di A. Berlendis

“Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.”

Giorgio Gaber

Parafrando Gaber, il Pci—rifondato da Togliatti nel 1944—era già altro prima degli anni ’60 rispetto a progetti di trasformazione sociale, ma poi divenne altro ancora mutando anche campo geopolitico negli anni ’70. A tal proposito, quale continuazione delle affermazioni di Reichlin già riportate, segnalo questo passaggio di Macaluso, altro dirigente che fu interno al progetto: “Berlinguer fu eletto vicesegretario nel 1969 e segretario nel 1972. Quindi diresse il partito per dodici anni, più i tre da vicesegretario. E’ un periodo molto lungo, nel quale il Pci cambia la sua collocazione su tutti gli scenari. […] Poi ci sono un insieme di fatti internazionali che inducono il Pci a mutare la sua collocazione in politica estera e il suo rapporto con l’Unione Sovietica e con gli Stati Uniti. Berlinguer guida questo mutamento di collocazione. Lo fa in varie occasioni. Nei primi anni ’70 quando lancia l’idea dell’eurocomunismo, poi nel ’76 con l’intervista a Gianpaolo Pansa sul ruolo della Nato, e nel ’77 con il discorso a Mosca sul ‘valore universale della democrazia’, poi ancora nello stesso anno, in Parlamento, quando firma il documento comune di politica estera con Dc, Psi e Pri” (1) Come nei brani di Reichlin, anche qui si riconosce apertamente: 1) il cambio di collocazione del Pci, 2) il periodo in cui avvenne e 3) si individua chi lo guidò soggettivamente (quale espressione di un intero gruppo dirigente). Questo scenario viene confermato ed integrato da Giuseppe Vacca, anch’egli parte del vertice del Pci nel periodo in oggetto, il quale a proposito del Pci durante il periodo della conduzione berlingueriana scrive: “Elemento fondamentale della sua evoluzione fu la politica internazionale. Nell’agosto ’68, condannando l’invasione sovietica in Cecoslovacchia, il Pci aveva spinto le sue divergenze da Mosca fino ai limiti di un aspro conflitto. Esse riguardavano sia la concezione della democrazia e del socialismo, sia la politica di potenza dell’Urss. L’appoggio del Pci alla Ostpolitik di Brandt aveva un carattere diverso dal gradimento che di essa esibiva Mosca poiché per il Pci promuovere la distensione significava favorire la riforma del «socialismo reale», mentre per il Pcus essa doveva limitarsi a rafforzare il bipolarismo e la stabilità della sfera di influenza sovietica in Europa. Inoltre, nel processo di distensione, culminato negli accordi di Helsinki del 1975, il Pci faceva da sponda all’azione decisa di monsignor Casaroli e del Vaticano in difesa dei ‘diritti umani’. Infine, esso si avviava a riconoscere le alleanze internazionali dell’Italia. Fino all’avvento di Gorbaciov la stabilità dei blocchi era il cardine della politica estera dell’Urss. Ma, poco dopo l’elezione alla segreteria, Berlinguer aveva promosso un riallineamento complessivo della politica internazionale del Pci che, muovendo dall’obiettivo di «un’Europa né antisovietica, né antiamericana», pervenne rapidamente a riconoscere che per il tipo di socialismo a cui il Pci guardava l’appartenenza dell’Italia alla Nato non era un impedimento, ma piuttosto una garanzia. Ultimo, ma non meno importante, dal ’71 gli Stati Uniti avevano scongelato la situazione internazionale della Cina e allacciato con essa relazioni importanti in funzione antisovietica. Dal canto suo il Pci auspicava una evoluzione multipolare degli equilibri mondiali e nel ’79 si pronunciò solennemente per il riconoscimento del ruolo di grande potenza della Cina. Nella visione dicotomica della guerra fredda, che con Breznev si era ulteriormente irrigidita, non era tollerabile che un partito comunista perseguisse una politica internazionale autonoma da Mosca e, secondo la logica amico-nemico tipica della guerra fredda, il Pci passava dal rango di alleato infido a quello di sfidante pericoloso.

Qui si devono evidenziare tre elementi connaturati all’operazione politica di cambiamento di campo geopolitico:

Primo, si disvela il carattere di formula transitoria («un’Europa né antisovietica, né antiamericana») per giungere in realtà al riconoscimento esplicito della collocazione entro la Nato, vero obiettivo perseguito per ottenere l’accreditamento definitivo quale possibile referente politico per gli Usa in sostituzione della Dc.

Secondo, l’uso dell’ideologia dei diritti umani quale cuneo disgregatore verso il campo geopolitico, coordinato con sempre maggiore difficoltà, dall’Urss, in alleanza con le correnti filoamericane dominanti allora la politica vaticana.

Terzo, L’Urss ed alcuni paesi dell’Est erano consapevoli del segno dell’operazione che il Pci stava compiendo, e quindi diventano spiegabili le diverse forme di contrasto che essi assumeranno: dal finanziamento a correnti interne disposte ad esercitare una qualche resistenza alla linea politica dominante sino (da parte di servizi dei paesi dell’Est) al sostegno al progetto iniziale del terrorismo che aveva lo stesso scopo (fermare la ‘deriva’ del Pci).

I testi citati costituiscono quindi a mio avviso un piccolo tassello corroborante dell’ipotesi lagrassiana circa la traiettoria compiuta dal Pci a partire dal 1969, sotto la direzione berlingueriana.

Per concludere, se i casi dei dirigenti che ho impiegato nella disamina non sono forse ascrivibili a quelli, come ha sarcasticamente notato un altro dirigente del Pci, Diego Novelli secondo cui “Non mi sono iscritto al Pci per combattere il comunismo, come ha dichiarato Piero Fassino in un’intervista a Sabelli Fioretti, apparsa sul magazine del Corriere della Sera.” (3), è però pur vero che rifacendosi alla frase iniziale di Gaber, se non si sa bene in cosa costoro‘credessero’, si sa però invece bene che non solo erano diventati altro, ma avevano contribuito attivamente a diventarlo —facendolo sapere ai propri interlocutori, i dominanti Usa. Per questo il vertice piciista, che condusse l’operazione del cambiamento di campo geopolitico, dovrebbe rientrare con pieno diritto tra le categorie a cui il curato Meslier riservava ed auspicava la seguente sorte: « Io vorrei, e questo sia l’ultimo ed il più ardente dei miei desideri, io vorrei che l’ultimo dei re fosse strangolato con le budella dell’ultimo dei preti».

NOTE

(1) Intervista a Emanuele Macaluso in AAVV ‘Ti ricordi Berlinguer’ L’Unità editore pag. 119-120

(2) Vacca ‘Berlinguer, il bastone nelle ruote dell’Urss’ L’Unità’ 6 luglio 2006

(3) Novelli ‘Com’era bello il mio Pci’ Melampo editore pag. 9

Fonte: http://www.conflittiestrategie.it/la-tardiva-memoria-del-passaggio-di-campo-qualcuno-era-comunista-_2?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-tardiva-memoria-del-passaggio-di-campo-qualcuno-era-comunista-_2

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