Era il 1999, il 24 Marzo, subito dopo l’equinozio di primavera. Il periodo migliore per iniziare una guerra, a quanto pare. Era quindi il 1999 quando le bombe della Nato cadevano sui civili serbi, ed io avevo 21 anni e comprendevo per la prima volta che c’era qualcosa che non andava nella’idea del mondo che fino allora mi ero fatto. Può succedere, così come capita a molte persone di assistere ad avvenimenti che costringono a rivedere tutte le proprie certezze, a stendere un telo bianco tra le pieghe della mente e ricominciare a scrivere i postulati base delle proprie convinzioni.

Per me quel momento venne nel 1999, e tutto quello che mi circondava assunse una diversa sfumatura. Prima di allora avevo delle precise convinzioni politiche, credevo nelle Istituzioni (con la I maiuscola) e soprattutto ero fermamente convinto che l’umanità nella sua imperfezione fosse destinata ad una lenta ma costante “maturazione”, laddove il progresso scientifico e sociale ci avrebbe allontanato sempre più dalle antiche epoche di barbarie e di ingiustizia.
Vivevo in un continente pacifico, ed a scuola mi era stato insegnato che questo fatto rappresentava un chiaro segno del progresso raggiunto dalla nostra civiltà.
Dopo millenni di continue guerre e sconvolgimenti, dopo due terrificanti conflitti mondiali, nella nostra Europa si stava vivendo un periodo di pace lungo più di cinquanta anni. La Seconda Guerra Mondiale era stata terribile, ma alla fine avevano vinto i buoni, ed i buoni eravamo noi.
La democrazia, grazie a Dio, aveva trionfato. A tutto questo io credevo, ed ero più che felice di essere nato in un periodo storico così pacifico e prospero.

Poi venne il 1999, e questa visione idilliaca si frantumò. Sapevo all’epoca che grandi e piccole guerre erano ancora in svolgimento in luoghi lontani, ma questo accadeva, mi dicevo, perché non tutti i popoli avevano raggiunto il nostro grado di maturazione sociale: non ovunque aveva ancora messo radici la democrazia. E sapevo anche che nei Balcani aveva luogo una sanguinosa guerra civile, ma anche in questo caso vi erano delle motivazioni storiche ben precise, risalenti alla creazione di uno stato dittatoriale che aveva aggregato nazioni diverse sotto un unico governo centrale tirannico.

Quello che invece non riuscii a comprendere, quello che mi sconvolse, fu il vedere le nostre forze armate, di noi che eravamo i buoni, partire e sganciare bombe sopra dei civili.
Forse se fossi stato un giovane cittadino italiano le rassicurazioni dei telegiornali mi avrebbero tranquillizzato (“sono interventi mirati”, “non vengono colpiti civili”, “si tratta di un intervento umanitario”). Ma essendo anche mezzo greco, avevo la possibilità di vedere anche i telegiornali greci. E là, il racconto era del tutto diverso. La Grecia, infatti, essendo legata da una fratellanza secolare col popolo serbo, all’epoca condannò da subito l’azione della Nato, e i mezzi di informazione greca documentarono rigorosamente tutte le conseguenze del terribile intervento militare della coalizione atlantica.

I telegiornali italiani e quelli greci raccontavano allora due realtà del tutto differenti. Da una parte immagini di “bombe intelligenti” che centravano obiettivi sensibili in maniera chirurgica, senza spargimenti di sangue, dall’altra immagini di profughi, città smembrate, bombe che cadevano “per errore” su colonne di civili in fuga.

In Italia poi il termine “serbo” divenne sinonimo di criminale, e per la prima volta una intera nazione venne descritta quale malvagia nel suo complesso.

Ovviamente, poteva darsi che fossero i giornalisti greci ad esasperare la situazione, essendo “di parte”. Ma la questione, ai miei occhi, andava ben oltre questa possibilità: comunque stessero le cose, qualcuno stava mentendo. Che fossero i telegiornali italiani o quelli greci, uno dei due mi stava mostrando in televisione una totale falsificazione della realtà. Chiunque fosse a mentire, mi resi conto, per la prima volta nella mia vita, che la televisione e l’informazione nel suo complesso può stravolgere totalmente il senso del reale, mentendo spudoratamente.

Ora, a distanza di anni, so che i media occidentali sorvolarono su molte carneficine compiute dalla Nato, e so anche che quella delle bombe intelligenti fu un triste mito, una presa in giro.*

Oggi è noto di come l’ex Jugoslavia venne sepolta sotto una montagna di uranio impoverito che ammallò ed ancora ammala le genti di quelle terre, ma questo ormai non interessa più a nessuno.

Si parlava, all’epoca, di motivazioni umanitarie, ma allora come oggi non sarei mai stato in grado di comprendere cosa vi sia di umanitario nel togliere la vita a degli innocenti. Facce serie ed autorevoli parlavano della necessità dell’intervento, del fatto che non si potesse “stare a guardare”, ma, ancora una volta, come poteva tutto questo giustificare la morte di un bambino, causata da una bomba “dei buoni”? Anche di un solo bambino.

Vallo a dire ai suoi genitori che l’hai ucciso a fin di bene, per un motivo “umanitario”.

Ed è questo che fece l’intervento umanitario, ed è questo che gli interventi umanitari tuttora fanno: si uccidono innocenti “a fin di bene”.

A distanza di dodici anni, e sempre a cavallo di un equinozio di primavera, la coalizione dei buoni è tornata ad usare le bombe a fin di bene, ad uccidere innocenti a fin di bene. Ho acceso la televisione l’altra sera ed ancora una volta ho sentito le stesse parole: “non potevamo stare a guardare, si effettueranno solo interventi chirurgici, non possiamo più tollerare una dittatura così sanguinosa”.

Sono sempre le stesse bugie, squallide bugie pronunciate da una banda di ipocriti che magari rappresentano una fazione diversa da quella di dodici anni fa, ma che in fondo obbediscono prostrati agli stessi poteri di sempre. Bugie che ora mi appaiono palesi, spudorate, così come mi fanno ribrezzo ed orrore i volti che le pronunciano. E penso che ci fu un tempo in cui in quelle facce riponevo la mia fiducia e le mie speranze per un futuro che non poteva che essere sempre più roseo.

*da leggere a questo proposito l’articolo di Fulvio Grimandi “1999-2009. La criminalità organizzata stupra la Jugoslavia”, di cui riporto un breve estratto:

Quando la mattina dopo le prime bombe su Belgrado, nella riunione di redazione del TG3, ci venne impartita la nozione dell’ “intervento umanitario”, da sostenere come verità incontestabile, Giovanna Botteri si scaraventò sui profughi kosovari per estrargli, a colpi di ricatti umanitari (ricordate i campi dalemiani dell’Operazione Arcobaleno, poi finiti sotto processo?), orrori e anatemi sui serbi, io lasciai la Rai per sempre e me ne andai con una telecamera a Belgrado.

A Novi Sad erano stati disintegrati i più bei ponti sul Danubio e la raffineria in fiamme spargeva veleni nel fiume e nei polmoni, a Pancevo l’enorme complesso petrolchimico bruciava e assolveva alla funzione assegnatagli dalla Nato di contaminare acque, terre, aria a futura moria di questo “popolo di troppo”.

A Belgrado due missili sventrarono l’albergo al quale eravamo destinati e, un attimo dopo, l’ambasciata di un paese, la Cina, che non condivideva l’accondiscendenza del fedifrago russo Eltsin nei confronti degli aggressori: a buon intenditor, un paio di missili.[…]

Venivano disintegrati ospedali, scuole, asili, case, ponti, treni, centrali elettriche, tra i 3.500 uccisi da Clinton e dai suoi furieri europei c’erano i bambini delle incubatrici cui era venuta a mancare l’elettricità. Già allora, prima di Baghdad, prima di Gaza, si capiva che gli interventi umanitari erano mirati a eliminare pezzi di specie umana. Oltrechè a distruggere infrastrutture la cui ricostruzione poi, a colonizzazione completata, avrebbe gonfiato i forzieri delle imprese dei paesi assassini.

http://santaruina.splinder.com/post/24509923/le-bombe-dei-buoni

Commenta su Facebook
Tags: