Di Andrea Palladino

monti-sarkozyEra il 2007, in quel di Parigi. L’allora presidente della repubblica francese Nicholas Sarkozy decide che era arrivata l’ora di avviare una grande riforma dello stato, puntando sull’aumento a tappe forzate della crescita. La ricetta? Liberismo, liberismo e ancora liberismo. Si costituisce così la cosiddetta Commission pour la libération de la croissance française (Commissione per la liberazione della crescita francese), con l’obiettivo di preparare una road map per una iniezione massiccia di principi neoliberisti. Due italiani compongono la commissione: Franco Bassanini (ex socialista, passato per i Ds, oggi alla guida della Cassa depositi e prestiti) e Mario Monti, all’epoca ex commissario Ue.

Il 23 gennaio 2008 la commissione (presieduta da Jacques Attali, economista, primo presidente del Banca europea per lo sviluppo) presenta il suo rapporto di 250 pagine. E’ un distillato del pensiero economico spalancato verso i mercati, la libera impresa, la finanza spregiudicata, dove l’intero sistema dei diritti e delle garanzie del mondo del lavoro viene subordinato alla crescita e con un ingresso massiccio delle imprese nel sistema scolastico. Ovvero l’agenda di Mario Monti al completo, pronta per arrivare tre anni dopo in Italia, divenuto nel frattempo il nuovo laboratorio del neoliberismo europeo.

La costituzione della commissione “Attali” si era ispirata a due casi precedenti: il comitato Rueff Armand (creato da Charles De Gaulle nel 1959) e la commissione Sudreau, voluta da Valéry Giscard D’Estaing. Nelle premesse del rapporto finale c’è tutto il significato centrale dell’idea di governo tecnico: “Ceci n’est ni un rapport, ni une étude, mais un mode d’emploi pour des réformes urgentes et fondatrices. Il n’est ni partisan, ni bipartisan : il est non partisan”. Non un rapporto, non uno studio ma un “manuale d’uso” (appunto, tecnico), non di parte, né bipartisan. Semplicemente al di sopra delle parti. Al di sopra della politica e, dunque, della rappresentanza democratica.

Il documento elenca – a mo’ di agenda – una serie di principi, chiamati “Ambizioni”, e di azioni concrete da avviare, chiamate “Decisioni fondamentali”. Il linguaggio è diretto, senza tanti giri di parole. Ecco qualche esempio, che presto potremmo trovarci sul tavolo della presidenza del consiglio:

Ambizione 4 – Costruire una società del pieno impiego”

Decisione fondamentale numero 9: rinviare l’essenziale delle decisioni sociali alla negoziazione (collettiva? individuale? nda) modernizzando le regole della rappresentatività e del finanziamento delle organizzazioni sindacali e padronali.

Decisione fondamentale numero 11: ridurre il costo del lavoro per tutte le imprese trasferendo  una parte delle “cotisations sociales” (ovvero gli oneri sociali) verso la Csg e Tva (Iva)

Decisione fondamentale numero 12: lasciare a tutti i lavoratori la libera scelta di proseguire l’attività senza limiti di età, beneficiando dopo i 65 anni di un aumento reale della pensione.

A quest’ultima “decisione fondamentale” – che riguarda le pensioni e un sistema di incentivo per allungarne i tempi – si aggiunge poco dopo un impulso per l’ampliamento del sistema dei fondi pensione.

C’è poi una parte che stimola la liberalizzazione del commercio (shopping center ovunque, liberalizzazione degli orari, etc.) e delle professioni e la mobilità geografica, ovvero il ritorno dei flussi migratori interni. E ancora, un sistema di agenzie e di valutazione di tutti i servizi pubblici, come le scuole e gli ospedali, senza specificare secondo quali parametri e criteri. Una scelta che puzza tanto di avvio di una forma sottile di privatizzazione.

La ormai tristemente nota “spending review” arriva a pagina 19, con la decisione fondamentale numero 20: ridurre di un punto percentuale del Pil la spesa pubblica ogni anno, per cinque anni, con un taglio di 20 miliardi annuale delle spese dello stato.

Dopo le prime pagine di misure urgenti e fondamentali, il documento entra nel vivo dell’analisi, con risposte strutturali. Ritornano le tre I berlusconiane per la scuola (informatica, inglese e impresa), c’è ampio spazio per l’autonomia degli istituti scolastici e per le università pubbliche l’avvio di sistemi di finanziamento da parte delle imprese private.

La parte dedicata al lavoro punta direttamente alla riduzione dei diritti acquisiti – soprattutto in ambito sindacale – e ad una flessibilità portata alle estreme conseguenze. Per le piccole e medie imprese, ad esempio, la commissione aveva proposto di togliere una serie di “vincoli sociali” per tutte le aziende fino a 250 dipendenti, nel nome della “semplificazione”.

Il capitolo ambiente ed energia sembra scritto dal nostro ministro Clini. Accanto allo sviluppo delle rinnovabili – eolico, solare e biomasse – c’è chiaro e forte il sostegno all’industria energetica nucleare, vero pallino francese. Ma non solo. La commissione chiedeva apertamente di rivedere il principio di precauzione che in Francia è inserito nella costituzione.

Il lungo documento merita una lettura attenta. Dai 300 principi elencati esce fuori quel modello “moderno”, ma soprattutto neoliberale, che oggi si vuole imporre in Italia e in Europa. La crisi economica e finanziaria ha spalancato le porte a quello che nel 2008 sembrava appena incubo. Benvenuti nell’era dell’agenda Monti-Sarkozy.

Leggi il documento della commissione Attali

Fonte: manifestiamo.eu 7 Gennaio 2013

Commenta su Facebook