A volte l’astensionismo tende ad attribuire agli elettori un fideismo che, se mai c’è stato, è scomparso da tempo. Non è la fiducia in questa o quella lista, o questo o quel candidato, a muovere l’elettore ma, più spesso, un atteggiamento che si potrebbe definire “almenistico”. Nelle ultime elezioni amministrative gran parte del voto si è concentrato sul Movimento 5 Stelle nonostante il crescente scetticismo che lo circonda, per l’obiettivo modesto di evitarsi “almeno” di dover vedere la faccia soddisfatta di Renzi alla proclamazione dei risultati. Mentre un establishment sempre più autoreferenziale cerca di attribuire all’elettoralismo un ruolo esclusivamente plebiscitario, come reazione “dal basso” l’elettoralismo ha trovato nuovi fervori nutrendosi di un crescente minimalismo nei confronti delle attese.
In questa concezione minimalistica dell’elettoralismo alcuni si sono determinati a votare no al referendum costituzionale, che dovrebbe svolgersi nei prossimi mesi, pur riconoscendo che le Carte Costituzionali lasciano il tempo che trovano e che i meccanismi di regolazione del potere sono altrove. C’è persino chi dice che “almeno” non è il caso di farci ridere dietro da tutto il mondo presentando una nuova Costituzione irta di passaggi farneticanti e sgrammaticati. La Costituzione sarà studiata anche nelle Università estere, dove rischieremmo di esibire un testo talmente malfermo da risultare intraducibile. Per gli “almenisti” c’è in giro in questi giorni anche altro materiale tale da spingere a correre a votare no. L’ambasciatore USA in Italia, John Phillips, ha dichiarato che una vittoria del no allontanerebbe gli investimenti statunitensi, e questa sortita potrebbe costituire anch’essa un’ottima motivazione per votare, così “almeno” si respingerà al mittente tanta protervia.
Stranamente stavolta le esternazioni dell’ambasciatore USA hanno riscosso nel mondo politico una unanime mandata a quel Paese, persino da parte del mite Pier Luigi Bersani. L’ex segretario del PD appare oggi come un leader degli “almenisti”, tanto che si dichiara pronto anche a votare sì in cambio di una nuova legge elettorale che “almeno” eviti pasticci maggioritari e garantisca l’elezione, e non la nomina, di deputati e senatori. Il tanto bistrattato Bersani stavolta centra il nocciolo del problema: persino una legge elettorale è più decisiva di un testo costituzionale.

Nei giorni scorsi la morte di Carlo Azeglio Ciampi, oltre alle retoriche celebrazioni di rito, è stata l’occasione per rivangare quell’episodio del 1981, quello del famoso “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, consumato dal ministro Beniamino Andreatta e dallo stesso Ciampi, allora governatore della banca centrale. In un articolo di dieci anni dopo, pubblicato su “Il Sole-24 ore”. Andreatta definì quell’operazione come una “congiura aperta” compiuta da lui e da Ciampi per mettere il governo davanti al fatto compiuto. Un “complotto” in piena regola, ma alla luce del sole.
Il povero Andreatta evidentemente si sopravvalutava, perché avrebbe dovuto spiegarci come mai i suoi successori nella carica di ministro del tesoro non avessero “pensato bene” di annullare quel “divorzio” che stava mandando alle stelle il nostro debito pubblico in quanto non era più la banca centrale ad acquistare i titoli di Stato invenduti, bensì il “mercato”, che esigeva esosi tassi d’interesse. Il punto è che il “mercato” era composto da una lobby italiana di banchieri e imprenditori, anche di Stato, che avevano “pensato benissimo” di investire in titoli del debito pubblico, sicuri e remunerativi, invece che in rischiosi investimenti produttivi. La “narrazione” ufficiale ha spacciato la lievitazione del debito pubblico come un mezzo adottato dai nostri politici per consentire l’espansione del welfare (campioni di altruismo!); mentre il debito pubblico è stato invece uno strumento della prima grande deindustrializzazione, quella degli anni ‘80. Gli imprenditori pubblici e privati avevano ricevuto in quegli anni una pioggia di finanziamenti statali per la “riconversione industriale” (sessantamila miliardi di vecchie lire solo alla FIAT), e quasi tutti quei soldi statali finirono nell’acquisto di … titoli di Stato!
Andreatta invocava a giustificazione del “divorzio” anche la tenuta dello SME, il sistema monetario europeo a cambi fissi, prodromo dell’unificazione monetaria. L’alibi europeo costituì un ottimo viatico anche per le nostre lobby bancarie e industriali, che però non avevano calcolato che sarebbero man mano rimaste avviluppate nelle spire di quello stesso alibi, al punto da perdere ogni autonomia e di condannarsi ad un tale declino e ad un tale grado di colonizzazione da non essere più libere nemmeno di salvare le proprie banche.

Le “borghesie nazionali” sono un mito (o una svista) del XIX secolo, dato che tutte le oligarchie tendono a coltivare il senso del proprio sradicamento verso i rispettivi contesti nazionali, ponendosi come “bolle” autoreferenziali che trovano nella relazione sovranazionale gli strumenti, gli appoggi e le scadenze per regolare all’interno i conti con le proprie classi subalterne. Il simbolo più clamoroso di questo orgoglio del proprio sradicamento è la City finanziaria di Londra, amministrativamente autonoma e, di fatto, uno Stato nello Stato, che, senza remore, attribuisce la cittadinanza onoraria a potenti di tutti Paesi, Putin compreso. Anche in Italia vi è un’oligarchia che si è riprodotta attraverso le generazioni tramite i propri riti, le proprie scuole e le proprie logge massoniche; un’oligarchia che ha usato il finto ideale – in realtà pretesto – europeistico per esasperare lo sfruttamento dei lavoratori e dei contribuenti. Anche se oggi i rapporti di forza sovranazionali condannano questi oligarchi nostrani ad un ruolo sempre più subalterno, ciò non può risvegliare in loro una “coscienza nazionale”, dato che è la lobby a conferirgli identità ed a riscuotere la loro fedeltà. Meno male che gli è rimasta la risorsa del collaborazionismo.

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