di Romano Guatta Caldini – 27/12/2011

Fonte: Rinascita

Sono passati dieci anni da quando, nel dicembre del 2001, il moto popolare – passato alla storia come l’argentinazo – mise in scacco il governo dell’allora Presidente argentino Fernando De La Rua, provocando le dimissioni di quest’ultimo.
In poco meno di due decenni l’Argentina, dalla dittatura militare, si trovò catapultata nell’incubo della dittatura finanziaria. Una crisi economica senza precedenti, quella argentina, dei primi anni del nuovo millennio, che oggi si ripresenta in Europa con gli stessi spettri e gli stessi carnefici.
In questi termini – un anno dopo gli avvenimenti che hanno portato De La Rua a dimettersi – Naomi Klein così descrisse la lotta del popolo argentino: ”l’Argentinazo non è stato organizzato da una forza politica alternativa che voleva prendere il potere. E diversamente da quanto accade generalmente nel caso di una rivolta, la richiesta è stata univoca e inequivocabile: l’immediata rimozione di tutti i politici corrotti che si sono arricchiti mentre l’Argentina (…) precipitava in una spirale di povertà (…). Questa gente ha urlato contro le banche, ha lottato contro la polizia, (…) riuscendo a far fuggire il presidente e obbligandolo a lasciare la sua residenza a bordo di un elicottero”.
La catastrofe finanziaria aveva radici profonde, a partire dagli anni della dittatura militare (1976 – 1983) che portò il Paese ad un rapido processo di de-industrializzazione. Spesso gli analisti – a torto – sottovalutano il ruolo ricoperto dai militari, all’interno del processo di privatizzazioni selvagge che portò l’economia argentina al collasso. In un saggio pubblicato da “Usa crimes” leggiamo: “Per ottenere prestiti dalle banche private, il governo pretendeva che le aziende pubbliche argentine si indebitassero con le banche private internazionali, trasformandosi perciò in assi portanti della snazionalizzazione dello Stato, attraverso un indebitamento che comportava l’abbandono di gran parte della sovranità nazionale. La dittatura argentina non avrebbe potuto mantenere il regime di terrore interno nei primi anni senza la benedizione dell’amministrazione nordamericana. Da parte sua, la Federal Reserve degli Stati Uniti era più che disposta a sostenere la politica economica della dittatura argentina, visto che gran parte del denaro del debito era depositato nelle casseforti delle banche nordamericane”. Del resto, già Rodolfo Walsh, prima di venire assassinato da un commando dell’ESMA, nella sua “Carta Abierta a la Junta Militar” presagiva che gli effetti devastanti, dei tagli allo stato sociale operati dai militari e la consegna dell’Argentina in mano al FMI, non si sarebbero fatti attendere molto – venti, trentanni al massimo – e che la “guerra sporca”, oltre alle vittime della repressione, avrebbe lasciato in eredità un’economia in ginocchio. Considerazioni, quelle del periodista montonero, che troveranno un triste riscontro – circa venticinque anni dopo – nel fatidico dicembre 2001.
Dopo la caduta della Giunta militare, ci un fu un susseguirsi di governi totalmente inadatti e incapaci a ristabilire i rapporti di forza con gli istituti di credito, detentori del debito argentino. Il colpo di grazia, all’economia del paese latino-americano, venne dato dal governo di Carlos Saúl Menem (1989 -1999) nel corso degli anni novanta. L’apparente miglioramento dell’economia argentina, durante il primo mandato di Menem, portò la media borghesia ad abituarsi ad un tenore di vita sopra le proprie possibilità e ad indebitarsi ulteriormente. Nel 1991 si inserì il tasso di cambio fisso tra la moneta argentina e il dollaro. Si trattava, comunque, di un boom economico fittizio. Quello che il settimanale Time definì “il miracolo di Menem” consistette in una corsa verso il baratro, attraverso la privatizzazione delle maggiori aziende di stato: dalle compagnie petrolifere e telefoniche, a quelle ferroviarie ed aeree. Per uscire dalla crisi che iniziò ben presto a manifestarsi, Menem mise in pratica quello che lui stesso definì un programma di “tagli senza anestesia”. In pratica, si sarebbero dovuti fare dei notevoli sacrifici, ma alla fine l’economia avrebbe ritrovato il suo equilibrio. Un programma – quello di Menem – che ha inquietanti assonanze con ciò che il Presidente Mario Monti, negli ultimi giorni, ha previsto per l’economia italiana.
Come è facile immaginare i risultati della politica menemista non fecero altro che acutizzare la crisi, infatti, sul volgere degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio, il tasso di disoccupazione – in Argentina – superava il 20%; la forbice fra la popolazione indigente e la minoranza benestante crebbe a dismisura, le attività produttive nazionali erano in piena stagnazione, quando non addirittura al collasso, mentre il debito pubblico era ormai fuori controllo; tutto questo in un clima di corruzione dilagante e di tagli insostenibili allo stato sociale, per quel poco che ne rimaneva.
Il periodo della presidenza di De La Rua (1999-2001) è caratterizzato da un crescente indebitamento e, quindi, da un massiccio intervento del FMI all’interno delle politica economica argentina. L’austerità delle riforme imposte dal “Washington consensus” – in cambio dei prestiti da usura – provocò il precipitare della crisi. A ciò bisogna aggiungere il mancato ricorso ad una svalutazione competitiva del Peso, che sarebbe stato possibile solo sganciandosi dal regime suicida del tasso di cambio fisso Peso/Dollaro. Una riconquistata sovranità monetaria avrebbe permesso di evitare le successive manovre economiche imposte dal FMI. Invece l’Argentina – per pagare il proprio debito – fu costretta ad indebitarsi ulteriormente: una spirale cieca che la Grecia dei nostri giorni conosce bene.
Il Presidente De La Rua, come il suo predecessore Menem, seguì pedissequamente quanto imposto dai diktat del FMI, andando inevitabilmente incontro all’ira della popolazione esasperata dalla recessione. Posta nelle condizioni di non poter assolvere al debito contratto, per l’Argentina venne dichiarato il default. Ingenti somme di capitali, quotidianamente, uscivano dal paese, mentre i piccoli risparmiatori si accalcavano agli sportelli delle banche richiedendo la restituzione del proprio denaro. Per arginare la corsa agli sportelli bancari il governo adottò misure note come il “corallito”: si trattava del congelamento dei conti correnti, per dodici mesi, permettendo ai correntisti – solo ed esclusivamente – il prelievo di piccole somme di denaro.
In questo stato di cose venne a crearsi il contesto favorevole per un’insurrezione popolare scevra da rivendicazioni classiste; la lotta era fra i governanti – i lacchè delle banche – e la popolazione nella sua interezza: dai disoccupati ai commercianti, dagli operai agli studenti, ma anche i pensionati e tutto quel ceto medio che vide i suoi risparmi sparire da un giorno all’altro . La totale assenza di rappresentanza politica, all’interno della protesta, favorì il compattarsi dei manifestanti scesi in piazza al grido “que se vayan todos!”.
Nei giorni antecedenti il 21 dicembre vennero prese d’assalto le banche e gli esercizi commerciali direttamente riconducibili alle multinazionali nord-americane. De La Rua dichiarò lo stato d’emergenza che culminò negli scontri fra la polizia e i manifestanti, del 20 e del 21 dicembre, a Plaza de Mayo. La rivolta lasciò sull’asfalto cinque morti e centinaia di feriti. Nonostante la feroce repressione delle forze governative, la popolazione non aveva intenzione di mollare. Così – dopo due pietosi, quanto ridicoli interventi televisivi atti a giustificare il suo infame operato – De La Rua venne costretto a dimettersi e a scappare in elicottero dal tetto de la Casa Rosada. Con i moti di dicembre del 2001, gli argentini si riappropriarono del proprio destino di nazione, aprendo la strada all’avvento di Nestor Kirchner, l’uomo che seppe imporsi sul FMI, gettando le basi della rinascita argentina.
Se è vero che il motore della storia è la lotta di popolo – come più volte abbiamo sottolineato sulle pagine di questo giornale – allora noi italiani, come gli spagnoli e il popolo greco, dobbiamo prepararci ad uno scatto d’orgoglio, ad una presa di coscienza, perché come ci insegna l’esperienza argentina, la dittatura finanziaria non è invincibile.

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