Tra le varie conseguenze di questa crisi economica alcune sfondano la barriera del paradosso e ribaltano le idee e la concezione del mondo che abbiamo avuto fino ad oggi.

Uno degli Stati maggiormente colpiti dalla crisi economica e spesso tra i più ignorati dai media del nostro Paese, è sicuramente il Portogallo.

La crisi portoghese è, come molti altri casi, un esempio della fallace ricetta d’austerità imposta dalla Troika come mezzo per uscire dalla crisi.  L’economia lusitana è stata riscattata dalla Troika nella primavera del 2011, con un’iniezione di capitali pari a 78 miliardi di euro, con il proposito di salvare il paese dal default finanziario. In cambio di questo salvataggio, il governo conservatore di Lisbona, guidato dal Primo Ministro Pedro Passos Coelho, si è impegnato di tagliare il suo deficit di bilancio portandolo dal 6,4% del Pil del 2012 al 5,5% nel 2013. E poi al 4,5% nel 2014.portogalloangola

A questa iniezione di capitali sono quindi seguiti due anni di durissima austerità che hanno portato il Paese a conoscere la più lunga contrazione economica in 40 anni e un tasso record di disoccupazione del 17%. Oltre a tutte le conseguenze che abbiamo già visto negli altri Paesi costretti al regime d’austerity: aumento della tasse, chiusura aziende, crollo della domanda interna, tagli ai servizi ed al welfare state, prolungamento dell’età pensionabile ecc…; il caso portoghese si caratterizza rispetto a situazioni similari, come quella greca o irlandese, per una variabile legata al suo passato di Paese colonialista.

Nel solo 2011 più di 120mila portoghesi hanno lasciato il Paese emigrando all’estero. Sarebbe facile ipotizzare che la maggior parte di essi si sia diretta verso il Brasile, economia in grande crescita riconosciuta a livello globale. Ma è proprio qui che si presenta il paradosso e che i rapporti Nord-Sud come li abbiamo sempre conosciuti vanno sparendo. Una grossissima fetta di immigrati portoghesi, secondo l’ambasciata portoghese ad oggi 150mila, si sono diretti verso l’Angola. L’immigrazione portoghese si caratterizza per essere  un immigrazione sia di manodopera a basso costo, sia di professionisti qualificati, giovani laureati, che non trovano opportunità nel loro Paese. Dopo essere stata il teatro di una guerra civile durata quasi 30 anni, l’Angola sta ora conoscendo un boom economico senza precedenti. Solamente nel 2012 è cresciuta del 6,8%, mentre l’economia lusitana si contraeva per il quarto anno consecutivo registrando un -3,2%.

Il boom del Paese africano è legato allo sfruttamento petrolifero, le riserve nazionali si aggirano intorno ai 10 miliardi di barili, le cui esportazioni hanno garantito 64 miliardi di dollari lo scorso anno. L’Angola a dispetto delle stime di crescita future, l’FMI prevede il 7,1% nel 2014, rimane un Paese con dei fortissimi squilibri sociali, con ancora il 60% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e con le bidonville tra le più povere d’Africa, la sua capitale Luanda è la prima città più cara al mondo per gli espatriati, seguita da Mosca, secondo il Worldwide cost of living survey di Mercer.

Ma il paradosso non finisce qui.

Come una specie d’effetto boomerang, dopo 400 anni di colonizzazione portoghese (1575-1975) l’Angola grazie alla sua crescita e grazie al momento di difficoltà del Paese lusitano, sta investendo pesantemente in Portogallo rilevando parecchie aziende. Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni. Dopo aver acquisito quote sostanziali nel sistema bancario portoghese: 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni); gli investimenti si sono diretti verso le telecomunicazioni (28,8% di ZON Multimedia) e naturalmente il petrolio all’interno della compagnia petrolifera GALP e della piattaforma SONANGOL.

In un articolo apparso nell’aprile del 2013 sulla rivista Colombiana El Malpensante, lo scrittore e giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes in un lungo report sulla situazione attuale portoghese, riguardo ai rapporti con l’Angola scrive: “Ho già detto che il Portogallo non potrebbe esistere senza l’Angola. Questo comporta una questione di sovranità che però è ormai un problema nostro, non più del paese africano. Negli ultimi anni da Luanda sta arrivando un flusso di denaro e d’investimenti che mantiene a galla il paese. In cambio del controllo di posizioni chiave nel settore bancario, energetico, distributivo e della comunicazione, gli angolani stanno evitando che Lisbona vada a fondo.”  

La crisi economica, come detto, sta ribaltando preconcetti e schemi che pensavamo statici e duraturi. Come l’India per l’Inghilterra e l’Angola per il Portogallo il colonialismo europeo viene ribaltato in tutte le sue logiche, con uno scambio di ruoli che tutti noi credevamo impensabile.

Sarà questo il futuro che aspetta l’Europa? Quanto ancora i programmi d’austerità imposti dalla Troika devono segnare il declino di questi Paesi? Quanto gli europei dovranno ancora chiedere la fine di queste insensate politiche economiche?

Aspettando una risposta, Rosa Mendes nel suo articolo pone una richiesta molto chiara e assolutamente condivisibile: a tutti loro (Commissione europea, cancelliera Merkel, Usa) io chiedo che smettano di trattare i paesi sotto la tutela delle istituzioni internazionali, come un covo di sfaticati che non capiscono il valore del lavoro e meritano di vivere senza stipendio, senza protezione sociale e senza speranze per il futuro”

Fonte: http://www.capiredavverolacrisi.com/langola-colonizza-il-portogallo/

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