Le ultime ripugnanti vignette pubblicate da Charlie Hebdo, che sembrano prendersi gioco dei terremotati (italiani…mafiosi… mangia lasagne… tutto molto originale), ripropongono il tema del capovolgimento del ruolo degli elementi in gioco in occasione di un evento terroristico.
Il cantautore francese Renaud (alcune sue canzoni sono state riproposte in italiano dal nostro Alessio Lega con la solita bravura) – vera istituzione della canzone di protesta d’oltralpe, di dichiarate simpatie anarchiche, ma con qualche ambiguità di troppo – ha scritto centinaia di canzoni contro i conformismi del militarismo, dei nouveaux philosophes, dello show biz, dei dementi della Parigi-Dakar, delle guerre, dei nuovi ricchi; ha dichiarato di essere un po’ l’erede di Brassens e gli ha dedicato interi dischi, anche se lo stile è diversissimo, ma poi è stato spesso vicino al partito socialista, ha sostenuto le sue campagne elettorali (Ségolène Royale, 2007). Dopo un lungo silenzio, che avrebbe fatto bene a mantenere, ha pubblicato un disco di solidarietà con Charlie Hebdo dal titolo inequivocabile: J’ai embrassé un flic.
In realtà, il testo della canzone si riferisce alla manifestazione di solidarietà con Charlie Hebdo dopo gli attentati, e Renaud spiega nel testo che, disgustato dalla compagnia dei leader politici (alcuni noti banditi, presidenti, sottoministri, sovranucci senza gloria…), ha abbracciato uno sbirro dalla faccia simpatica. Vari secoli fa, Giorgio Gaber inveiva: “l’unica cosa che siete riusciti a ottenere è la stupida pietà per il carabiniere”.
A febbraio 2015, il filosofo marxista Slavoj Žižek scriveva un articolo con alcune (alcune) considerazioni sensate sulla strage di Charlie Hebdo. Lo spettacolo dell’11 gennaio, di tutti i leader politici del mondo (criminali noti e meno noti) che si tengono per mano in segno di solidarietà con le vittime del massacro di Parigi era quanto di più ipocrita si potesse immaginare. Perché Charlie non ha fatto una copertina su quella squallida passerella?
“… i momenti estatici delle manifestazioni parigine hanno dato corpo a un trionfo dell’ideologia: hanno unito il popolo contro un nemico che con la sua fascinosa presenza cancella momentaneamente ogni antagonismo. All’opinione pubblica è stata offerta una scelta triste e deprimente: o sei (parte dello stesso organismo) un flic o sei (solidale con) un terrorista (vedi Renaud).”
“Anche se in certe situazioni può apparire rigenerante, l’atteggiamento bête et méchant di Charlie Hebdo è chiaramente limitato dal fatto che la risata di per sé non è liberatoria, ma profondamente ambigua. (…) gli spartani, molto orgogliosi della loro severità, mettevano il riso al centro della loro ideologia e della loro prassi perché lo consideravano un potere che aiuta ad accrescere la gloria dello stato (…) Il tipo di risata degli spartani – l’irrisione di un nemico o di uno schiavo umiliato per schernire i suoi timori e la sua sofferenza da una posizione di potere – sopravvive ancora oggi (…) Il problema dell’umorismo di Charlie Hebdo non era che esagerava con l’irriverenza, ma che era un eccesso innocuo che si adattava perfettamente al cinico funzionamento egemonico dell’ideologia nelle nostre società.”
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