Salvo sovvertimenti last minuti, giudicati estremamente improbabili dagli osservatori, l’Argentina dovrà pagare il dovuto (in tutto o in parte, in base ad eventuali negoziati con gli “avvoltoi”) oppure rischiare un nuovo default.

La storia nasce in seguito alla crisi del 2001-2002, quando l’Argentina decise di ristrutturare il proprio debito pubblico: alcuni hedge fund decisero di rastrellare tali titoli a prezzi di saldo e un gruppo di essi, guidati da Paul Singer, aveva deciso di inseguire Buenos Aires per costringerla a pagare il prezzo pieno, respingendo di aderire agli accordi del 2005 e del 2010, che avrebbero provocato uno haircut del valore di tali titoli.

L’inseguimento dei beni governativi in giro per il globo aveva portato anche a mosse spettacolari, come il sequestro di una nave da guerra argentina in Ghana, e si è trascinato nelle aule dei tribunali USA fino alla decisione della Corte Suprema, che ha confermato la decisione dei tribunali inferiori che hanno ordinato all’Argentina di corrispondere quanto richiesto ai fondi avvoltoio.

La decisione era almeno parzialmente inaspettata: secondo gli osservatori il caso più probabile era un rinvio in attesa dell’intervento della Casa Bianca nella persona del Solicitor General Donald Verrilli, ma i giudici supremi hanno deciso di proseguire sulla propria strada.

Ora l’Argentina sarà costretta a pagare i fondi avvoltoio insieme agli obbligazionisti che hanno aderito agli accordi degli anni passati, che tagliarono buona parte del debito finito in default (per 95 miliardi) a circa un terzo. Si tratta degli effetti generati dalla clausola di “pari passu” inserita negli accordi, e che prevede uguale trattamento fra gli obbligazionisti.

Si tratta che uno sforzo di breve termine da 1,5 miliardi di dollari (per titoli che si stimano valgano circa 15 miliardi) che l’Argentina non può sostenere, e che probabilmente porterà all’apertura di un tavolo negoziale con gli hedge fund, già previsto dall’Argentina nelle aule dei tribunali, ma categoricamente escluso nei propri discorsi pubblici dal presidente Christina Fernandez de Kirchner.

I negoziati dovranno essere brevissimi, visto che il prossimo round di pagamenti è previsto per il 30 giugno, data in cui dovrebbero essere pagati i coupon relativi ai 13 miliardi di bond con scadenza 2033: se gli holdout (ovvero gli avvoltoi, da pagare per primi) e i nuovi obbligazionisti non saranno soddisfatti per l’Argentina sarà un altro default.

La decisione di non sedersi a un tavolo e/o di non pagare rischia di riportare l’ombra del default su Buenos Aires, visto che le casse argentine non sembrano avere adeguata capacità per sostenere anche questo nuovo fardello, e la stessa Avvocatura dello Stato avrebbe suggerito una nuova ristrutturazione del debito in caso di decisione sfavorevole a Washington.

Le conseguenze della decisione saranno comunque relativamente miti per l’economia mondiale, visto che l‘Argentina è ancora sostanzialmente sotto embargo da parte della finanza internazionale, che continua a vederla come un cattivo pagatore in cui è meglio non investire valuta forte.

La decisione, d’altro canto, non migliorerà questa sensazione, lasciando l’Argentina in acque complicate, anche se la situazione resta migliore (per quanto possibile) rispetto ad altri Paesi dell’America Latina (a cominciare dal Venezuela), poiché, quanto meno, Buenos Aires ha deciso di scendere a patti con altri debitori e istituzioni (come il Club di Parigi e il Fondo Monetario Internazionale) per accettare la realtà dura e cruda e rimettersi dunque sulla giusta carreggiata.

Il CDS, ovvero il titolo che protegge dal fallimento dell’Argentina, è nuovamente schizzato verso quota 2500, in rialzo di 700 punti base nella sola seduta di lunedì.

Fonte: http://it.ibtimes.com

Tratto da:http://www.informarexresistere.fr

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