La caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica furono presentate dalla propaganda ufficiale come l’alba di una nuova era di pace, democrazia e sviluppo economico. Di fatto la fine del comunismo internazionale fu segnata in Italia da una delle più gravi ondate di terrorismo, catalogata dall’informazione ufficiale come “terrorismo mafioso”. Su scala europea invece fu una nuova destabilizzazione dei Balcani a concludere un secolo che si era aperto proprio con una guerra balcanica, che era stata uno dei fattori che avevano contribuito allo scoppio della prima guerra mondiale. Grazie alla fine della Guerra Fredda, nel 1999 la NATO poté persino permettersi una diretta aggressione militare contro la Serbia, che sarebbe stata solo la prima di una lunga serie di aggressioni su scala globale.
Ciò potrebbe apparire persino ovvio, dato che categorie come “democrazia”, “legittimità”, “consenso”, se applicate al potere diventano del tutto mitologiche. Ogni potere ha in sé un carattere abusivo e mistificatorio, in quanto tende a spacciare il fatto compiuto come uno stato di necessità. Da un punto di vista generale non ci sarebbe quindi da sorprendersi se un potere mantiene una vocazione golpista latente, e se cerca di riprodursi e giustificarsi attraverso un’emergenzialismo cronico, poiché ciò appartiene alla sua logica interna.
Ma la questione storica più contingente è che la cosiddetta “Guerra Fredda” costituiva solo un aspetto di una generale guerra coloniale, che ovviamente è proseguita anche dopo la fine dell’Unione Sovietica. L’esperienza del “socialismo reale” non aveva mai costituito la base di una vera controffensiva anticoloniale ed antimperialista. Anzi, l’Unione Sovietica – sebbene vittima essa stessa di dirette aggressioni colonialistiche dal 1917 in poi -, aveva dato vita ad una sorta di contro-imperialismo straccione, impegnato soprattutto in una frenetica trattativa di “coesistenza pacifica” con l’imperialismo USA, la cui aggressività venne spesso sottovalutata. In questo ambito vi furono persino scelte sovietiche in senso favorevole al colonialismo, come il sostenere con le forniture di armi e con il riconoscimento diplomatico la nascita dello Stato d’Israele nel 1948.
Ciò non toglie che l’equilibrio di potenza determinato dal contro-imperialismo sovietico, abbia comunque consentito progressi nella decolonizzazione sia in Africa che in Asia, ed inoltre abbia determinato le condizioni per le quali l’Europa occidentale è stata in grado di ritagliarsi per decenni un’autonomia economica nei confronti degli USA. Un’autonomia economica dell’Europa che nel 2015 dovrebbe definitivamente cessare con l’avvento del TTIP, il mercato transatlantico, detto anche “NATO economica”.
La guerra coloniale non è mai cessata. In base a quanto era stato già illustrato in un aforisma di Georges Clemenceau (“la pace non è altro che la guerra condotta con altri mezzi”), alle fasi di conflitto più aperto e virulento sono seguite fasi di “conflitto a bassa intensità”, indicato dall’acronimo inglese LIC:”Low Intensity Conflict”.
Il conflitto a bassa intensità prevede l’impiego di metodi di terrorismo, di destabilizzazione politica, di sabotaggio economico, di guerra psicologica, il tutto opportunamente graduato; perciò, anche nell’ambito della “bassa intensità”, possono attuarsi livelli diversi di conflitto, a seconda dei periodi di tempo e delle aree geografiche, persino all’interno di uno stesso Paese che sia bersaglio di un’aggressione. Da oltre cinquanta anni Cuba viene fatta bersaglio di questo tipo di guerra da parte degli USA. Il punto è che – ad eccezione di Yoani Sanchez -, i Cubani sanno di essere oggetto di un LIC, mentre in Europa, e soprattutto in Italia, una tale consapevolezza è del tutto assente nell’opinione pubblica.
Tra le principali armi del conflitto a bassa intensità, Clemenceau poneva i trattati internazionali. Clemenceau si riferiva soprattutto ai trattati di pace, anche se l’esperienza del colonialismo britannico in Cina nel XIX secolo dimostrava che i trattati in genere, sia commerciali che militari, costituiscono non soltanto strumenti di asservimento ad hoc, ma anche modi di distruggere per il futuro la possibilità di iniziativa di un Paese. Il trattato Nord-Atlantico, con i suoi numerosi protocolli riservati, costituisce non soltanto uno strumento di occupazione militare, ma anche un modo per continuare il conflitto in altre forme. Anche il personale politico può essere selezionato dalla potenza occupante in funzione dell’umiliazione e dell’infantilizzazione del Paese colonizzato.
Infatti la stampa internazionale non ha mai smesso di ridicolizzare il Buffone di Arcore, ma se ne è servito anche per accreditare l’immagine di un’Italia eternamente minorenne. Governi che per anni hanno sfornato decreti-legge ricalcati sui protocolli del Fondo Monetario Internazionale, sono stati pretestuosamente etichettati come “populisti” dai commentatori ufficiali; e, mentre il Buffone cadeva travolto da un referendum contro la privatizzazione dell’acqua, i media insistevano a presentarlo come inviso ai “poteri forti” sovranazionali. In questi anni la persona del Buffone è stata essa stessa adoperata dai media come un’arma di guerra psicologica nel conflitto a bassa intensità contro l’Italia. La condanna penale definitiva per evasione fiscale inflitta al Buffone, ha recentemente innescato un contenzioso tra il PdL da una parte ed il PD e la presidenza della Repubblica dall’altra, allo scopo di estorcere un provvedimento di grazia. Non sono mancate le minacce di “guerra civile” da parte di alcuni esponenti del PdL, cosa che ha portato alcuni a reagire con accuse di irresponsabilità, ed invece altri con pesanti sarcasmi circa l’effettiva capacità da parte del sedicente “Esercito di Silvio” di sfidare l’ordine costituito. Ma ciò che rende insidioso il ricatto del PdL, non è certo il potenziale militare di questo partito, bensì il fatto che la destabilizzazione permanente costituisce il terreno per gli apparati del conflitto a bassa intensità, di cui la NATO è largamente provvista. L’imperialismo infatti rappresenta un processo interattivo, in cui la potenza coloniale egemone si pone come punto di riferimento dei gruppi più reazionari presenti in un dato Paese. Il colonialismo ed i suoi apparati di guerra agiscono per schemi e non per lucide e lungimiranti strategie, perciò ogni fase di destabilizzazione apre un’ulteriore serie di variabili circa il funzionamento e le scelte di questi apparati, che spesso agiscono in concorrenza tra loro.
Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, in Italia il golpismo atlantico ha costituito una minaccia più che concreta, sebbene il pericolo rappresentato dal Partito Comunista andasse a scemare, dato che il PCI si configurava sempre più come un comitato d’affari della Lega delle Cooperative. I quadri dirigenti, sia nazionali che regionali, del PCI venivano gradualmente soppiantati da un personale massonico, affascinato non dal “mito sovietico”, ma dalla possibilità di fare affari con l’URSS. Mentre i “finanziamenti sovietici” al PCI costituivano una delle tante intossicazioni informative, le relazioni d’affari tra Regioni “rosse” e Unione Sovietica erano un dato di fatto, che conduceva però ad esiti del tutto opposti a quelli rivoluzionari.
La minaccia del PCI non esisteva più, ma il suo fantasma costituiva un ottimo pretesto per un’offensiva reazionaria che aveva come principale bersaglio le rivendicazioni salariali operaie della fine degli anni ’60. La compressione salariale non corrispondeva soltanto ad un interesse degli industriali italiani, ma ad una generale politica coloniale. Non esistono un capitalismo ed un colonialismo che possano fare a meno della povertà e dell’avvilimento del lavoro. La formula “meno salario, più orario” infatti riassume da sempre la linea del Fondo Monetario Internazionale sul mercato del lavoro.
In quegli anni il golpismo, aperto o strisciante, fu alimentato persino da una competizione furiosa tra le forze anticomuniste per cercare di conquistarsi il ruolo di referente privilegiato degli USA. Alla fine degli anni ’60 il più accanito nel fomentare odio e tensione fu il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat – un socialdemocratico che era stato un esponente prestigioso dell’antifascismo -, il quale brandì tutta la tipica retorica della destra neofascista. Fu significativo anche il modo in cui Saragat enfatizzò e strumentalizzò la circostanza della morte dell’agente di polizia Antonio Annarumma, avvenuta nel novembre del 1969 durante dei tafferugli provocati dalla stessa polizia.
Nel 1975 l’attuale capogruppo parlamentare del Pdl, Fabrizio Cicchitto, era ancora un esponente della “sinistra lombardiana”, una corrente minoritaria del Partito Socialista. In quella veste Cicchitto scrisse la prefazione di un libro di Marco Sassano incentrato sulle trame golpistiche che percorrevano l’Italia in quel periodo. Cicchitto usava a riguardo l’espressione “avventurismo dei moderati”, un apparente ossimoro utile a definire questo atteggiamento eversivo delle destre e dei ceti privilegiati, mirante ad utilizzare il potenziale aggressivo della NATO a fini di destabilizzazione/restaurazione interna.
Cicchitto in realtà non faceva altro che riprendere delle tesi già lucidamente esposte da Riccardo Lombardi in varie interviste ed interventi al Comitato Centrale del PSI. Lombardi non era affatto il “Pietro Ingrao” del Partito Socialista; anzi, era un intellettuale autentico ed un critico disincantato dei meccanismi del capitalismo e dell’imperialismo. Lo stesso Lombardi fu uno dei pochissimi esponenti del ceto politico a denunciare il ruolo diretto della NATO e della CIA nelle manovre golpiste, e la loro infiltrazione nelle più alte istituzioni repubblicane.
Ma nei rapporti personali Lombardi era spesso accecato dalla sua generosità, tanto da tenersi accanto come principale collaboratore un camaleonte carrierista come Fabrizio Cicchitto, rivelatosi poi un iscritto alla Loggia P2. I meccanismi interni ai partiti, con le quote di rappresentanza delle varie correnti, facevano sì che l’aderire ad una corrente minoritaria offrisse maggiori opportunità di carriera rispetto alle affollate correnti di maggioranza; accadde così che la corrente lombardiana venisse usata come trampolino dagli arrivisti più spregiudicati.
Oggi lo stesso Cicchitto si serve di quel know-how lombardiano a scopi esplicitamente reazionari, forse sperando che una liquidazione definitiva del Buffone possa dispiacere a quegli ambienti NATO che non se la sentono di rinunciare ad un’arma di psicoguerra coloniale tanto efficace. Ma, soprattutto, Cicchitto sa che sfidare Napolitano ed il PD ad una gara di anticomunismo e di servilismo atlantico aprirebbe un ulteriore scenario di destabilizzazione irto di incognite per i suoi avversari. Oggi Napolitano sembra essere l’indiscusso uomo di fiducia della NATO in Italia; ma la stessa NATO in passato ha “bruciato” molti dei suoi servitori, come dimostra l’umiliazione inflitta ad un ex advisor del Consiglio Atlantico come Mario Monti.
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