente e con continuità, salvo le consuete difficoltà, un lavoro autonomoL’articolo non riguarda nemmeno i pensionati, perché è rivolto a coppie (famiglie) di lavoratori. Io mi riferirò esclusivamente a famiglie che hanno un reddito complessivo (sommate anche eventuali rendite) di 3500-4000 euro. Il lettore, saprà poi riflettere se, fatte le dovute proporzioni, il fenomeno che sto per descrivere sia diffuso anche in famiglie con redditi (e rendite) inferiori. E’ naturale, tuttavia, che più si scende con i redditi e più siamo al di fuori del campo nel quale può essere esteso il contenuto dell’articolo: più si scende ai livelli dei redditi che a mala pena sono sufficienti ad acquistare beni e servizi necessari, meno potrà essere vero che l’impoverimento è stato dovuto (anche) ad eccesso dei consumi non necessari.

Una seconda precisazione. Io confronterò la situazione di una coppia che inizia “oggi” la vita familiare con una che l’ha iniziata quaranta anni fa. In realtà quando scriverò “oggi” mi riferirò a “fino qualche anno fa”. Perché le cose che sto per scrivere sono state in qualche modo avvertite dalle famiglie, le quali hanno spontaneamente iniziato a ridurre i consumi rispetto alle prassi di spesa che seguivano fino a qualche anno fa. Quindi, se scriverò “oggi”, anziché precisare “fino a tre anni fa”, è soltanto per comodità espositiva.  

 

3. Qualche calcolo un po’ a occhio e croce e la tesi.

I calcoli che seguono sono svolti “ad occhio e croce”. Qualche volta la maggior spesa imputata ai consumi della famiglia moderna rispetto a quella che iniziava la vita familiare quarant’anni fa apparirà eccessiva; altre volte apparirà sottostimata. Inutile dire poi che non tutte le famiglie moderne hanno lo stesso rapporto con i beni di consumo; e che le famiglie che vivono in grandi città hanno un costo della vita (per i beni necessari) superiore a quello delle famiglie che vivono in provincia. Ciò che intendo mostrare è che, muovendo dalla stessa situazione patrimoniale, e pur ipotizzando redditi identici, una famiglia moderna spende in consumi e/o non percepisce in rendite dai duecentomila ai quattrocentomila euro in più rispetto a una famiglia della passata generazione e dunque non risparmia e si impoverisce.

4. Spese sostenute dalle famiglie italiane per le autovetture.

Mio padre era un professore di scuola media secondaria e nel 1969, anno del suo matrimonio, acquistò una Fiat 128. La sostituì con una Fiat 127 nel 1978. Poi acquistò una ford escort (1100 di cilindrata) nel 1987. Sebbene mia madre, anche essa professoressa, avesse cominciato a guidare nel 1985, in famiglia vi fu una sola autovettura fino al 1994, quando fu acquistata una Clio e quando già io e mio fratello, muniti di patente, avevamo 23 e 24 anni. In venticinque anni due professori di scuola media superiore acquistavano in tutto quattro autovetture – che sommariamente stimerei, al prezzo attuale, da quindici mila euro l’una-, sebbene in famiglia per cinque anni guidassero anche due figli. Dunque una spesa di sessantamila euro.

Oggi in una analoga famiglia vi sono fin da principio due autovetture. Sia chiaro che è giusto e sacrosanto che la donna abbia la patente e guidi. Ma non è altrettanto ovvio che le autovetture debbano essere due. Anche a voler immaginare che le autovetture vengano cambiate ogni otto o nove anni, come accadeva un tempo, in venticinque anni le autovetture acquistate sarebbero sei e non quattro. Se poi consideriamo che quando in famiglia due figli raggiungono i diciannove e i diciotto anni si acquista una nuova autovettura, una famiglia moderna, analoga alla mia, e che viva la medesima situazione a distanza di trenta anni, acquista tre autovetture in più. Cioè spende 105.000 euro per le autovetture in venticinque anni, anziché 60.000. Se poi aggiungiamo le spese derivate – benzina, assicurazione, bollo, tagliandi, pneumatici, danni da incidenti autoprovocati – dobbiamo certamente aggiungere ai 45.000 euro spesi per le tre autovetture in più acquistate, calcolando soltanto 1500 euro l’anno di costo per ogni autovettura (ovviamente sono molti di più), altri 45.000 euro (37.500 per la seconda macchina della famiglia, posseduta per 25 anni; e 7500 per la terza, posseduta per  5 anni). Complessivamente, la famiglia moderna, in venticinque anni, avrà speso 90.000 euro in più rispetto alla analoga famiglia della generazione precedente soltanto per acquistare autovetture e sostenere i relativi costiLa cifra mi appare eccessiva e tuttavia la terrei ferma, considerando una vita di coppia di quaranta anni e non di venticinque. E non sto calcolando il fatto che questi acquisti vengono fatti a debito, pagando interessi. Di ciò dirò tra breve. Né sto considerando che oggi molti acquistano macchine di maggiore cilindrata e più costose.

Mi sento di poter affermare con certezza che la nostra non era una famiglia particolare con riguardo alla spesa per autovettureSe, infatti, ripenso alle famiglie dei miei amici intimi, constato che la spesa per autovetture fu analoga o inferiore e anche molto inferiore, sia nella famiglie in cui la madre non guidava (le famiglie erano così composte: un professore e una maestra; un geometra e una casalinga; due operai; un commerciante e una casalinga) sia nelle famiglie nelle quali guidavano padre e madre (impiegato e maestra; professore e maestra; due commercianti). In queste ultime,  e segnatamente nei primi due casi – nel terzo c’erano due patenti ma una macchina – vi fu a lungo (credo almeno per venti anni) il macchinino (Fiat 126, LNA) che per tanti anni utilizzammo per uscire dopo cena.

La famiglia moderna da dove pensa di trarre i 90.000 euro che spende in più per le autovetture? Né le cose cambiano se la famiglia moderna è “parsimoniosa” e ne spende in più soltanto 45.000. Anche ipotizzando redditi identici a quelli di un tempo, la spesa di quei 90.000 (o 45.000) euro implica logicamente una rinuncia o ad altri “consumi”, che le famiglie di un tempo facevano; o a investimenti (per esempio alla possibilità di mantenere i figli durante lo studio universitario e anche post universitario, pagando l’affitto anche a due o più di essi in città diverse da quelle in cui abitano i genitori); o al risparmio e quindi alla futura rendita e quindi alla base iniziale della vita materiale dei figli adulti (matrimonio, caparra per la casa, ecc.).

5. Spese sostenute dalle famiglie italiane per cene e pranzi al ristorante

Per oltre trent’anni i miei genitori non andarono mai a cena e pranzo fuori (e mai significa mai). Né in coppia né con i figli. E mi sento di poter dire con certezza che i genitori dei sette amici che ho citato nel precedente paragrafo si comportarono in modo identico.  Parlo dei miei genitori insieme. Mio padre andava ogni tanto a magiare una “pizzetta” con gli amici e partecipava a cene e pranzi legati a riunioni politiche del PCI.

Quanto hanno risparmiato i miei genitori rispetto ad una analoga famiglia di oggi (per di più mangiando molto meglio)? Cinquanta euro a settimana (una cena per due persone; o una serata in pizzeria per tre, compreso un figlio)? Almeno cinquanta euro a settimana. Ma, considerando le pizzette e le cene politiche di mio padre (abitudine cessata, una volta raggiunti i cinquant’anni e quindi mantenuta per soli venti anni)  ipotizziamo che siano trenta. Trenta euro a settimana sono 140 euro al mese e quindi 1680 euro l’anno. Moltiplichiamo per quaranta (ancora oggi i miei, salvo rarissime occasioni e sempre in compagnia di amici, non vanno a cena e pranzo fuori) e otteniamo la cifra di euro 66.800. Dunque se confrontiamo una coppia che ha iniziato la vita familiare in tempi recenti e i miei genitori o i genitori di tutti i mie amici più stretti (e ipotizzando famiglie con analoghi redditi da lavoro e prive di patrimoni e rendite iniziali),  le famiglie della passata generazione risparmiavano circa 65.000 euro evitando di andare a cena e pranzo fuori (siccome mi sono tenuto stretto, risparmiatemi l’obiezione che si dovrebbero scalare i costi sostenuti per mangiare a casa quando non si va a cena fuori!).

Se sommiamo i 90.00 euro risparmiati per le autovetture (in soli 25 anni) ai 65.000 euro risparmiati evitando di andare a cena e a pranzo fuori (per quaranta anni) giungiamo alla considerevole cifra di 155.000 euro. E siamo soltanto all’inizio! E non ho considerato, ovviamente, il risparmio che derivava dall’autoproduzione dei beni che si mangiavano in casa. Quando ero bambino mi era precluso di bere succhi di frutta industriali –avevamo i nostri  e quindi non acquistavamo succhi di frutta-, patatine e nutella. A cosa serviva quest’ultima se c’era la marmellata di more e di albicocche fatta in casa? Poi la nutella fu concessa per generosità di mia madre. Mio padre era comunista e quindi era più rigoroso.

6. Denaro speso per i consumi dei figli.

Ricordo che una volta, quando ero bambino, mia madre, parlando con una sua amica di una cara amica comune, disse che la professione del marito di quest’ultima (avvocato) cominciava ad andare bene  e che la comune amica acquistava indumenti per i figli “alla benetton”. Si perché a quel tempo una professoressa di scuola media secondaria, moglie di un professore di scuola media secondaria acquistava, in linea di principio (e salvo rare importanti occasioni), l’abbigliamento per i figli, per sé e per il marito, in negozi di quartiere (salvo quando si doveva fare il vestito; quando si comprava la stoffa e si andava dalla sarta). Se aveva gusto acquistava cose buone, spendendo cifre non irrilevanti; ma non pagava “la marca” (il capitale marchio). Oggi quanti giovani professoresse (o commesse!) acquistano gli abiti per i figli alla Chicco?

Comunque, evito di svolgere calcoli troppo analitici e indico le fonti delle spese aumentate o introdotte ex novo. Si spendeva molto meno o non si spendeva: 1) per i giocattoli; 2) per l’abbigliamento. Io ho calzato scarpe da tennis Mecap fino a dodici anni, quando chiesi ed ottenni, con grande gioia, devo ammettere, di avere un paio di Puma. Le Mecap costavano otto o dieci mila lire al paio, se non ricordo male; a un certo punto cominciavano ad essere maleodoranti, ma non era importante ; i bambini, allora, giocavano per strada con altri bambini e non erano cosparsi di profumi e pomate (4); anzi, acquistandone un paio più grandi di un numero rispetto al tuo piede, le utilizzavi tutta la stagione e anche all’inizio di quella successiva. 3) per mandare i figli in vacanza con gli amici (un tempo nemmeno i ricchi inviavano i figli quattordicenni in Inghilterra ad imparare l’inglese; e in vacanza da soli si andava, generalmente,  a diciassette-diciotto anni, non come ora a quindici); 4) per il motorino. Il mio Issimo, nel 1983, costava 630.000 lire. Qualcosa di più (750.000) costava il Califfone; qualcosa di meno il Garelli; e la conoscenza del venditore da parte dei genitori (nella speranza di un piccolo sconto), nonché quelle centomila lire di differenza  suggerivano la scelta. Pochi acquistavano nel 1983 la vespa, che non era la vecchia bellissima vespetta, bensì molto più grande e lenta. La vespa costava quasi il doppio dei motorini e per acquistarla serviva un intero stipendio. I motorini si acquistavano con mezzo stipendio da professore. Oggi un professore che acquista un motorino nuovo al figlio spende più di uno stipendio e non perché si sia ridotto il salario: bensì perché non acquista, magari ordinandolo in Romania (internet a cosa serve?), un motorino che costi la metà del suo stipendio; 5) per le visite mediche. Le facevo rigorosamente alla USL, avvalendomi , per un certo tempo, anche del dentista pubblico; 6) per le festicciole, organizzate rigorosamente in casa, senza alcuna vergogna per l’umiltà del luogo (l’umiltà era un valore; e lo è ancora per chi non abbia venduto l’anima al diavolo), con rinfresco preparato da genitori o parenti. Oggi si festeggia in grandi locali e si commissiona ogni cosa, compresi gli animatori; 7) per le play station e in genere videogiochi e videocassette; 8) per i telefonini e per il traffico telefonico; 9)  per la scuola calcio (un tempo giocare a pallone per la strada era gratuito). E a questo proposito bisogna dire che, anche se è vero che molti spazi sono scomparsi, occupati da costruzioni e autovetture, è anche vero che quelli che sono rimasti sono deserti. I bambini non li utilizzano. Per esempio, un paio dei campetti che utilizzavamo sono ancora là (un cortile dietro una scuola elementare e una piazzetta davanti ai resti di una chiesa caduta per il terremoto che colpì la città di Avezzano). La colpa, ovviamente, è dei genitori, che hanno paura del lupo mannaro e non hanno paura di mandare i figli alla scuola calcio (che a me, invece, fa proprio paura; sarò diventato un fifone) .

L’elenco potrebbe agevolmente essere continuato, posto che quasi non esiste campo in cui, a parità di reddito rispetto a una analoga famiglia della generazione passata, la famiglia moderna spenda, volentieri o per scelta condizionata, una somma maggiore per esigenze, bisogni, desideri e capricci dei figli.

Quanto spende una famiglia moderna rispetto ad una della passata generazione? Naturalmente, tutto dipende dal numero dei figli. Credo che si tratti di non meno di mille euro l’anno per figlio. Per diciotto anni fa diciottomila. Moltiplicato per 1,8 – che è la media dei figli delle famiglie italiane – raggiungiamo la cifra di 32.400 euro. Dunque una famiglia italiana, che abbia il medesimo reddito che aveva una famiglia della passata generazione e muova dalla medesima situazione patrimoniale consuma mediamente 32.000 euro in più per i figli, senza che questa spesa costituisca investimento o comporti un effettivo arricchimento dei figli medesimi.

A questo punto sommiamo la somma di euro 155.000 con 32.000 e abbiamo la somma dieuro 187.000.

Consentitemi di ripetere la domanda, in modo che almeno  il dubbio entri in testa anche ai più testardi: la famiglia moderna da dove pensa di trarre i 187.000 euro che spende in più per le autovetture, cene e pranzi al ristorante e desideri, bisogni e capricci dei figli che un tempo non venivano soddisfatti?

7. Denaro speso per soddisfare vizi, hobby e passioni: hascisc o marijuana, alcool e altro.

Telegraficamente mi soffermo sulle spese per vizi hobby e passioni. E’ appena il caso di osservare che non tutti sostengono le spese che sto per indicare. Alcuni non ne sostengono alcuna. Altri ne sostengono parecchie. Altri molte o tutte.

Almeno un uomo su dieci della mia generazione (ho quarantuno anni) fa ormai uso sistematico e giornaliero di sostanze stupefacenti.

Voglio considerare soltanto la droga meno costosa: hascisc o marijuana. In genere il tipo di persona di cui parlo acquista, per semplificare da quando aveva trenta anni (ossia da quando possiamo immaginare si sia reso completamente autonomo dalla famiglia; ricordatevi che stiamo immaginando che si tratti di un professore di scuola media secondaria), mezzo etto di fumo, che gli dura due mesi. Siccome ormai fuma bene – stiamo ipotizzando che sia un professore; ma le cose non cambiano se è avvocato, magistrato, architetto, pubblico funzionario, impiegato o operaio – e non frequenta più posti rischiosi, il fornitore gli porta il fumo buono in casa (diciamo nero o crema). Perciò lo paga sette euro al grammo. 350 euro ogni due mesi. Se moltiplichiamo per sei, il risultato è 2.100. Se moltiplichiamo per quaranta (dai trenta ai settanta anni) sono 84.000 euro. Soltanto per il fumo.  

Uno su dieci della mia generazione spende almeno cinque euro al giorno di alcolici, anche tra coloro che hanno lo stipendio da professore di scuole medie superiori. Alcuni bevitori di birra forse risparmiano un po’. Ma se consideriamo le spine, le birre artigianali che ogni tanto ti servono, le birre da 0,33 prese a metà pomeriggio oppure quella bevuta a pranzo quando gli altri bevono acqua, la seduta dei birraioli dalle 19,00 alle 21,00 come aperitivo, dove magari si bevono al bar due bottiglie a testa,  la birra o le birre della cena e quelle della notte quando si ha l’arsura e si desidera stare in terrazzo davanti al pc, anche i birraioli spendono mediamente cinque euro al giorno (in realtà di più. Pensate che una semplice  “chouffe” da 0,33, presa al bar, costa 4 euro). Sono 150 euro al mese. 1800 euro all’anno. In quaranta anni 72.000 euro di birra. Certamente anche gli uomini delle passate generazioni spendevano per bere. Ma mediamente non consumavano tanto denaro. Lasciando stare coloro che avevano un vigneto, molti acquistavano l’uva e facevano il vino; altri acquistavano il mosto; altri ancora, quelli che spendevano di più, il vino sfuso, che oggi costa 1,50 al litro. Insomma, credo che si possa dire con certezza che oggi coloro che bevono costantemente, e con almeno un pizzico di vizio, spendono almeno il doppio di coloro che bevevano costantemente nella passata stagione. Dunque, in quaranta anni, una coppia di due professori, uno dei quali abbia un moderato vizio dell’alcool, spende circa 36.000 euro più di quanto spendeva una famiglia della passata generazione (e sto considerando che il vizioso sia uno soltanto).

La palestra a cinquecento euro l’anno (compreso l’abbigliamento “esteticamente accettabile”) fa spendere, in quaranta anni, 20.000 euro a persona, che, in alcune famiglie (dove vanno in palestra entrambi i coniugi), diventano 40.000 euro. Poi c’è la scuola di ballo. I cicloamatori acquistano biciclette da due o tre mila euro. Io poi conosco pescatori che praticano pesca sportiva (anche operai o comunque impiegati, pubblici e privati con modesti stipendi) che hanno attrezzature per seimila euro e una pescata costa certamente di più rispetto a quanto costava un tempo (nulla, perché la pesca sportiva la facevano in pochissimi). Poi ci sono i motociclisti della domenica, che acquistano nella vita due o tre motociclette, non di rado molto costose, le mantengono e ne sopportano i costi. Coloro (spesso si tratta di donne) che spendono per placare una instabilità che ben presto si ripresenta (i malati di shopping). I regali di natale, che in una famiglia di due professori mediamente non implicano una spesa inferiore a seicento euro (24.000 euro in quaranta anni). Le vacanze sono diventate più dispendiose. E poi i computer (quattro o cinque in quindici anni); i telefonini, il maggior costo del traffico telefonicoil televisore a schermo piatto.

Naturalmente, non ogni famiglia di due professori (impiegati o funzionari), che immaginiamo inizi la vita familiare priva di basi patrimoniali, ha un alcolista o un fumatore incallito di hascisc o un motociclista della domenica o un cicloamatore cronico o un malato di shopping, o un membro che fa regali di natale del valore di 600 euro, o ha una passione o hobby che comportano la spesa di 1000 o 2000 euro all’anno, o un fanatico della palestra, o un coniuge che abbia la “passione per i viaggi”. E’ vero, tuttavia, che talvolta alcune di queste fonti di spesa si sommano. Credo però che si possa dire che, complessivamente, per questo tipo di spese o spese simili, la famiglia moderna si priva, in quaranta anni, almeno di  40.000 euro in più rispetto a quanto spendeva mediamente una famiglia della passata generazione, la quale si trovava in condizione finanziaria e patrimoniale analoga (rammentate che soltanto il fumo e l’alcool comportano un aumento di spesa anche doppio rispetto a quello indicato). Se aggiungiamo la somma di 40.000 euro alla somma di euro 187.000 giungiamo a concludere che nella medesima situazione economico finanziaria, la famiglia moderna di due professori e in generale la famiglia moderna con reddito complessivo che varia tra i 3500 e i 4000 euro spende 227.000 euro in più rispetto alla famiglia della passata generazione. E si tratta di soldi spesi per consumi, non per investimenti.

8. Gli interessi pagati e non percepiti. Le rendite e le rivalutazioni patrimoniali perdute.

Naturalmente, la famiglia moderna che spreca denaro in grande quantità per consumi futili, si trova ben presto a vivere a credito e a dover pagare interessi.

Mentre la famiglia della passata generazione, anche a costo di vivere in una casa scomoda e piccola per alcuni anni, risparmiava e poi, magari dopo quindici anni, contraeva un mutuo al più per un valore del 50% dell’immobile che acquistava, la famiglia moderna, strozzata (anche) dalla proprie pratiche consumistiche, contrae un mutuo pari all’80% e anche al 100% del valore dell’immobile. Inutile dire che gli interessi da pagare saranno maggiori. Accadrà anche che la famiglia moderna vivrà servendosi di uno scoperto e “giovandosi” di finanziamenti o di una carta di credito revolving e quindi pagherà sistematicamente interessi alla banca. Se una coppia paga 1500 euro di interessi all’anno rispetto alla coppia della passata generazione (sono 750 euro a persona, compresi gli interesse in più per il mutuo contratto per l’acquisto della casa), avremo, dopo quaranta anni, 60.000 euro di interessi. E siamo a 287.000 euro buttati.

Inoltre, una volta risparmiata una somma, questa è fonte di rendita. Le famiglie italiane di un tempo, con redditi medio-bassi, avevano bot o cct o acquistavano piccole seconde case nella città di provincia dove c’è l’Università (o nei luoghi di villeggiatura) e cominciavano a godere di una rendita (magari, anche soltanto sotto forma di diminuzione delle spese, approfittando degli anni in cui erano i figli a recarsi a studiare in un’altra città per gli studi universitari). Comunque, una famiglia sorta quaranta anni fa ha percepito a titolo di interessi o di rendite non meno di trentamila euro (i più parsimoniosi e i tirchi che non soddisfacevano alcuna passione o esigenza culturale o intellettuale, anche centomila euro, oltre alla rivalutazione del patrimonio immobiliare acquistato con i risparmi). La famiglia moderna non godrà mai di questi vantaggi, vivendo indebitata fino al collo o, nel migliore dei casi, non indebitata ma sulla linea del rasoio (a fine mese, insomma, il conto è a 0 o a + 100 euro o a – 100 euro, con tutto lo stress che inevitabilmente ne deriva). Perciò tra gli interessi (o i canoni di locazione) non percepiti e la rivalutazione del magari piccolo patrimonio immobiliare non acquistato (che possiamo quantificare in euro 50.000), la famiglia moderna non disporrà di 80.000 euro dei quali disponeva la famiglia di un tempo. E siamo giunti a 367.000 euro.

9. Limitata rilevanza del recupero dell’inflazione e della giusta distribuzione del sovrappiù tra redditi da lavoro e profitti

Dovrebbe essere chiaro, dopo quanto siamo andati illustrando, che seppure negli ultimi trenta anni i redditi da lavoro avessero mantenuto intatto il potere di acquisto rispetto ai beni che già esistevano trenta anni fa e che seppure una più giusta distribuzione del sovrappiù, a favore dei redditi da lavoro, avesse consentito di acquistare una parte dei nuovi beni, senza dover diminuire i consumi di altri beni, la quantità di denaro spesa per maggiori quantità o qualità di vecchi beni, e per una parte dei beni e servizi nuovi avrebbe generato comunque un significativo impoverimento.

Pur volendo ipotizzare che il giusto adeguamento dei redditi da lavoro aumenterebbe mediamente gli stipendi di professori, funzionari e impiegati di circa 300 euro al mese, e prendendo atto che in una famiglia su due lavora un solo coniuge, avremmo un recupero medio di 450 euro al mese e quindi di 5.400 euro l’anno. Circa 200.000 euro in quaranta anni. Se consideriamo che non ho calcolato gli enormi costi derivanti dalle separazioni, dal fatto che si mette a disposizione dei figli una maggior quantità di denaro, dalla spesa percocaina, dal carattere metallizzato delle autovetture che impone maggiori costi di riparazione, ecc. ecc.) il recupero compenserebbe si è no la metà dell’impoverimento.

Ma attenzione! Basterebbe che la famiglia moderna utilizzasse, in tutto o in parte, il denaro in più per accrescere i consumi, anziché per risparmiare, ossia utilizzasse il denaro in più per vacanze un po’ più costose, per arredamenti un po’ più costosi, per regali un po’ più generosi, per acquisti alla “chicco” anziché alla “benetton”, per una autovettura un po’ più grande (e quindi per assicurazione, gomme, ecc.) e tutto l’asserito recupero di parte dell’impoverimento svanirebbe nel nulla.

10. Nessuna valutazione morale.

Sebbene la mia valutazione di molti dei consumi indicati sia negativa – relativamente ad alcuni dei consumi indicati, invece, io sono un tipico consumatore viziato -, non ho inteso né intendo esprimere, in questa sede, alcun giudizio morale sulle persone che consumano in uno o altro modo (anche perché, ribadisco, anche io, sotto certi profili, sono stato o sono un consumatore viziato). Intendo soltanto dimostrare che le famiglie italiane (ma il fenomeno in altri paesi ha una rilevanza ancora maggiore), pian piano hanno iniziato a consumare come, in base ad una valutazione economica e virtuosa, potrebbero consumare famiglie che godono di un reddito molto superiore (diciamo 1500 euro in più al mese). E per questa ragione si sono impoverite. La causa prima dell’impoverimento dei ceti medio-bassi e in parte anche dei ceti con reddito basso è nell’eccesso di spesa per consumi.

11. Il rilancio dei consumi interni: il capitalismo sociale e totalitario degli economisti critici.

Secondo gli economisti critici, sia quelli vicini alla sinistra del PD sia quelli che si schierano a sinistra del PD, per uscire dalla crisi sarebbe necessario rilanciare i consumi interni. Si discute poi se ciò sia possibile in un solo paese o se il tentativo debba necessariamente riguardare tutti i paesi europei (star dentro all’Europa, per gli economisti critici, è un dogma, spesso mascherato dalla tesi che vorrebbero un’altra Europa). Segue la proposta di uno standard retributivo europeo. Proprio perché essi reputano necessario il rilancio dei consumi interni, criticano le politiche di austerità (pubblica), le quali condurrebbero ad una recessione.

In quest’ottica, il rilancio dei consumi interni, fortunatamente, non è un fine in sé, bensì un mezzo per un aumento dell’occupazione (5). Tuttavia, è un fatto che i cittadini con redditi bassi o medio-bassi si vedono proporre due politiche. La prima, proposta dai liberisti, è una politica di austerità, la quale impone ad essi di rinunciare a una parte dei consumi, a causa di riduzioni dei salari monetari e/o per compensare con salari monetari il taglio dei servizi pubblici.  La seconda, proposta dagli economisti critici o semplicemente Keynesiani, la quale, pur con diversità di impostazioni, è unificata dalla sequenza aumento dei salari-aumento dei consumi-aumento dell’occupazione. Questa seconda linea, alla quale non si può negare il merito di voler “migliorare il tenore di vita” dei ceti con salari bassi o medio-bassi, finisce per suggerire ai cittadini con redditi bassi o medio bassi, se non di impoverirsi ulteriormente, di insistere nel percorrere la strada suicida che quei cittadini hanno seguito da qualche decennio.

Da un lato c’è il capitalismo liberale dei liberisti, il quale dice: i) se ti impegni, se  rifletti su come funziona il mondo, se studi quando è il tempo di studiare, se sei disposto ad allontanarti dalla tua terra , se rischi, se lavori dodici ore al giorno per molti anni, sa hai pazienza, puoi diventare ricco e comunque diventerai benestante (e questa, in fondo, è una verità); ii) non mi interessa, perciò, di pensare troppo ai più deboli, a coloro che non seguono i miei insegnamenti (si veda il punto precedente), a coloro che non sono disposti a lavorare dodici ore al giorno, che non vogliono nemmeno riflettere su “come si fa” il denaro, che non studiano nella età in cui è necessario studiare, ecc. ecc.; iii) io penso ai disoccupati e perciò voglio meno vincoli possibili in materia di rapporto di lavoro subordinato. Chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Al più, concedo un minimo di aiuto, tramite strutture pubbliche, e alfabetizzo comunque chi non vuole o non sa seguire la strada che consiglio. E ciò per due ragioni: per far capire ai meritevoli quale è il mio insegnamento; per rendere gli altri, che rimarranno fuori dalla ricchezza, non troppo pericolosi.

Dall’altro c’è il capitalismo sociale totalitario degli economisti critici, il quale dice: i) io mi interesso ai ceti con redditi bassi o medio bassi e voglio dare ad essi servizi e beni pubblici (ed è più che giusto); ii) però voglio dare ad essi anche la possibilità di spendere più denaro possibile in beni di consumo; anzi propongo un aumento dei salari per far sì che spendano di più; iii) non mi interessa che i ceti bassi e medio bassi aumentino il risparmio e così si arricchiscano, anzi spero che utilizzino i salari per acquistare beni di consumo, così cresce l’occupazione di coloro che oggi sono esclusi dal mercato del lavoro. Io, Infatti, oltre che dei ceti con redditi bassi e medio bassi mi interesso dei disoccupati. Tanto ciò è vero che in questi anni non ho mai contestato il ricorso all’indebitamento da parte dei ceti bassi e medio-bassi per sostenere la spesa in beni e servizi di consumo.

Si tratta di due morali incompatibili.

Tuttavia, se il capitalismo liberale è fondato su una proposta sul come gestire economicamente la vita – su una filosofia di vita, dotata di qualche fondamento economico, anche se è in gran parte pura ideologia e a me, comunque, appare immorale – ed è severo con chi non segue la strada indicata (chi sbaglia paga), il capitalismo totalitario degli economisti critici colloca i salariati (essi discorrono di redditi da lavoro ma pensano soltanto ai salariati) in funzione del sistema. I salariati devono consumare di più, così lavoreranno anche coloro che non lavorano.

In tal modo gli economisti critici finiscono per suggerire ai salariati comportamenti antieconomici, che renderanno difficile risparmiare per poter un giorno far studiare fuori sede i figli; o per restituire ai figli almeno ciò che i genitori hanno ricevuto dai padri (una casa o una caparra per l’acquisto della casa); o per poter far fronte a periodi di grave crisi; o per poter fornire i figli di un minimo di capitale necessario per avviare un’attività economica e così liberarsi dalla subordinazione da uno o altro soggetto privato. In proposito va anche osservato che il mancato amore per il lavoro autonomo degli economisti critici fa ad essi dimenticare che l’obiettivo dovrebbe essere la riduzione dei lavoratori subordinati. Tutti i suggerimenti morali (e impliciti) degli economisti critici – “consumate e non risparmiate”; “non pensate a risparmiare per liberarvi un giorno o per liberare almeno vostro figlio dal lavoro subordinato nei confronti di privati – secondo il mio punto di vista sono immorali. Il fatto che la nostra Costituzione preveda che la Repubblica “promuove l’artigianato” è dimenticato da tutti gli economisti critici difensori della Costituzione.

Gli economisti critici concepiscono il singolo salariato in funzione del sistema e della totalità. Egli deve consumare (e non risparmiare) a costo di impoverirsi, per evitare la crisi del sistema. Gli economisti critici, dunque, ai quali va attribuito il merito di perseguire la giustizia distributiva, considerano il singolo cittadino a reddito basso o medio-basso in funzione del sistema e gli suggeriscono comportamenti contrari all’interesse dei subalterni alla liberazione anche se funzionali alla tenuta del sistema medesimo. Il modello che essi propongono è un capitalismo sociale o socialistico. Che è cosa diversa dal socialismo capitalistico che abbiamo avuto in Europa, il quale, invece, perseguiva anche la emancipazione e perciò era socialismo (secondo la nostra Costituzione, La Repubblica “promuove” l’artigianato e “incoraggia” il risparmio).

Per questa ragione, pur essendo di gran lunga migliori degli economisti liberali, tanto più che le teorie di questi ultimi sono infondate e sono in gran parte ideologie, non bisogna seguire gli economisti critici e se per caso si verificasse qualche aumento salariale, bisogna risparmiare (per esempio acquistare un piccolo terreno boschivo), fregandosene del sistema. Anzi, in base a ciò che ho scritto, è il momento di iniziare a risparmiare anche se l’aumento salariale non ci sarà.

12. Imprese e famiglie abbienti: i morti viventi

Non si creda che il comportamento antieconomico, che conduce all’impoverimento, sia tenuto soltanto dai poveri e dai ceti con redditi medio-bassi. Esso è divenuto pressoché la regola. La professione mi porta a contatto con parecchi imprenditori che vivono “alla grande” o comunque, pur senza dissipare, stanno pian piano erodendo non tanto il capitale di famiglia (e le rendite) ma le attività di impresa (i profitti e il capitale investito), faticosamente costruite, in genere, dai genitori. Quando le imprese saranno fallite, i figli di questi imprenditori godranno soltanto delle rendite (da dividere tra fratelli). Ma una parte dei beni dovranno investirli in nuove attività, altrimenti saranno costretti a diventare salariati (se troveranno lavoro!) con un po’ di rendite. Il loro tenore di vita dovrà scendere enormemente (e ciò dà molta tristezza e depressione, come è noto). Se manterranno una propensione al consumo troppo elevata, ben presto saranno poveri in senso proprio, o meglio apparterranno ai ceti medio-bassi che ho preso in considerazione in questo articolo.

Perciò anche il comportamento di tantissime persone abbienti e di imprenditori moderni è economicamente sconsiderato.

Il fatto che ci siano famiglie che possano vivere di rendita, pur tenendo comportamenti economicamente sconsiderati per dieci generazioni (ma non è vero: se i soggetti ricchi sono stupidi, massimo in quattro generazioni tutto va alla malora), è per me irrilevante. Si tratta di morti viventi.

13. Le ragioni per le quali l’impoverimento è avvertito in misura minore rispetto alla realtà.

L’impoverimento dei ceti medio-bassi, che prosegue almeno da un paio di decenni, e imputabile soprattutto alla causa illustrata, è stato poco avvertito, per tre ragioni.

In primo luogo, perché l’opinione comune confonde la ricchezza con un alto livello di consumi – con un alto tenore di vita – e la povertà con la parsimonia (che è una virtù) o con l’avarizia (che, invece, è un vizio). Mentre, è ovvio che la parsimonia e l’avarizia comportano ricchezza, mentre l’alto livello di consumi comporta povertà. Quando ascolto i presidenti degli stati uniti che si ostinano a ripetere che il tenore di vita degli americani non è negoziabile mi viene da ridere. L’alto tenore di vita avuto dagli americani è la ragione del loro impoverimento. L’alto tenore di vita non andrebbe negoziato. Andrebbe abbandonato.

E’ accaduto, così, che ognuno consumava di più, anzi molto di più dei genitori, e per questa sola ragione credeva di essere più ricco.

In secondo luogo, l’impoverimento non è stato avvertito diffusamente perché, in realtà, la maggior parte dei quarantenni che da dieci o cinque anni hanno dato vita a nuove famiglie, gode della ricchezza prodotta dalla passata generazione.

Intanto, chi ha ricevuto una casa dai genitori, si trova ad avere una rendita mensile che varierà, in considerazione della casa e della città ove è ubicata, dai 500 euro ai 1500 euro al mese. Ma una rendita l’hanno avuta (nella forma di minor indebitamento e minori interessi) anche coloro che hanno ricevuto soltanto il denaro sufficiente a pagare un acconto del prezzo della casa.

Poi, i quarantenni di oggi sono andati via di casa cinque, dieci o quindici anni dopo rispetto alla precedente generazione. Quindi hanno risparmiato in cibo e bollette a tacer d’altro. Ma non pochi genitori si sono svenati per far avere ai figli un tenore di vita decoroso.

Inoltre, la generazione dei quarantenni fa meno figli della precedente generazione e quindi spende meno, perché i figli costano.

Eppure, questi vantaggi sono stati destinati tutti sul versante dei consumi. Insomma il risparmio è diminuito sebbene potesse aumentare.

Infine, si è spezzata la solidarietà tra generazioni diverse. Ciò non è avvenuto soltanto al livello collettivo, con il cambio del tipo di regime pensionistico. Il fenomeno ha toccato anche le famiglie. Non sono molti oggi a credere che, sebbene si trovino in una situazione più favorevole rispetto ai genitori (redditi un po’ inferiori, ma rendite o minori spese per aver vissuto a lungo con i genitori e per avere meno figli), essi non siano tenuti a lasciare ai figli almeno quanto hanno ricevuto dai genitori.

14. Una difesa dovuta

Prima delle conclusioni, devo difendere i miei genitori (e in realtà milioni di coppie oggi settantenni, che, nella loro situazione economico finanziaria, hanno vissuto in egual modo rispetto ai miei genitori). Infatti, il lettore potrebbe credere che si sia trattato di persone tirchie e avare, le quali hanno trascorso la vita ad accumulare denaro. Non è così.

Intanto si sono costruiti una casa dignitosa, con giardino.

Inoltre in casa c’è una libreria di circa 5000 volumi. Mille, forse, sono libri intimamente legati al tempo della pubblicazione e di poco o nessun valore. Gli altri, invece, hanno, sotto il profilo economico, il valore di un libro nuovo. Classici della letteratura, della poesia, della filosofia, della storia, dell’economia, della psicologia, della pedagogia; e della storia della letteratura, della storia della filosofia, ella storia dell’economia, della storia della psicologia e della storia della pedagogia. Come dice mio padre, un po’ enfaticamente, ma orgogliosamente: “a casa c’è tutto”. In ogni caso, pur volendo dare un prezzo medio di 20 euro a ciascun volume (ma una parte dei volumi, se acquistati oggi, hanno un prezzo dieci volte superiore), si tratta di un patrimonio di 100.000 euro. Quanti professori di scuola media secondaria oggi riescono a costituirsi un’ottima biblioteca di cinquemila volumi? Pochi o nessuno.

In terzo luogo, mi hanno mantenuto negli studi, universitari e postuniversitari, pagando l’affitto di una stanza fino all’età di 28 anni e dieci mesi, quando ho incassato la prima rata della borsa di dottorato. Poi hanno concorso a mantenermi fino all’età di 35 anni (quando ho cominciato a svolgere la professione). Hanno mantenuto a lungo anche mia sorella, la quale, più giovane di me, è incappata purtroppo nella trappola del precariato (e del lavoro gratuito). Mio fratello ingegnere, invece, è stato mantenuto interamente fino all’età di 26 anni, perché gli ingegneri, come è noto, trovano lavoro prima (e diventano, in linea di principio, operai!). Io e mio fratello, negli anni academici 1990/1991 e 1991/1992 spendevamo per l’affitto 800 mila lire al mese. Non erano indispensabili, ma i miei volevano che avessimo una casa “vicino all’università”. Quindi anche mio padre ha sperperato, spendendo 16 milioni in due anni per pagare l’affitto di due stanze in una abitazione adiacente all’università. E’ ovvio che io e i miei fratelli faremo di tutto per consentire ai nostri figli almeno ciò che i genitori hanno consentito a noi.

Poi hanno sempre avuto e ancora continuano ad avere qualcosa da parte per eventuali sopravvenienze negative e per questa ragione non hanno sofferto lo stress che è immancabile quando si vive sul filo del rasoio, con il patema di non riuscire, a fine mese, ad adempiere una o altra obbligazione.

Infine stanno vivendo una felice terza età.

Ciò che dico è vero per anche per i genitori dei miei amici ed è stato vero anche per coloro che ora non ci sono più. Essi, magari hanno utilizzato diversamente i loro risparmi e pur non disponendo di una libreria e non avendo mantenuto i figli negli studi fino ad età avanzata, hanno tuttavia lasciato case o attività economiche avviate o risparmi in denaro.

15. Conclusioni: i) suggerimento; ii) la scontentezza del moderno lumpenproletariat

Provate a farvi questa domanda: se io mi imponessi di fare il medesimo numero di figli che hanno avuto i miei genitori e volessi lasciargli o dargli ciò che essi hanno lasciato o dato a me, quali sacrifici dovrei fare? Capireste, allora, che sarebbe necessario eliminare il telefonino; non acquistare più la televisione; tornare a frequentare i campeggi, magari quelli esteri, che costano meno; mantenere l’autovettura acquistata per almeno quindici anni; acquistare l’autovettura con bassa cilindrata; utilizzare nella maggior misura possibile la bicicletta; recarvi qualche anno all’estero per mettere da parte un po’ di soldi; accettare di cambiare casa e di trasferirvi in periferia (nei casi sfortunati) o in campagna (in quelli fortunati); ripetere infinite volte ai vostri figli che non potete permettervi di acquistare uno o altro oggetto di consumo; spiegare ai vostri figli che vergognarsi della propria condizione economica, se si può mangiare ci si può curare e si può studiare è deplorevole (utilizzate anche la parola “schifoso”; i vostri figli resteranno favorevolmente impressionati); litigare con il vostro coniuge se è un consumatore, incallito o meno; smettere di andare in palestra e curare il vostro fisico facendo un piccolo orto; fare colazione al bar al massimo una volta al mese; bere acqua della fontana (e recarvi alla fontana a prendere l’acqua da bere per la casa); ecc. ecc.. Insomma, per essere più ricchi, basterebbe che cominciaste a comportarvi come si comportavano i vostri genitori. Non è mai troppo tardi. I risultati si vedono nettamente dopo un decennio (come in ogni buon investimento). Ma la pazienza è la virtù dei forti. Il consumatore, invece, è un debole, perché è impaziente. Zygmunt Baumann ci ricorda, infatti, che in Inghilterra le carte di credito (revolving), oltre 25 anni fa, vennero pubblicizzate con lo slogan: togli l’attesa al desiderio (6). Ecco, se vuoi essere debole e povero togli l’attesa al desiderio. Se vuoi essere forte e benestante o comunque non povero sappi attendere. Vi ricordate Siddharta: “io so pensare, io so digiunare io so aspettare”. Siddahrta divenne un grande commerciante, poi un vizioso giocatore e poi tornò alla meditazione. Soltanto perché sapeva digiunare e aspettare.

Le rivolte inglesi, dunque, non sono lotta di classe di una avanguardia cosciente e nemmeno di una avanguardia incosciente. Sotto le gesta violente di consumatori viziati e in astinenza, i quali non sono in grado di comprendere nemmeno l’interesse economico del quale sono portatori. Se avessero distrutto le vetrine (soltanto) dei negozi di venditori di grandi marchi, c’era speranza. Se avessero assaltato i forni e i supermarket c’era speranza. L’assalto a grandi e piccoli negozi, con incendi di case dentro le quali c’erano persone, con il solo fine di devastare e saccheggiare e con l’uccisione di innocenti non ha alcun valore per l’anticapitalismo.

E infatti ce lo conferma Chris Knight, l’antropologo cacciato dalla East London University per aver partecipato alle proteste contro il G20, figura di spicco dell’anarchismo britannico. Dopo aver precisato che “Bruciare case con la gente dentro, saccheggiare negozi, investire persone con l’intento di ucciderle: tutto questo è ovviamente criminalità. E il crimine va contrastato, tutti siamo d’accordo su questo”, ha osservato: “C’è una forma di auto-organizzazione molto sottile e sofisticata. Le gang locali, prima ostili l’una all’altra, si sono unite per combattere la polizia, invece che combattersi a vicenda. Sono giovani arrabbiati, ma non politicizzati in senso tradizionale. E sono organizzati mille volte meglio di quanto lo siano anarchici o altri attivisti politici. La sinistra anticapitalista non ha avuto nessun ruolo in tutto questo, veramente. Salvo offrire sostegno alle famiglie colpite. Nei prossimi giorni, però, molti di noi parteciperanno alle assemblee di quartiere nel tentativo di incanalare questa rabbia in direzioni più creative” (7).

I protagonisti della rivolta sono parte del moderno Lumpenproletariat. Il termine come noto è polisemico già in Marx. Io non mi riferisco al semplice sottoproletariato; bensì Lumpenproletariat al quale si sarebbe appoggiato Luigi Napoleone Bonaparte e che è definito da Marx con un elenco: “Accanto a roués in dissesto, dalle risorse equivoche e dalle equivoche origini; accanto ad avventurieri corrotti, feccia della borghesia, vi si trovavano vagabondi, soldati in congedo, forzati usciti dal bagno, galeotti evasi, birbe, furfanti, lazzaroni, tagliaborse, ciurmatori, bari, ruffiani tenitori di postriboli, facchini, letterati, sonatori ambulanti, straccivendoli, arrotini, stagnini, accattoni, in una parola, tutta la massa confusa, decomposta, fluttuante, che i francesi chiamano la bohème“-. Il Lumpenproletariat, per il Marx del 18 brimaio, può essere “aristocratico o plebeo“. Si tratta di gente che desidera la ricchezza e vuole consumarne più di quella che produce, sempre che partecipi al processo di produzione. Al Lumpenproletariat Marx accosta l’aristocrazia finanziaria.

Ecco, da ciò che ci dice Chris Knight e dal contenuto degli atti che hanno compiuto, si può dedurre con certezza che ii protagonisti della rivolta sono piuttosto plebei, traditi dall’aristocrazia finanziaria, la quale non fa più credito per gli acquisti di beni di consumo, che non un potenziale esercito del proletariato. Sicché c’è il rischio che essi non siano nemmeno la prova che esiste una truppa per l’insurezione. Potrebbero essere, a causa della personalità che il capitalismo ha formato in loro (sono la plebe che desidera un capitalismo funzionante che finanzia i futili consumi a debito), la truppa della reazione.

Se il bravissimo Alessandro Dal Lago è caduto in un errore scusabile e nato dalla speranza, coloro che hanno visto nei moti di Londra la scintilla di una insurezione hanno sbagliato completamente per l’ennesima volta. Sbagliano sempre, cari giovani di sinistra. Perché non ne prendete atto? Sono anni che vi conducono alla rovina, materiale e morale. Abbandonateli. E magari riflettete su ciò che ho scritto in queste note in ordine al modo in cui dovete comportarvi nella vita materiale. Rafforzerete e non indebolirete l’indole e la volontà rivoluzionaria. Hasta la victoria siempre!

 

 

 

(1) A. DAL LAGO, Inghilterra una crisi sociale senza precedentihttp://www.liberazione.it/rubrica-file/Inghilterra–crisi-sociale-senza-precedenti.htm

(2) Segnalo il bellissimo saggio di R. FINELLI, Antonio Gramsci. La rifondazione di un marxismo senza corpo http://www.consecutiotemporum.org/2011/04/antonio-gramsci-la-rifondazione-di-un-marxismo-senza-corpo/  

(3) A. STIRATI, Come calcolare correttamente la riduzione dei salari,http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/come-calcolare-correttamente-la-riduzione-dei-salari/, ove indicazioni di precedenti interventi dell’autrice sul medesimo tema nonché di note (critiche circa le scelte metodologiche operate dalla Stirati) di Giulio Zanella.

(4) Del cattivo odore delle scarpe da tennis mecap trovo conferma in questo simpatico posthttp://blog.libero.it/tutto8o/8793787.html?ssonc=740258204

(5) E. BRANCACCIO, Uno standard retributivo per tenere unita l’Europa,http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/uno-standard-retributivo-per-tenere-unita-leuropa/; A. STIRATI, Quali politiche macroeconomiche per l’Italia?http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/quali-politiche-macroeconomiche-per-litalia/ ove si segnalano anche alcuni commenti. Invero, nella importante Lettera degli economistihttp://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/  si legge semplicemente di una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori” (corsivo aggiunto) e si segnala che “ L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione”. Sembrerebbe, tuttavia, che la deflazione venga evitata non con il semplice aumento dei salari, bensì con l’aumento dei consumi indotto dall’aumento dei salari.

(6) S. D’ANDREA, Il capitalismo parassitario e gli uomini pieni di larvehttp://www.appelloalpopolo.it/?p=892

(7) E. PIOVESANA, Le rivolte di Londra secondo Chris Knight,http://it.peacereporter.net/articolo/29926/Le+rivolte+di+Londra+secondo+Chris+Knight

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