EDITORIALE DEL LATINOAMERICA N. 116 (N. 3/2011)

E’ passata sotto silenzio la notizia che il governo degli Stati Uniti ha inserito anche quest’anno, senza pudore, Cuba nell’elenco degli “stati canaglia”, cioè dei paesi fiancheggiatori del terrorismo [per un approfondimento sulle ipocrite moti- vazioni si veda l’articolo di Wayne Smith a pag 116].

Il silenzio dei media è ancora più immorale perché l’isola della Rivoluzione, come qualunque giornalista può controllare in Rete, ha avuto già, da quando è entrata in contrasto con i governi degli Stati Uniti, 3.478 morti e 2.099 feriti per gli attentati organizzati in Florida e in New Jersey e messi in atto sul suo territorio. Insomma, Cuba ha già vissuto, prima degli Stati Uniti e a causa di certi gruppi eversivi assistiti dalla Cia, il proprio 11 settembre, anche se diluito nel tempo.

È difficile capire questo mortificante atteggiamento dei giornalisti occidentali e anche questa regressione a vecchi metodi del tempo della guerra fredda del presidente Barack Obama. Sembra quasi che i giornalisti, quando si tratta di argomenti delicati per gli Stati Uniti, entrino nell’ordine di idee che i governi di Washington hanno sempre ragione a prescindere, e non c’è mai un dubbio su chi siano i buoni e chi i cattivi, come possiamo vedere nella discussione sul diritto dei palestinesi di non aspettare più che qualcuno decida per loro quando potranno essere cittadini di uno stato.

La delusione, però, è più forte se si considera che Barack Obama, nelle speranze di tutte le persone di buona volontà, innamorate della sua storia, avrebbe dovuto, anche per rendere omaggio al Nobel per la pace che gli è stato conferito nell’ottobre del 2010, cambiare a breve politica verso Cuba e tutta l’America latina progressista che pretende ormai un rapporto più paritario con il governo di Washington. Lo scorso marzo la speranza di un dialogo fra Cuba e gli Stati Uniti era sembrata a portata di mano quando l’ex Presidente nordamericano Jimmy Carter, l’unico che abbia mai tentato un riavvicinamento con la Rivoluzione, aveva visitato Cuba con la famiglia ed era andato a trovare privatamente, nella sua villetta, Fidel Castro, che per motivi di salute nel 2006 ha lasciato la politica. Molti hanno pensato che quel lungo incontro non fosse dettato solo da cortesia, ma purtroppo il tempo non ha portato novità né, finora, un’apertura politica da parte di Obama. Le cose non stanno andando come ci si augurava: la politica estera degli Stati Uniti, diretta da Hillary Clinton, ha dovuto piegarsi al reintegro di Cuba nell’Organizzazione degli stati americani, votato all’unanimità dalle nazioni del continente, ma non ha sentito il bisogno di una risposta dopo che, anche quest’anno, per la diciottesima volta di seguito, 187 paesi dell’Onu hanno votato contro l’embargo nordamericano a Cuba [a favore solo Stati uniti e Israele, astenuti Micronesia, Isole Marshall e Palau, legati a Washington dall’ingombrante presenza, sul loro territorio, di basi militari Usa].

E il quadro è ancora più imbarazzante dopo alcune recenti dichiarazioni del presidente Obama, che si duole perché i governanti cubani “non hanno mostrato prove di essere stati sufficientemente ‘aggressivi’ nel cambiare le proprie politiche economiche”.

Ora, è già singolare che un paese si arroghi il diritto di giudicare quale debba essere la politica economica di un altro, ma tutto diventa grottesco se il modello neoliberale che Obama pretende sia sposato dalla Rivoluzione, sia proprio quello che, a settembre, stava per costringere il presidente nordamericano a dichiarare fallimento e alla fine lo ha obbligato a elemosinare dagli avversari repubblicani, al Senato e al Congresso, l’autorizzazione ad aumentare ancora l’entità del già abnorme debito pubblico del suo paese.

Insomma i cubani, che soffriranno un poco meno le conseguenze di questa crisi finanziaria del capitalismo globale rispetto ad altre nazioni del continente, proprio per il fatto di non avere un rapporto stretto con l’economia del ricco vicino del Nord, dovrebbero gettarsi “aggressivamente” nell’attuale mercato fasullo del mondo occidentale per essere accettati da chi spesso straparla di democrazia. Insomma, quelli che ancora considerano indiscutibile il capitalismo dimenticano che il ritardo sociale ed esistenziale dell’America latina, oggi in cerca di riscatto, è dovuto proprio all’obbedienza nei riguardi delle regole dell’economia neoliberale, alle quali Cuba, pur nei suoi limiti, si è sottratta.

Come si può accettare, per esempio, che l’Ofac, l’Ufficio federale Usa di controllo delle attività economiche con l’estero, abbia avviato un’indagine –come hanno denunciato in un saggio i due analisti nordamericani Thaddeus McBride e Mark Jensen– per colpire la banca nordamericana JP Morgan Chase che ha stabilito negoziazioni con paesi della famosa “lista nera” e in particolare con Cuba? I due analisti giudicano eccessiva, in confronto ad altre sanzioni imposte ad altre imprese, quella di 88,3 milioni di dollari imposta dall’ufficio governativo alla banca. Non stiamo qui, comunque, a difendere le banche degli Stati Uniti, su cui pesa in massima parte la responsabilità dello sciagurato finale di partita del capitalismo che stiamo vivendo in questi mesi. Ma troviamo vergognoso e un vero attentato ai di- ritti umani dei cittadini cubani in lotta per farcela, per rimanere a galla, questo modo di agire, prepotente, disonesto e senza spiegazioni, se non quella del presunto “peccato” di un paese che da mezzo secolo vuole scegliere il proprio destino autonomamente. E perché la stampa internazionale continua a tacere? Eppure è facile reperire tutti i particolari di queste storiacce.

Per fare un altro esempio, è stata ignorata anche la segnalazione del prestigioso giornale tedesco Die Welt, che denunciava le iniziative di giganti economici della Rete come PayPal ed eBay contro imprenditori tedeschi che commerciano prodotti cubani. In particolare, l’impresa Rum&Co ha visto bloccate le proprie transazioni e ha dovuto subire la chiusura del suo conto PayPal per un’estensione personale e illegittima dell’embargo a Cuba, applicato arbitrariamente, in questo caso, anche al territorio tedesco.

Essendo stato da sempre molto scettico sulla reale “democrazia della Rete”, non a caso nata e sviluppata per esigenze del Pentagono, non mi stupisco più di tanto di questo ennesimo capitolo della cyberguerra a Cuba, chiedo solo a coloro che parlano –spesso a vanvera– di diritti umani, di essere più informati. È un dovere indiscutibile per chi fa il nostro mestiere.

E un po’ più accorti dovrebbero essere anche i consiglieri di Barack Obama e lo stesso segretario di stato Hillary Clinton. Il Presidente, infatti, nella sua esternazione sulla timidezza cubana nell’aprirsi verso il mercato, ha anche parlato di una non sufficiente “aggressività” del governo de l’Avana nella liberazione dei prigionieri politici e sulla possibilità dei cittadini dell’isola di esprimersi liberamente. Ora, il presidente sa di sicuro che i prigionieri politici incarcerati nel 2003 dopo il tentativo esplicito di eversione messo in atto dagli Stati Uniti di Bush jr [attivazione di una strategia della tensione, dirottamenti di aerei e del ferryboat di Regla, etc] sono stati tutti liberati e, dopo il rifiuto proprio del suo governo di accoglierli, mandati in Spagna con le loro famiglie.

Obama, come umanista, intellettuale e premio Nobel della pace, sa perfettamente che un’isola dei Caraibi dove la società, pur nei suoi deprecabili limiti, è costruita sulla cultura [medicina, biotecnologia, letteratura, arti, cinema e un’istruzione gratuita fino alla laurea per tutti] sta, dal punto di vista della qualità della vita, certamente meglio di quasi tutti i paesi del suo continente.

Specie considerando che, nell’America latina in cerca di riscatto, è ancora possibile, per esempio, che in Colombia Norma Irene Pérez, madre di tre figli, sia assassinata perché ha fatto scoprire una fossa comune con 2mila vittime dell’epoca recente del Presidente Uribe, sempre devoto alle strategie della Casa Bianca. O che, in Messico, dopo quasi 50mila morti e migliaia di desaparecidos nei 5 anni di guerra al narcotraffico, voluta ma già persa dal Presidente Felipe Calderón [altro sodale di Washington], stiano per arrivare i marines, non per caso già preceduti [come racconta Salvador González Briceño a pagina 62 di questo numero, ndr] dai Seals, il corpo speciale della Marina Usa protagonista dell’eliminazione fisica di Osama bin Laden. Quale tipo di democrazia verrà “esportato” in questo già martoriato paese dopo questa operazione umanitaria, sicuramente non motivata dall’esigenza di arrivare prima di tutti sui ricchissimi giacimenti di petrolio–in parte ancora inesplorati– del Golfo del Messico? Signor Presidente, lei ha ragione, “tutti chiedono libertà e ci sono enormi cambiamenti in Medio Oriente”. Tutto, come dice lei, è successo in soli sei mesi e lei è sicuro [dimenticando magari la Siria e il Darfur] che ora non ci sono più regimi autoritari da quelle parti, al contrario di quella piccola isola dei Caraibi che, per citarla ancora, “rappresenta un ritorno agli anni ’60”. Bene, mi permetto, però, umilmente di ricordare che i governi di Ben Alì, Mubarak e Gheddafi erano satrapie di leader grandi amici dell’Occidente, e chi è sceso in piazza in Tunisia, Egitto o Libia, come chi cerca una vita migliore attraversando il Mediterraneo per poi essere respinto crudelmente dai paesi della Comunità europea, lo ha fatto e continua a farlo perché noi del Nord del mondo, complici di quei satrapi, gli abbiamo rubato il futuro, condannandoli per sempre alla fame.

La Revolución cubana, al contrario, vessata, assediata e periodicamente data per spacciata, è ancora lì, dopo mezzo secolo, con i suoi valori retorici, magari con le sue durezze esagerate quando proprio i governi di Washington tentano di metterla in ginocchio, con il suo socialismo, solo apparentemente fuori moda ma con la capacità di evitare sempre la disperazione, compagna inseparabile dell’umanità del Sud del mondo e perfino di quella di molti ghetti di un paese come il suo.

Forse bisogna incominciare a chiamare le cose con parole più appropriate, anzi con articoli più precisi. Forse è arrivato il momento di stabilire che gli Stati Uniti, e molte delle politiche che mettono in pratica, identificano, come mi pare abbia detto Noam Chomsky, “un tipo” di democrazia, non “la” democrazia. Ma non per questo un paese che dissente dal suo deve essere perseguitato e scorrettamente inserito nella lista dei “paesi canaglia”, cioè amici del terrorismo, dopo che ha pagato con oltre 3mila vittime e un lunghissimo e immorale assedio politico, economico e mediatico, il proprio diritto a scegliere socialmente un destino diverso da quello voluto a tutti costi dal mondo neoliberale, ora incapace di dare risposte e suscitare speranze vere.

A questo proposito voglio raccontare e commentare, qui di seguito, un’altra storia di questa prepotenza infinita e sistematicamente coperta dalla cosiddetta “grande informazione”.

SE WIKILEAKS SBUGIARDA YOANI SÁNCHEZ E LE FINTE RISPOSTE DI OBAMA

Quando il gruppo Prisa, editore del quotidiano El País, una volta bandiera del centro-sinistra spagnolo e ora socio in affari del Nuevo Herald, giornale vicino all’anima più reazionaria dei cubani di Miami, decise di lanciare nell’orbita del successo la bloguera cubana Yoani Sánchez come strumento di fastidio per la rivoluzione, non immaginava, certo, che l’ennesima trama per nuocere a Cuba sarebbe stata scoperta al massimo nell’arco di due anni. Questo perché, nell’attuale mondo in continuo fermento, non era possibile prevedere il fenomeno Wikileaks, la pubblicazione senza filtri da parte di un gruppo di attivisti della controinformazione, di centinaia di migliaia di messaggi riservati, spediti da tutto il mondo al Dipartimento di Stato di Washington dai propri diplomatici e funzionari.

Quest’inaspettato e spiazzante contributo alla verità, che i maggiori quotidiani del mondo [New York Times, Guardian, Le Monde, El País, Der Spiegel, etc] avevano giurato di appoggiare senza remore, salvo poi tradirne lo spirito [come spiega in questo numero di Latinoamerica, Gennaro Carotenuto a pagi- na 98] ha causato, come nel caso italiano, veri e propri incidenti diplomatici, problemi scottanti di relazione fra paesi, ma ha anche rivelato e sbugiardato diverse costruzioni fasulle su situazioni o realtà che, specialmente il mondo politico occidentale, ha tentato tante volte, miseramente, di tenere in piedi mentendo, con la connivenza di molti mezzi d’informazione.

Uno dei colpi preparati, per esempio, dall’Ufficio di interessi degli Stati Uniti a l’Avana nell’incessante tentativo di screditare e mettere al muro Cuba, sempre capace di resuscitare dalle difficoltà, era stato quello di ottenere dal Presidente neoeletto Barack Obama, ancora indiscusso dal mondo progressista, le risposte a sette domande che la malmostosa bloguera affermava di aver ufficialmente inviato alla Casa Bianca e contemporaneamente, almeno così sosteneva, anche al nuovo Presidente cubano Raul Castro.

L’idea era quella di appoggiare la campagna contro la Revolución che la Sánchez portava avanti, con accanimento, sulla precaritetà della vita quotidiana a Cuba [come se nel Sud del mondo il neoliberismo avesse, invece, risolto definitivamente tutti i problemi degli esseri umani] e anche di sostenerla se per caso, quei cattivoni della burocrazia cubana, rispettando le leggi vigenti, non le avessero permesso di uscire dall’isola per andare a ritirare l’ennesimo premio che il mondo occidentale le aveva assegnato: una menzione speciale [per “eccellenza giornalistica”] al Maria Moors Cabot Prize della Columbia University.

Ovviamente tutti i media di questo mondo dell’informazione al guinzaglio e senza più etica avevano fatto da cassa di risonanza a questa notizia che, ora lo sappiamo, era una bufala, mentre la vera notizia è venuta fuori solo in questa estate del 2011.

Bene, anche se le presunte risposte del Presidente degli Stati Uniti erano precedute dai complimenti per la vittoria del Maria Moors Cabot Prize, il riconoscimento mondiale per lo scoop della Sánchez era usurpato e fasullo. Soprattutto perché sia le domande di Yoani che le risposte di Obama [come confermano i messaggi desecretati da Wikileaks] erano state, in realtà, preparate e poi consigliate da Jonathan Farrar, il responsabile dell’Ufficio di interessi degli Stati Uniti a l’Avana, ideatore di tutta questa messa in scena, ora imbarazzante anche per lo stesso Obama che, nella fiction sceneggiata da Farrar, assicurava Yoani che “il governo e il popolo degli Stati Uniti erano al suo fianco nell’attendere il giorno in cui, finalmente, tutti i cubani avrebbero potuto esprimersi liberamente in pubblico, senza motivo di aver paura”.

I cablogrammi svelati da Assange e soci sottolineano anche l’insistenza del diplomatico nordamericano che dovette aspettare tre mesi, da agosto a novembre 2009, perché da Washington lo autorizzassero a far conoscere il testo che, con molta autonomia creativa, aveva preparato per la Sánchez. C’è un cablo emblematico in queso senso, spedito da Farrar e intitolato “Questions from Yoani Sánchez to POTUS”, dove si scopre che POTUS, nel burocratese nordamericano è l’acronimo di President of the United States. Il cablo chiedeva di approvare le risposte e farle circolare come aiuto alla credibilità della bloguera cubana.

Una fiducia evidentemente mal riposta, perché la Sánchez, che aveva annunciato ai quattro venti di aver mandato le domande anche al Presidente cubano Raul Castro e lo aveva bacchettato per non essere stato capace di rispondere, ha dovuto candidamente confessare a Farrar che no, le domande a Raul Castro non le aveva mai inviate, pur avendo dichiarato, il 20 novembre 2009, casualmente proprio al Nuevo Herald, di essere orgogliosa del “significato giornalistico” di tutta questa operazione. Ma a quali maestri della comunicazione si rifà la Sánchez?

In tutta questa costruzione la storia diventa ancor più grottesca se si considera che, alcuni mesi dopo, Farrar ha scritto altri messaggi ai suoi superiori del Dipartimento di stato di Washington che, come abbiamo sottolineato nello scorso numero di Latinoamerica, si possono riassumere così: “Dissidenti storici inaffidabili, noti solo all’estero. Noi li paghiamo ma non servono a nulla, non hanno nessuna influenza sulla vita dell’isola. Credo che sia conveniente puntare di più su Yoani Sánchez”.

Per questa franchezza, non gradita ai congressisti e ai senatori eletti in Florida, Farrar, probabilmente, si è giocato la possibilità di diventare ambasciatore in Nicaragua. I giornalisti “esperti” di Cuba, invece, hanno ancora una volta perso l’occasione di risultare credibili. Hanno completamente ignorato, a cominciare da El País e dal suo corrispondente da l’Avana da vent’anni, Mauricio Vicent [quello a cui recentemente non è stato rinnovato il visto a Cuba] questa storia indiscutibile che abbiamo ricostruito grazie a Wikileaks.

Ma, da vecchio giornalista che ha vissuto con il culto della propria professione e ha pagato un prezzo per questo, vorrei chiedere a quei colleghi che, parlando di democrazia, si autodefiniscono riformisti: “Che ci faceva una lista di domande da proporre al presidente cubano Raul Castro in un cablogramma della rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti a l’Avana? E Yoani Sánchez, omaggiata da un’istituzione nordamericana per “eccellenza giornalistica”, non ha sentito il disagio di questa situazione? Possiamo definire questo giornalismo “indipendente”? E quali risultati vogliono raggiungere l’Editorial Prisa e El País appoggiando questa mistificazione del giornalismo?” La sorte di questa messa in scena è arrivata a una rapida conclusione quando, il 6 novembre 2009, Yoani ha denunciato di essere stata vittima di un tentativo di pestaggio da parte di non meglio identifica- ti agenti governativi, del quale però non poté fornire nessuna prova, nemmeno al corrispondente della Bbc che, in linea col buon giornalismo, era andato con la telecamera per documentare i lividi. Ma questo fa parte del teatrino. Quello che è inaccettabile è che, sistematicamente, qualunque siano gli errori e le illiberalità della Rivoluzione cubana, vengano montate campagne di dispregio e di presunto scandalo politico contro un paese che, è sicuro, non ha più colpe di qualunque altro al mondo.

Mi piacerebbe commentare questa vicenda con i colleghi de La Stampa e di Internazionale che, malgrado queste storie non esaltanti di truffe giornalistiche realizzate dai paesi più potenti per confondere e pilotare l’opinione pubblica, continuano a dare uno spazio fisso al cattivo umore della bloguera cubana, che denuncia, come fosse una prerogativa del suo paese, quel malessere, quelle frustrazioni del mondo moderno che oltretutto, ultimamente, sono più usuali nelle tanto sognate società dei consumi. Perché a Yoani sì e alle decine di giornalisti, perseguitati e assassinati ogni giorno in Messico, no?

Così, proprio quando Wikileaks documenta una delle tante bufale dell’informazione moderna e delle persone condiscendenti a questo tipo di giornalismo come Yoani Sánchez, leggo nella sua rubrica fissa su La Stampa del 1 ottobre 2011, addirittura annunciata in prima pagina: “Le mazzette dei nuovi manager rossi. Non funzionari di secondo grado ma servitori di un partito comunista che hanno ricoperto incarichi di responsabilità. Come mai si sono trasformati in delinquenti dal «colletto verde» i ladri con la tessera rossa?”… Forse neanche nel 1948, quando in Italia la Democrazia Cristiana temeva l’arrivo del Fronte Popolare, si è mai fatto un titolo così ideologico e strampalato. Ma, a parte tutto, Yoani lo sa in che continente vive? Quando denuncia la riprovevole corruzione del suo paese, conosce la situazione empia della violenza e del degrado in Messico, in Colombia o in Guatemala, o il dramma di un pezzo di terra disperato come Haiti dove in un anno, ci sono stati più di cinquemila morti per colera e dove gli unici medici che combattono l’epidemia, fin dal giorno successivo al terremoto, sono i suoi concittadini cubani o ragazzi haitiani laureati a l’Avana?

Forse, se lei non se ne rende conto, almeno chi, nel nostro paese continua a darle tutto questo spazio, dovrebbe pensarci su.

Fonte: http://www.giannimina-latinoamerica.it/editoriali/688-le-contraddizioni-della-politica-di-obama

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