Troppi sospetti andavano oscurando la figura del capo del Cnt Mustafa Abdel Jalil. E così ecco spuntare, martedì, una provvidenziale lista segreta con “nomi e indirizzi” di “circa una sessantina” di dirigenti ribelli da colpire. Vi comparirebbero “membri del Consiglio Nazionale Transitorio” di Bengasi e esponenti “del Consiglio Militare e del gabinetto esecutivo” dello stesso Cnt. La notizia è stata diffusa ieri da Mustafa as Sagazly, vice ministro dell’Interno dei ribelli libici. L’elenco sarebbe stato scoperto nella solita vecchia fabbrica di targhe automobilistiche nella quale nei giorni scorsi si erano asserragliati un imprecisato numero di miliziani appartenenti a una brigata volontaria nota come “Katiba Nida Libya”, che avrebbe in realtà – secondo Bengasi – fatto il doppio gioco e fatto fuggire da un carcere circa 300 miliziani lealisti. Secondo dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dal responsabile della sicurezza di Bengasi, Farid Juwayli, potrebbero essere stati proprio dei miliziani di questa formazione ad uccidere il generale Abdel Fattah Younis – già ministro dell’Interno con Gheddafi passato dalla parte dei rivoltosi al principio della crisi per diventarne il massimo capo militare – assassinato in circostanze non chiarite lo scorso giovedì. Ma sulla vicenda tutto resta fumoso, fra le allusioni di Jalil sul presunto doppiogiochismo di Yunis e il cercare di scaricare la responsabilità della morte del generale su “milizie deviate”. Ora, la notizia della lista, nella quale sarebbe presente anche il nome di Yunis, è utile ad avvalorare la tesi del gruppo teleguidato da Tripoli, una milizia che in apparenza combatteva al fianco dei rivoltosi, ma in concreto avrebbe compiuto a Bengasi e dintorni attentati e atti di sabotaggio, su incarico del regime di Gheddafi. Tutto abbastanza prevedibile, specie dopo i malumori, per usare un termine eufemistico, registrati in Cirenaica alla notizia della morte di Yunis, uomo carismatico, sicuramente più amato del debole Jalil. Ieri, la tribù degli Ubaideyat, una delle più grandi e potenti del Paese, a cui apparteneva il capo militare dei ribelli ucciso, ha intimato al Cnt di far luce sul suo assassinio, minacciando – in caso contrario – di provvedere a fare giustizia autonomamente. “Il modo in cui mio padre è stato ucciso”, ha affermato uno dei figli di Yunis, “ha tutta l’aria di un tradimento. Dunque, per il momento stiamo cercando di mantenere la calma e di tenere sotto controllo i giovani della nostra tribù, ma non sappiamo che cosa potrebbe accadere”. L’uomo ha affermato di parlare a nome dell’intera famiglia, dopo un vertice di emergenza tra una novantina dei principali capi tribali libici tenutosi nella tenuta rurale degli Yunis alle porte di Bengasi. Anche la famiglia del generale, insomma, non sembra essere convita dell’eliminazione su commissione da parte di Gheddafi, quanto piuttosto di una faida interna alla leadership dei ribelli. “Una nostra commissione tribale d’inchiesta”, ha annunciato il figlio di Yunis, “indagherà su chi ha spiccato il mandato d’arresto a suo carico, su chi ha inviato chi ad arrestarlo, su come è andato perduto. Dicevano che era morto ma che non riuscivano a trovarne il corpo. Ma come potevano sapere che era morto se non c’era un cadavere?”. I resti dell’ex ministro sono infatti stati ritrovati solo in seguito alla notizia della sua morte, crivellati di proiettili e semi-carbonizzati. La famiglia del generale accusa il Cnt di tirare per le lunghe le indagini, i cui risultati non vengono peraltro comunicati, si dice pronta a ricorrere al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, e se non verrà fatta giustizia nemmeno dai “giudici internazionali, allora lasceremo che sia la tribù a renderci giustizia”.
Commenta su Facebook