Con una formula felice i periti della Commissione Parlamentare stragi Silvio Bonfigli e Jacopo Sce intitolarono un loro vecchio saggio “Il delitto infinito” (Edizioni KAOS) ad indicare un caso di delitto politico che sembra non esaurire mai “sorprese” e retroscena inediti. In circa quarant’anni di pubblicazioni dedicati all’affaire Moro – a partire dall’omonimo saggio licenziato dal grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia, sono stati scritte decine e decine di testi caratterizzati da notevoli differenza per stile ed ipotesi.
Secondo il politologo Giorgio Galli – uno dei maggiori studiosi della storia del Partito Armato – ogni vicenda, ogni singolo dettaglio o episodio del caso Moro è così denso di quesiti ed implicazioni da meritare un volume a parte, corposo per capitoli ed argomenti. In effetti, in tutti questi decenni abbiamo letto e visionato svariati libri relativi ai più importanti e scabrosi risvolti sul caso Moro, senza mai incontrare il testo definitivo, quello capace di ricostruire i “misteri” del caso Moro nella sua essenza, facendo sintesi di quanto accadde nei più tragici e funesti giorni della nostra singolare Repubblica. Perchè – e non bisogna dimenticarlo – ogni singolo episodio, ogni dettaglio, ogni risvolto più o meno segreto va a formare quelle tessere che potrebbero conferire una forma comunque completa e definita a questo enigma che, certo, non combacia con la semplice storia di un gruppo di intrepidi guerriglieri metropolitani che rapisce il più eminente esponente della classe politica ed istituzionale democristiana, ma, forse, è una storia molto meno complicata di quella che qualcuno vorrebbe raccontare, magari cercando di confondere le idee a qualcuno.

Appartengo alla “video generation”, a quella generazione di ragazzi e pargoli che, negli anni dell’edonismo rampante, ha imparato a pensare sostanzialmente a sè stessa e a non preoccuparsi. Soprattutto, ha imparato a non farsi troppe domande e, probabilmente, anche a credere alle verità della televisione e degli atri mass media. Perchè è certo che il rapimento e l’assassinio dell’Onorevole Moro – senza dimenticare l’eccidio della scorta – hanno prodotto una frattura, uno iato politico – culturale nella nostra storia, ma, pure, non bisogna dimenticare che quella storia venne raccontata in maniera falsa e depistante, rincuorando le anime belle degli italiani e non solo quelli della mia generazione. Che fosse esistita un’organizzazione terroristica di estrema sinistra formata da ragazzi giovani e giovanissimi fanatizzati in grado, con chirurgica, spietata e geometrica potenza, di prendere di sorpresa e di trucidare una scorta di poliziotti e carabinieri per poi prelevare un illeso e smarrito statista con assoluta calma e freddezza e che questo manipolo di efficienti ed invisibili guerriglieri avesse messo in scacco uno Stato imbelle e incapace di individuare la prigione in cui era rinchiuso il celebre rapito può tornare comodo se poi sempre quello stesso Stato, con maggiore perizia di uomini e di mezzi e con l’abile ed audace guida del più valente dei suoi ufficiali dell’Arma dei CC – Carlo Alberto Dalla Chiesa, ovviamente – riesce a identificare i terroristi e ad arrestarli, nonchè a “bruciare” tutti i covi nel Nord Italia. In effetti, il complesso di questo racconto ha un sapore consolatorio e pure retorico: il paese si è imbattuta in un gravissimo pericolo inedito per la democrazia, ma ha saputo fronteggiarlo e voltare pagina nel migliore dei modi. In fondo, anche per il comune cittadino, si ottiene un curioso effetto straniante, quasi che quei fatti non lo avessero riguardato neanche troppo.
La versione ufficiale del caso Moro – e, in un certo senso, degli Anni di Piombo – è stata sottoscritta e certificata dai brigatisti “dissociati” Valerio Morucci e Adriana Faranda, i “trattativisti” del gruppo, e dal direttore del foglio democristiano “Il Popolo” Remigio Cavedon. Dunque le BR ormai in carcere e almeno una parte della DC hanno concordato una ricostruzione sostanzialmente falsata di quegli eventi, e con la benedizione dell’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che, durante i fatidici cinquantacinque giorni, aveva ricoperto la carica di Ministro degli Interni, ufficialmente la principale carica governativa a presidio e coordinamento di quelle forze dell’ordine e di quei militari che avrebbero dovuto liberare l’illustre rapito delle BR. Una banale e rassicurante “verità” ne occulta un’altra più scomoda e agghiacciante, imponendosi ad un pubblico che si sentiva ormai lontano anni luce dalla stagione degli Anni di Piombo. Forse e, anzi, azzarderei a dire, quasi certamente, quel memoriale non fu solo il frutto di un compromesso e di una mediazione fra democristiani ed ex brigatisti, ma un cinico e baro gioco di ricatti, controricatti e provocazioni al fine di ridefinire gli equilibri di potere e di interessi ancora inconfessati.
Sono dovuti trascorrere più di trent’anni perchè, finalmente, chi metteva in discussione e contestava quella versione così falsa e conciliante, trovasse finalmente cittadinanza in un paese in cui poteva venire facilmente tacciato di praticare la “dietrologia” e il “complottismo”, in primis l’ottimo Senatore Sergio Flamigni che, come un segugio instancabile, ha investigato in tutti questi anni perchè un poco di verità potesse emergere nel mare magnum di omissioni, depistaggi e falsità conclamate ma accettate. Nel corso del 2013 una serie di scoop da parte di alcuni bravissimi giornalisti investigativi mettevano pesantemente in discussione quanto era stato sentenziato sulla strage di via Fani, sull’assassinio dell’Onorevole Moro in via Montalcini e sul rinvenimento del suo cadavere in via Caetani, insinuando il dubbio che le parti in causa – lo Stato con i suoi rappresentanti e le BR – avessero allestito una colossale montatura capace di resistere al tempo. In poco tempo alcuni saggi sull’argomento come “Chi ha ammazzato l’agente Iozzino”, “Patto di omertà” e “Complici” si incaricavano di liquidare in maniera argomentata e documentata le “inesattezze” contenute nel memoriale Morucci/Cavedon. La nuova Commissione Moro – di cui molti avrebbero voluto fare certamente a meno – sembra comunque ormai incanalata verso questa ottica che ripropone un interrogativo scomodo quanto ineludibile: perchè le parti in causa hanno mentito in questa maniera e facendo mostra di una curiosa convergenza – se non identità – di obiettivi e di intenti ? Che cosa doveva e deve rimanere nascosto del caso Moro ? Furono le sole BR a mettere a punto e a realizzare questa operazione o si può finalmente parlare del concorso di altri soggetti e altre forze rimaste nell’ombra ?
Fra i maggiori e più quotati esperti di “misteri d’Italia” possiamo annoverare senza dubbio Paolo Cucchiarelli, cronista e corrispondente parlamentare dell’ANSA, che, in oltre vent’anni di carriera, si è occupato di Tangentopoli, di GLADIO, del servizio “supersegreto” denominato ANELLO, della strage di Piazza Fontana e, naturalmente, del caso Moro. Coautore – con lo studioso Aldo Giannuli, già perito per le Procure di Milano e Brescia – di un documentatissimo lavoro sullo “Stato Parallelo”, Cucchiarelli ha fatto soprattutto discutere per il monumentale e coraggioso “Il segreto di Piazza Fontana” (Ed. Ponte alle Grazie) che, fra l’altro, ha ispirato un ottima pellicola firmata dallo specialista Marco Tullio Giordana. Con dovizia di particolari inediti e di rivisitazione di “piste fredde”, il giornalista illustrò in maniera convincente e argomentata, come la strage di Piazza Fontana, o per meglio dire, tutta la strategia terroristica concepita per scattare in quella fatidica giornata del dicembre 1969, fosse stata messa a punto seguendo un preciso schema operativo. Dietro l’ordigno dimostrativo e attivato per scoppiare dopo la chiusura della Banca dell’Agricoltura, una cellula di militanti neofascisti di Ordine Nuovo – organizzazione paramilitare al servizio di una regia “atlantica” – aveva “occultato” una bomba finalizzata a provocare un massacro senza precedenti.
I registi dell’operazione volevano alimentare un clima di estrema tensione che avrebbe richiesto l’adozione di misure eccezionali e spostato il baricentro dell’asse politico – istituzionale. Inevitabilmente, e soprattutto dopo l’uscita del film “Romanzo di una strage, il voluminoso saggio di Cucchiarelli non potè non suscitare polemiche, critiche spesso gratuite e diversi mal di pancia. Fra l’altro, “Il segreto di Piazza Fontana” si fa ricordare soprattutto per la controversia polemica scoppiata fra il suo autore e l’ex leader del movimento extraparlamentare di estrema sinistra Lotta Continua, all’uscita della seconda edizione. L’opera di Cucchiarelli è scomoda innanzitutto perchè, al di là dei principali ispiratori, mandanti, ed esecutori della strategia terroristica e stragista, un intero sistema politico – nelle sue componenti istituzionali e pure extraparlamentari e per le ragioni più disparate – intervenne per chiudere la verità dei fatti in un cassetto, tanto che, fino ad oggi, ci interroghiamo su un buon numero di risvolti e di episodi riconducibili a quella stagione così violenta, ma anche fervida di iniziative. L’estrema sinistra – soprattutto in certe sue componenti che si professavano “marxiste leniniste”, “maoiste” o “anarchiche” – ne esce con le ossa piuttosto rotte, mentre la stessa “purezza” del PCI viene pesantemente messa in discussione. Ma, al di là di queste controversie e delle “incomprensioni”, “Il segreto di Piazza Fontana” pone le premesse per un altro saggio molto discusso sul tema della “strategia della tensione”, quel “Doppio livello” realizzato dall’ottima Stefania Limiti per Chiarelettere. L’autrice di un interessante opera sul misterioso ANELLO ripropone quella tesi dello schema “doppio” presente nel “Segreto di Piazza Fontana” estendendola ai principali episodi eversivi e terroristici della storia della Repubblica italiana a partire dalla strage di Portella della Ginestra. Lo schema è quello tipico delle covert operations che solo particolari strutture capaci di coniugare intelligence e la formazione militare dei corpi d’elites possono concepire e mettere a punto: dietro un gruppo, si muove un altra unità, un nucleo che, in maniera discreta e nell’ombra, garantisce il successo dell’operazione. In questi anni si Cucchiarelli che Stefania Limiti hanno esposto questa tesi a più riprese, quasi che le loro attuali “fatiche” si debbano necessariamente ricondurre alla dimostrazione documentale e ragionata del succitato schema operativo.
Dunque, è naturale che, nell’ambiente neanche tanto frequentato dei cultori in materia, l’ultima fatica di Cucchiarelli dedicata all’affaire Moro sia stata attesa con una certa ansia e trepidazione quasi a chiudere un capitolo troppo sofferto, drammatico e doloroso della nostra storia. Ricordiamoci che l’attuale Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul caso Moro è stata istituita innanzitutto a causa o grazie a uno “scoop” del giornalista dell’ANSA che, due anni fa circa, intervistò l’ispettore della DIGOS in pensione Enrico Rossi su una missiva che richiamava alla memoria la “misteriosa” moto Honda che aveva chiuso il brutale carosello dell’agguato di via Fani. L’autore della lettera – il passeggero “posteriore” della moto – confessava di aver fatto parte del “gruppo Guglielmi” dei servizi segreti che aveva fiancheggiato e appoggiato i brigatisti durante l’azione mirata a catturare e prelevare il Presidente della DC. L’inchiesta giudiziaria si è conclusa con una sentenza – ordinanza di archiviazione, ma i quesiti e i dubbi sull’episodio non sono stati dissolti. Il fatto stesso che sia stata questa inchiesta giornalistica a convincere molti recalcitranti ad aderire all’istituzione di una nuova Commissione Moro, a trentacinque anni di distanza da quei fatti, dovrebbe – di per sè – indurre a riflettere e ad accendere la discussione. Sicuramente, oggi sia Cucchiarelli che la Limiti sono due voci molto ascoltate da alcuni membri della Commissione, a partire da Gero Grassi che, più di tutti, ne ha richiesto l’istituzione.
“Morte di un Presidente” (Edizioni Ponte alle Grazie) si ispira alle riflessioni e alle intuizioni dello scrittore Leonardo Sciascia – a partire dalla citazione della “Lettera nascosta” del grande scrittore americano Edgar Allan Poe – e ripropone l’idea che, come nel caso della strage di Piazza Fontana – tutti gli attori coinvolti conoscano una verità troppo terribile e sconvolgente per essere detta. Tuttavia il libro di Cucchiarelli sul caso Moro è molto diverso da quello dedicato agli scottanti e incredibili retroscena sulla strage di Piazza Fontana e sulla strategia terroristica e stragista del 12 dicembre 1969. Naturalmente “Morte di un Presidente” aggiunge molti particolari e tasselli ad una vicenda che – ai più – appare ancora oscura, ma siamo lontani da quella sensazione di sicurezza e di “perentorietà” contenute ne “Il segreto di Piazza Fontana”. Se quest’ultimo si proponeva di rispondere ai grandi quesiti posti dall’inizio di una terribile ed imprevista stagione, al termine della lettura di “Morte di un Presidente” domina – almeno per quanto mi riguarda – la sensazione che l’autore voglia sollecitare “altri” dubbi ed interrogativi. Ad ogni tassello messo al suo posto ne corrisponde un altro, in attesa della sua collocazione… La stessa “provvisorietà” dell’ultima fatica di Cucchiarelli, è, in qualche modo, rivendicata da lui stesso, perchè la verità sarebbe talmente complessa e incredibile che, ancora, in mancanza di sufficienti elementi, non può essere raccontata nella sua interezza.
Consapevoli di questi inevitabili limiti e pur con un notevole deficit di notizie e di nozioni, cercheremo di sollevare qualche interrogativo o dubbio che possa aiutare la ricerca della verità e alimentare la buona volontà di coloro che ancora non si sono stancati di seguire le tracce, con ostinata e inossidabile caparbietà.
Come annunciato dal titolo, la nuova “narrazione” di Cucchiarelli è imperniata su una ricostruzione delle modalità e delle circostanze in cui fu assassinato l’Onorevole Aldo Moro, grazie a una rilettura delle notizie immediatamente successive al ritrovamento del cadavere del Presidente della DC e a una nuova “perizia” offerta grazie alla collaborazione dei prof. Alberto Bellocco (medico legale) e Gianluca Bordin (perito balistico). Nulla di veramente inedito se si rileggono taluni saggi dedicati all’argomento, senonchè l’ultima opera di Cucchiarelli ha l’indiscutibile pregio di offrire un’accurata dimostrazione scientifica e sistematica di come morì Moro e delle ragioni per cui la versione ufficiale e concordata, compendiata dal memoriale Cevedon/Morucci, si risolve in una gigantesca e sesquipedale menzogna.
Non ripercorreremo le tappe e le fasi di questa laboriosa e precisa perizia seguita con tutti i crismi della scienza criminologica, limitandoci a osservare come le varie tracce ritrovate su Moro e i suoi indumenti (sabbia, materiale vulcanico, bitume, filamenti di tessuto, ecc…) indicano in maniera inequivocabile come Moro fosse stato assassinato in tutt’altro ambiente che non nel garage di via Montalcini 8. Le tracce ematiche, la posizione del corpo e i proiettili rinvenuti anche nell’abitacolo della Renault 4 rossa contraddicono pure la dinamica dell’omicidio raccontata dai brigatisti che detenevano l’Onorevole Moro. Il Presidente della DC sarebbe stato ferito mortalmente all’interno dell’auto da qualcuno che era seduto accanto al guidatore e mentre, lui stesso, era seduto dietro e non collocato e sdraiato nel portabagagli. Dunque, Moro sarebbe stato colpito dal killer mentre era tranquillamente seduto nella Renault 4 da quattro colpi in successione, mentre dopo sarebbe stato collocato dietro e “finito” con altri colpi mortali. Inoltre le tracce di vario materiale trovato sul cadavere dello statista collocano la scena del crimine fuori dal “covo – prigione” di via Montalcini 8. L’appartamento della brigatista “irregolare” Anna Laura Braghetti non si prestava ad “ospitare” il prigioniero in quello spazio angusto e per tutti i cinquantacinque giorni e, oltretutto, secondo diverse testimonianze, Moro soffriva di claustrofobia. Invece il corpo di Moro – così come è stato trovato – apparteneva a una persona che era ancora in buono stato, godeva di buona salute e non presentava atrofizzazioni di muscoli. Sabbia e bitume accreditano, invece, la tesi che il prigioniero fosse lasciato piuttosto libero nei movimenti e avesse passeggiato sul bagnasciuga di una località del litorale a nord del Lazio. In particolare l’attenzione di Cucchiarelli si appunta su uno stabilimento riconducibile alla Guardia di Finanza, i cui vertici, ricordiamolo, erano all’epoca occupati da alti ufficiali iscritti alla Loggia Propaganda Due (Raffale Giudice e Donato Lo Prete), mentre i filamenti di tessuto erano compatibili con la reclusione in qualche magazzino o deposito di tappeti o altri articoli di abbigliamento.
Se Cucchiarelli – e chi ha collaborato attivamente e direttamente alla stesura del testo – riesce a scardinare la versione ufficiale – e bisognerà chiedere prima o poi agli ex brigatisti ormai in libertà perchè la accreditarono mettendo d’accordo quasi tutte le parti in causa -, tuttavia convince meno quando offre una vasta gamma di “probabili” prigioni in cui fu detenuto l’illustre statista. Il garage del complesso residenziale dello IOR in via Massimi, Fregene – Focene, Palo Alto, il negozio del brigatista “particolare” Alessio Casimirri, il covo di via Sant’Elena 8, ecc… Viene da chiedersi come faceva Moro a scrivere così tanto e a sostenere gli interrogatori dei brigatisti o di altri soggetti rimasti ignoti, se nell’arco di pochi giorni i carcerieri dovevano essere costretti ad abbandonare ogni luogo di detenzione in tutta fretta e senza esitazione. Forse si può concedere che, in qualche occasione siamo in presenza di “luoghi di transito” e in altri siano stati semplicemente custodite auto ed attrezzature usate dai terroristi, mentre le “reali prigioni” possono essere state tre, magari quattro al massimo e, probabilmente, solo in un paio di queste la detenzione del prigioniero è stata sufficientemente e ragionevolmente “lunga”. Un discorso a parte, invece, bisognerebbe fare per via Gradoli su cui torneremo…
La ricostruzione dell’omicidio presentata ne “Morte di un Presidente” – che qui assumiamo per vera e corretta – impone alcune ineludibili domande: se Moro era stato condannato a morte dalle BR, come mai era tranquillamente seduto nel sedile dietro l’autista della Renault 4 ? Doveva incontrare qualcuno ? E perchè è stato colpito a morte in maniera così proditoria ? Era stata realmente conclusa una trattativa fra i terroristi e “misteriosi intermediari ? Ma allora perchè si uccide comunque Moro ? Veramente le parti avevano negoziato per la sua “vita”, o l’oggetto della trattativa era altro ? E, comunque, si è veramente sicuri che siano state le BR a premere il grilletto, oppure il prigioniero fu affidato all’ala “delinquenziale” delle BR – un gruppo anomalo e, probabilmente, inquinato o eterodiretto – che, magari, si è preso la responsabilità di eliminare l’ostaggio all’insaputa del primo gruppo ? Oppure è stato veramente effettuato lo scambio, ma chi ha preso in consegna Moro lo ha “giustiziato” ? O, infine, prestando fede a quanto disse l’amerikano Pieczenik al giornalista francese Amara, le BR furono indotte a uccidere Moro grazie a un’accorta e raffinata azione condotta con i crismi della “guerra psicologica” ? E’ comunque evidente che l’esito, il finale dei cinquantacinque giorni è talmente scomodo da non poter essere svelato da chi, presumibilmente, brigò per “trattare”… E, pensandoci bene, anche leggendo le righe del memoriale Morucci/Cavedon, è tutta la storia dell’affaire Moro che dovrebbe essere riletta e ricostruita senza limiti o pregiudizi di sorta… Peraltro Cucchiarelli mette in discussione il fatto che possa essere stata la Skorpion nelle mani di Morucci e Faranda – con meccanismo a “ripetizione” e non a “raffica” – l’arma utilizzata per uccidere Moro, mentre è sicuro che il blitz in viale Giulio Cesare, nell’appartamento in cui Giuliana Conforto ospitava i due terroristi, provocò un piccolo terremoto e la mobilitazione di strutture “particolari”… L’identificazione del killer di Moro nella persona dell’ex legionario calabrese Giustino De Vuono non è una novità anche se, a onor del vero, spesso le vecchie piste “raffreddate”vanno giustamente riprese e percorse. E’ lui l’assassino che spara a “raggera” intorno al cuore di Aldo Moro ? Appartiene all’ala delinquenziale delle BR o all’Agenzia del Crimine indicata dal giudice Sica ? O, come afferma il “complottista”, esperto di Bilderberg, Daniel Estulin, sarebbe una sorta di killer a contratto al servizio dei “poteri occulti” ?
Lasciamo in sospeso queste domande e andiamo avanti…
Nel libro di Cucchiarelli una parte importante di questa tragica rappresentazione è stata affidata al Sottosegretario agli Interni Giuseppe Zamberletti il quale, alla fine di marzo, sarebbe stato inviato a Milano per prendere contatto con un misterioso brigatista per tentare un approccio che poi non si è mai concretizzato. Secondo l’autore il “contatto” non poteva essere altri che il falsario Toni Chichiarelli, già legato alla Banda della Magliana e con una pregressa militanza nei NAP alle spalle. L’infiltrato e fonte dei servizi segreti (SISDE) in possesso delle foto polaroid ritraenti il “prigioniero del popolo” Moro, autore del “falso” comunicato numero 7, noto alle cronache come comunicato del Lago della Duchessa. Se l'”intermediario” probabilmente inserito in qualche modo nell’ala “delinquenziale” delle BR, si può identificare con Chichiarelli, parimenti, e sulla base delle testimonianze rese durante il processo per l’omicidio Pecorelli – in particolare quella della compagna Chiara Zossolo -, è da rilevare come il falsario agisse sotto la dettatura di mandanti rimasti ignoti. Tuttavia, probabilmente, la circostanza più curiosa sarebbe stata portata alla luce da Padre Enrico Zucca, un religioso vicino alla struttura “ultrasegreta”, di volta in volta denominata ANELLO o come “Noto Servizio”, nata già negli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale e ampiamente utilizzata dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Già nell’imminenza della fine dell’agonia di Moro, nel corso di un’intervista sul settimanale Espresso, il religioso aveva accennato all’ipotesi di una trattativa per la liberazione di Moro dietro pagamento di un ingente riscatto alle BR. Lui stesso si sarebbe offerto di raccogliere la cifra necessaria tramite la Fondazione Balzan. Quello che più incuriosisce – e sorprende – di questo retroscena tutto da verificare e disvelare è che Padre Zucca sarebbe stato avvicinato in confessionale da un brigatista “dissidente” all’incirca nello stesso periodo in cui anche il Ministro degli Interni Cossiga incaricava il Sottosegretario Zamberletti – accompagnato dal colonnello dei CC Antonio Varisco – di tentare un approccio con un brigatista di Milano. Se Cucchiarelli ha ragione e il misterioso “intermediario” brigatista si identifica con un personaggio che, in qualche modo, rinvia alla componente delinquenziale delle BR – o ex NAP -, il riferimento di Padre Zucca alla dissidenza brigatista rimanda all’ala “trattativista” dei rapitori e, quindi, in qualche modo, proprio a Morucci e alla Faranda, ancora in contatto con i “compagni” raccolti nella rivista “Metropoli”. Invece Padre Zucca viene spesso indicato come persona al servizio del misterioso “Noto Servizio”. Per il momento lasciamo da parte questo discorso sui tentativi di approccio fra le parti e agli sviluppi di presunte trattative di cui solo piuttosto recentemente si è parlato in maniera più diffusa…
Il Sottosegretario Zamberletti sarebbe stato in predicato di succedere al Ministro Cossiga, invece il Presidente del Consiglio Andreotti conferì l’incarico a un altro compagno di partito, Virginio Rognoni. Per quale motivo ? Fra l’estate e l’autunno del 1978 – in maniera molto più convinta dei comunisti e dei socialisti – alcuni esponenti del partito di maggioranza relativa come il democristiano di destra Zamberletti, avevano maturato la convinzione che Moro fosse la vittima di un “complotto americano”. In particolare proprio Zamberletti commissionò a un curioso ed eccentrico personaggio come il “complottista”americano Webster Tarpley l’incarico di investigare sulla vicenda. Ne nacque un testo – “Chi ha ucciso Aldo Moro ?” – che puntava il dito accusatore sui servizi segreti americani, inglesi e della NATO, soffermandosi sul ruolo del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta (la Loggia P2 non era ancora stata “scoperta”). In particolare si faceva il nome dell’ex Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale delle amministrazioni USA dei Presidenti Nixon e Ford, il potente diplomatico Henry Kissinger, autentico dominus della politica estera statunitense e convinto assertore dell’utilità delle covert operations. Era noto che, fin dal settembre del 1974, Kissinger si era spinto a minacciare apertamente l’allora Ministro degli Esteri Aldo Moro per la politica di collaborazione con i comunisti e per la linea smaccatamente filoaraba e filopalestinese. Lo stesso Moro avrebbe parlato di un’animosità e un’ostilità del tutto personali, da parte del Segretario di Stato e la gravità delle minacce kissingeriane avrebbe assunto toni tali da condurre Moro ad un passo dalle dimissioni e dall’abbandono della carriera politica. Tarpley avrebbe poi rivelato che le principali fonti della sua ricerca erano alcuni agenti della CIA appartenenti all’ala “democratica”.
Cucchiarelli si convince che la tesi di Tarpley sia fondamentalmente esatta anche perchè una conferma giunge proprio dall’ex Ministro degli Interni Cossiga. In effetti, pur non ricoprendo più alcun incarico di rilievo, quella di Kissinger è una voce ancora molto ascoltata ed influente, ma quel che è più rilevante è che i “kissingeriani” sono ancora inseriti nei gangli vitali dell’Amministrazione democratica, nella NATO e nella stessa intelligence statunitense. Proprio dal 1974 al 1979 il comandante militare della NATO è l’ammiraglio Haig, già vice di Kissinger al Consiglio per la Sicurezza Nazionale e futuro Segretario di Stato durante il primo mandato della presidenze repubblicana di Ronald Reagan, mentre lo stesso capostazione della CIA a Roma Hugh Montgomery gode della fama di uomo vicino al potente diplomatico. Altro interprete “kissingeriano” della politica internazionale statunitense, nonchè “esperto” di “affari italiani” forse più a suo agio con l’aggressività della linea neoconservatrice piuttosto che “kissingeriana” tout court, è lo storico e giornalista Michael Ledeen il cui nome è salito recentemente alle cronache come “spia al servizio del MOSSAD”.
Certamente “uomo – cerniera” fra ambienti dell’intelligence statunitensi e quelli israeliani, il cultore del “fascismo universale” incarnato dall’imperialismo e dal militarismo USA, era stato indicato da Umberto Giovine, su “Critica Sociale” come un frequentatore del Comitato degli “Esperti” del Viminale durante i 55 giorni del sequestro e, secondo Cucchiarelli, era l’altro americano che affiancava il viceassistente del Dipartimento di Stato Steve Pieczenik. Presente come il prezzemolo durante le fasi più delicate della storia degli ultimi quarant’anni della nostra Repubblica, il principale contributo di Ledeen nell’affaire Moro pare essere stato quello di screditare il Presidente della DC presentandolo come un personaggio non più credibile agli occhi della pubblica opinione. Il ruolo di Ledeen indurrebbe ad interrogarsi sul ruolo dei mass media e sull’enorme influenza che possono esercitare su intere popolazioni…
Non essendo in possesso di sufficienti elementi indiziari e “probanti”, Cucchiarelli si limita a fare cenno a una sorta di faida o resa dei conti fra le diverse anime e fazioni interne alla CIA e all’intelligence statunitense, in particolare fra un “partito democratico” vicino all’Amministrazione e uno “repubblicano” e “oltranzista” che segue peddisequamente la linea dell’ex Segretario di Stato. Chi ha abbastanza memoria e si ricorda ancora di quei convulsi anni a cavallo fra la seconda metà degli anni Settanta e i primissimi Ottanta è possibile che si rammenti ancora dei numerosi scandali che, a partire dal Watergate, coinvolsero l’Agenzia accusata di adottare condotte criminali ed illegali, al di fuori di qualunque controllo “democratico”. Pare che lo stesso Kissinger fu indotto a costringere alle dimissioni il mitico James Jesus Angleton, un veterano dell’OSS e della CIA che dirigeva la famigerata operazione di “controspionaggio” denominata CHAOS e che si era fatto le ossa proprio in Italia, ove si dedicò al reclutamento di ex nazisti e fascisti da utilizzare nella crociata contro il “comunismo”. Nel 1977 il neoeletto Presidente democratico Jimmy Carter designò l’ammiraglio Stanfield Turner alla guida della CIA con l’intento di “fare pulizia” e di imporre un controllo più diretto sull’Agenzia, ma, a quanto pare, l’operazione si è rivelata fallimentare.
La prima Commissione Moro accennò ad un possibile ruolo ricoperto da “ex agenti della CIA” in relazione all’indagine sul più grave delitto della Repubblica italiana avanzando l’ipotesi che il noto trafficante di droga e “sospetto” agente della CIA Ronald Stark – che si era segnalato per i suoi approcci con i militanti del Partito Armato (BR, Autonomia, Azione Rivoluzionaria) all’interno delle carceri – fosse un elemento della “banda”. I membri della Commissione si riferivano al già noto “Diavolo Biondo” Theodore G. Schackley, un altro elemento della “vecchia guardia della CIA” costretto alle dimissioni dopo essere stato designato vicedirettore per le operazioni speciali dal direttore George Herbert Bush, futuro vicepresidente e Presidente degli USA. Ne “Morte di un Presidente” il sospetto di un ruolo attivo di Schackley e della sua banda nell’affaire Moro è ripreso anche per una sorta di mezza ammissione da parte del Venerabile Maestro Licio Gelli il quale nel corso di una conversazione avrebbe replicato che”sì forse, poteva averlo conosciuto”. La conferma di uno stretto rapporto Schackley/Gelli non sarebbe fatto di poco conto se si tiene in considerazione il fatto che, come Schackley si sarebbe impegnato attivamente a creare e dirigere una sorte di “CIA parallela”, il Venerabile Gelli si sarebbe assunto un compito del tutto omologo per quanto riguardava i servizi di informazione e di sicurezza italiani. Teorico, ideatore e direttore delle “special operations”, nonchè architetto della Third Options – una sorta di “stato di tensione” a metà strada fra la condizione di guerra e quella di pace -, Schakley avrebbe fondato uno Special Team composto da spregiudicati agenti dell’Agenzia, militari dei corpi speciali – marines e Green Berets – e fanatici cubani anticastristi – allargando il suo raggio di azione fra America Latina, Indocina e Medio Oriente. Fra le sue imprese che sconfinavano nella metodologia propria del crimine organizzato, i tentativi di rovesciare Castro come l’operazione Mangoose, l’assassinio in massa dei collaborazionisti dei vietcong nel Vietnam del Sud (Progetto Phoenix), la pianificazione delle condizioni per agevolare il colpo di stato contro il Presidente socialista del Cile Salvador Allende, oltre ai traffici di armi e droga, al riciclaggio dei relativi proventi e alla società con Cosa Nostra italoamericana (Santo Trafficante). Il sospetto di un ruolo attivo in tutto l’affaire Mor riguarda soprattutto il sostegno clandestino e indiretto all’euroterrorismo attraverso il dittatore libico Gheddafi -al quale sarebbe stata venduta un’ingentissima quantità di esplosivo militare C4 – e il “superterrorista” Carlos, lo sciacallo.
Anche il contractor CIA Brenneke – il cui nome venne alla ribalta delle cronache quando, intervistato sull’assassinio del premier svedese Olof Palme, svelò alcuni particolari sulla connection CIA – P2 – Cosa Nostra siculoamericana nel traffico di armi e droga e nel finanziamento del terrorismo internazionale – accennò a quel gruppo di agenti della CIA che avevano trafficato con il dittatore libico (Wilson e Terpil, due collaboratori di Schackley). Per quanto questo scenario possa apparire incredibile, l’estremo cinismo e la radicale spregiudicatezza di una bella fetta dell’intelligence statunitense sarebbe venuta alla luce con l'”October Surprise” ovvero il tentativo ideato dal futuro vicepresidente Bush – indicato spesso come uno dei più illustri protettori di Gelli e della P2 – di accordarsi con gli ayatollah del regime khomeinista dell’Iran per danneggiare l’Amministrazione Carter e favorire l’elezione del repubblicano Reagan ritardando il rilascio degli ostaggi dell’Ambasciata americana a Teheran.
Un affare sporchissimo che mette in discussione i fondamenti della più potente “democrazia del mondo” e che anticipa l’affare “Iran Contra”, il coinvolgimento dell’Amministrazione Reagan – Bush nella vendita di un quantitativo di armi all’Iran i cui proventi avrebbero dovuto finanziare – insieme alla droga – i contras, le milizie che combattevano e cercavano di rovesciare il sistema sandinista del Nicaragua. Quasi per un tragico scherzo del destino, sia Schackley che il citato Ledeen erano coinvolti nell’affare “Iran Contra”. Una rete di rapporti che rinvia alle fazioni oltranziste e all’anticomunismo più viscerale, nonchè, in qualche modo, alla Loggia P2.
Apparentemente ancora non è stata acquisita la “pistola fumante” per dimostrare l’affiliazione o la collaborazione di Licio Gelli con l’intelligence USA anche se lo stesso interessato avrebbe ammesso il suo reclutamento nell’Agenzia fin dagli inizi degli anni Cinquanta. Tuttavia in alcune informative del SISMI viene ipotizzato che il vero “capo” della Loggia P2 fosse il magnate Eugenio Cefis, già ufficiale dei carabinieri e partigiano, e che solo nel 1977, prima di involarsi per la Svizzera, la consorteria sarebbe stata messa nelle mani di Gelli e Ortolani. Per decenni Cefis ha incarnato l’anima di una sorta di “leggenda nera”, ma nella sua biografia qualcosa si deve essere pure “attaccato”. Partigiano “bianco” con entrature nei servizi alleati angloamericani, viene accusato di aver preso parte al complotto per l’eliminazione del Presidente dell’ENI Mattei anche dal poeta e scrittore Pier Paolo Pasolini in quello strano “romanzo” intitolato “Petrolio”. Da allora l’ascesa, prima alla presidenza dell’ENI e poi alla guida della Montedison per coronare il sogno della creazione di un grande “polo” petrolchimico e un potentato economico e finanziario senza pari in Italia. Autorevole rappresentante di quella classe speculativo – finanziaria che poteva e può contare sui solidi intrecci con una politica nazionale corrotta e compromessa, Cefis concorse a quella scalata di Rizzoli alla proprietà del Corriere della Sera cui diedero un fattivo contributo i piduisti Gelli, Ortolani e Calvi. Un’operazione dal sapore “politico” che rispondeva alle sollecitazioni di chi temeva la deriva progressista – e inevitabilmente “filocomunista” – del più importante quotidiano nazionale.
Nel 1977 l’improvvisa “fuga” in Svizzera in coincidenza con la stagione del Compromesso Storico. Secondo il finanziere Aldo Ravelli, Cefis tentò la via dell’ennesimo colpo di stato che fallì perchè mancò l’appoggio di una parte importante della classe dirigente, finanziaria e imprenditoriale, in primis della famiglia Agnelli che, invece, aveva avviato un corso “dialogante” anche con il PCI. Insomma il mondo finanziario e imprenditoriale si divise sul nuovo corso della politica italiana e macò il sostegno necessario alle velleità golpiste e piduiste. La rivelazione di Ravelli sarebbe stata confermata dall'”esperto” del Dipartimento di Stato americano Steve Pieczenik il quale attribuì a Cossiga – piuttosto che ad Agnelli – il merito di “aver salvato l’Italia”. Purtroppo mancano i necessari riscontri documentali circa il tentativo di colpo di stato del 1977 di cui il successivo rapimento di Moro non cosituirebbe altro che una sorta di “strascico”. Quello che, invece, è stato ampiamente documentato soprattutto in sede della cosiddetta Commissione Anselmi è che proprio negli anni compresi fra il 1976 e il 1978 – successivamente alle affermazioni elettorali del PCI – si raggiunse il massimo livello di penetrazione istituzionale da parte della P2 e, quindi, da parte di Cefis, Gelli e Ortolani, mentre proprio in seguito alla riforma del “Segreto di Stato” e dei servizi di informazione – e, anzi, eludendone il dettato – i vertici dei servizi segreti vengono occcupati da affiliati alla famigerata loggia massonica coperta.
Un governo di “solidarietà nazionale” con Giulio Andreotti alla presidenza del Consiglio e Francesco Cossiga alla guida del dicastero degli Interni. Il ruolo dei “kissingeriani”, della fazione “antidemocratica” della CIA e dell’intelligence statunitense, nonchè del “partito del golpe” italiano e della Loggia P2 fanno sorgere anche altri interrogativi circa la “missione” di Piecznik in Italia. L’amerikano è stato inviato per iniziativa dell’Amministrazione Carter – quindi, con ogni probabilità, degli artefici della politica estera democratica, il Segretario di Stato Vance e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Brzezinski – o su sollecitazione del governo e, quindi, degli stessi Andreotti e Cossiga ? Certo l’Amerikano si è prodigato in rivelazioni anche contradditorie nel tempo, pur ribadendo fino alla nausea che la sua missione non era quella di salvare Moro, bensì quella di stabilizzare la situazione italiana anche se ciò richiedeva sacrificare lo statista italiano, com’è poi avvenuto… E nell’ottica statunitense – dal punto di vista dell’Amministrazione Carter – motivi di preoccupazione non mancavano: dal pericolo di un’effettiva “collaborazione” del prigioniero Moro con le BR alla trascinante forza del PCI. Poi nella celeberrima intervista rilasciata al giornalista francese Amara, è Pieczenik stesso a rivendicare un ruolo decisivo nell’insuccesso di un tentativo golpista perseguito da ufficiali piduisti e”vecchi arnesi fascisti”. In questo caso il progetto di Cefis e della P2 del 1977 sarebbe proseguito in quello scorcio del 1978 per franare clamorosamente…
Assai più verosimile che, più che un tentativo o un progetto, l’Italia abbia assistito ad un unico piano reiterato negli anni attraverso un innalzamento sistematico del livello di “tensione”. In questo caso Tambroni, il Piano SOLO, il tentativo del 1969 e quello di Borghese dell’anno successivo (“Tora Tora”), la Rosa dei Venti, il golpe “bianco” della triade Sogno – Cavallo – Pacciardi, il “colpo di mano” del 1977 – 78, il Piano di Rinascita Democratica dei piduisti, ecc… farebbero parte di un unico disegno rinnovato e perfezionato nel corso dei decenni. In effetti i nomi di Gelli, Ortolani, Cefis, Sindona, Borghese, Spagnuolo, Sogno, Pacciardi, Cavallo, il principe Alliata di Montereale, Fumagalli, Miceli e degli altri ufficiali ai vertici dei servizi di informazione e delle forze armate ricorrono e si roncorrono come per indicare un’unica e precisa consorteria coincidente con la “destra” reale del paese, antidemocratica e ultratlantica.
Il solito Pieczenik ha avuto modo di sottolineare i noti legami di Gelli e della P2 con la giunta militare e golpista argentina, ma, prevedibilmente, ha taciuto sui più scabrosi rapporti dei piduisti con insospettate personalità della finanza, della politica, della diplomazia e dell’intelligence statunitense. Proprio sul finire del mese di marzo del 1978 – e questa concomitanza di fatti, di eventi e di circostanze sarebbe da tenere ben presente – Piecznik sarebbe giunto in Italia e avrebbe chiesto di soggiornare all’Hotel Excelsior – a due passi dall’Ambasciata statunitense -, lo stesso in cui il Venerabile riceveva ministri, finanzieri, militari e direttori dei servizi di informazione. Una semplice coincidenza ? Oppure i due si dovevano incontrare al riparo da occhi indiscreti ? Designato dal Segretario di Stato Kissinger e confermato nel suo ruolo dal successore “democratico” Vance, Pieczenik poteva anche “fungere” da cerniera e mediatore delle due fazioni. In ogni caso, assumendo e dando per scontata la natura della missione dell’Amerikano, cosa preoccupava in modo particolare determinati ambienti e circoli al di qua e al di là dell’Oceano ? Qual’era la missione di Pieczenik ? Torneremo sull’argomento…
In merito ai progetti di “colpo di mano” perseguiti dagli oltranzisti italiani e dai referenti d’oltreoceano, è probabilmente sempre lo stesso Gelli a chiarire quel che è accaduto in questi anni, quando, nel corso di una delle ultime interviste, ha alluso a una sorta di pianificazione risalente ai primi anni del Dopoguerra in base a cui, mentre particolari “strutture” clandestine (GLADIO ?) si sarebbero dedicate a innalzare la tensione per creare le condizioni per uno stato di emergenza, gli americani avrebbero messo a punto l’intervento militare. Pura fantapolitica ? Chi vivrà…
Kissinger, Haig, Schackley, Bush, Ledeen, Cefis, Gelli, ecc… Che cosa tiene insieme questi personaggi americani e italiani ? E come si situa l'”esperto” dell’antiterrorismo del Dipartimento di Stato Pieczenik ? Ancora siamo in attesa di incasellare le pedine nelle corrispondenti caselle…
In questo carosello di rimandi e “salti” temporali, Cucchiarelli cita un intervento dell’allora Presidene della Repubblica Cossiga in occasione di una manifestazione della Marina Militare a La Spezia, nel lontano marzo del 1991. Qualche giorno dopo il prelevamento di Moro in via Fani, sarebbe stata individuata la “prigione del popolo” brigatista in zona corrispondente al 47 km dell’Aurelia. Già il 21 marzo 1978 sarebbe stato approntato un reparto composto da elementi delle unità speciali militari (i GOS) provenienti soprattutto dal COMSUBIN, ma anche dal COL MOSCHIN, dal Tuscania, San Marco, ecc… per “liberare” Moro. Nome in codice dell’operazione SMERALDO, con il contributo significativo delle SAS inglesi e di esperti tedeschi. Il comando delle operazioni sarebbe stato insediato in Inghilterra. Alla costituzione di reparti militari specializzati nell’antiguerriglia pronti ad essere mobilitati per individuare il covo – prigione in cui era detenuto il Presidente della DC viene anche dato un certo risalto sulla stampa, probabile indizio del fatto che, forse, tale impiego di mezzi e uomini dotati di una particolare formazione poteva rientrare in quelle che sono state definite “operazioni di parata” dal giudice Pascalino.
Un contrordine blocca l’operazione e, secondo Cucchiarelli, questa decisione era stata presa perchè in tal modo di sarebbe violata una zona “off limits”, strettamente controllata da particolari ambienti e circoli angloamericani. Senza affermarlo esplicitamente la supposizione del giornalista rimanda ancora una volta a qualche illustre straniero entrato a far parte della Nobile Casata Caetani. Nel corso di una delle ultime interviste rilasciate – per l’occasione, allo specialista di “misteri d’Italia” Giovanni Fasanella – Cossiga confessò di non aver mai avuto reale potere decisionale durante i 55 giorni di agonia dell’Onorevole Moro, ma di essersi rimesso a una sorta di “direttivo” della STAY BEHIND, organismo inquadrato nella NATO. Il riferimento dalla GLADIO/STAY BEHIND ha qualcosa da spartire con l’impiego delle unità speciali della Marina e dell’Esercito ? Pare quasi certo, invece, che il covo o i covi in cui era tenuto in ostaggio Moro fossero ben conosciuti e, tuttavia, nulla si fece per attuare il blitz. Perchè ?
Rifacendosi al classico di Sciascia “Affaire Moro”, il giornalista dell’ANSA sostiene in maniera suggestiva e piuttosto convincente che Moro fosse ben consapevole che sarebbe stato un probabile blitz con il presumibile intento di liberare il progioniero delle BR e che avesse timore di tale eventualità. Da questo punto di vista per Moro la trattativa avrebbe costituito un passaggio obbligato e, in qualche modo, lo statista avrebbe poi iniziato a “negoziare” per conto delle BR o a indicare la strada per una via d’uscita. Questa concomitanza di eventi e gli interrogativi circa la condotta dell’Onorevole Moro fanno sorgere il dubbio che, probabilmente, l’incursione delle forze speciali non avrebbe avuto la finalità di trarre in salvo l’ostaggio dei brigatisti. In tal modo il famoso e ultracitato articolo di Pecorelli su OP – nel quale si citava il generale Amen – potrebbe essere interpretato in maniera diversa… Gli ufficiali piduisti avrebbero optato per un deciso intervento – “decidere su due piedi” -, ma il Ministro degli Interni Cossiga temeva una sortita che avrebbe provocato la morte di Moro e avrebbe aperto la strada alla “mediazione vaticana” (la “risposta da prete”) e coinvolto quella parte della massoneria in rapporti con potenti personalità della Santa Sede (la Gran Loggia Vaticana ?).
Si determina così, una sorta di situazione di stallo in cui, in qualche modo, le parti in causa comunicano attraverso modalità, linguaggi e canali particolari. La sceneggiata maturata intorno a via Gradoli e al covo del presunto capo delle BR Moretti è piuttosto illuminante… Il 18 marzo – ad appena due giorni dal sequestro – la PS bussa alla porta dell’abitazione occupata dalla coppia Moretti – Balzerani. Ai primi di aprile si mettono a punto bizzarri espedienti – o pretesti – come la seduta spiritica che coinvolse alcuni stimati professori di area cattolica – fra cui Romano Prodi – e si “giustifica” il finto rastrellamento del paese di Gradoli, Infine, nel fatidico 18 aprile, si inscena una doppia rappresentazione con la “scoperta” del covo di via Gradoli 96 e la diffusione del “falso” comunicato del Lago della Duchessa con l’ennesimo, infruttuoso e grottesco massiccio impiego dell’esercito e delle forze dell’ordine. Al pari della Limiti – sempre secondo quanto riportato nel suo libro sull’ANELLO – Cucchiarelli è convinto che, sempre nei pressi di via Gradoli, vicino all’appartamento affittato dalla coppia Moretti – Balzerani, fosse stata allestita una delle “prigioni del popolo” brigatiste, circostanza confermata anche dalla testimonianza del capo della NCO Cutolo e dalla vicenda del contatto di alcuni malavitosi calabresi con l’Onorevole Benito Cazora. Citando un’inedita dichiarazione dell’Onorevole Tina Anselmi – già Presidente della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla Loggia massonica Propaganda Due – sembrerebbe che tutti sapessero dell’ubicazione del covo – prigione brigatista in via Gradoli, ma non si intervenne per una serie di circostanze concomitanti e, forse in primis, i rischi di un blitz che, forse, qualcuno poteva suggerire per eliminare i sequestratori ma, soprattutto, il sequestrato. In qualche modo diventa percorribile la via di una trattativa… Ma qual’è, alfine, l’oggetto o quali sono gli oggetti di un negoziato che si preannuncerebbe spinoso e delicato ?
Uno dei grandi assenti de “Morte di un Presidente” è proprio quell’ipotesi del “doppio ostaggio” che venne formulata in primis dal Presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino. Anche Cucchiarelli parla di Moro come di un “doppio ostaggio”, da una parte dello Stato e dall’altra delle BR, ma Pellegrino, invece, si riferiva al fatto che le BR potevano trattare non solo per la liberazione di Aldo Moro, ma anche per lo scambio di quelle carte e di quei documenti che lo statista recava con sè… Ancora oggi non è realmente chiaro a quali carte ci si riferisca. Al famoso Memoriale ? Alle lettere da Moro durante la prigionia ? Ai documenti contenuti nelle borse, presumibilmente prelevate assieme al sequestrato ? O a cos’altro ?
Il 1 ottobre 1978 le forze dell’ordine conseguono uno straordinario risultato contro il Partito Armato: i nuovi nuclei antiterrorismo del generale Dalla Chiesa arrestano un nutrito gruppo di brigatisti smantellando alcuni covi nel Nord Italia. In particolare viene individuato e perquisito il covo di via Monte Nevoso 8 – a Milano – con il conseguente arresto di ben due componenti del comitato esecutivo delle BR, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli. Un successo per lo Stato italiano che, però, con il trascorrere degli anni, moltiplica dubbi e interrogativi circa la possibilità di stroncare il terrorismo brigatista anche prima del sequestro e dell’assassinio dell’Onorevole Moro. L’efficienza degli uomini al servizio del generale Dalla Chiesa contrasta con l’apparente impotenza sfoggiata solo qualche mese prima. Nel periodo compreso fra il secondo arresto di Renato Curcio, uno dei fondatori delle BR e il blitz di via Monte Nevoso, il Partito Armato agisce e si muove completamente indisturbato, nell’inerzia inspiegabile – o spiegabilissima – delle forze dell’ordine, di sicurezza e dei servizi di’informazione. Nell’agosto di quello stesso anno – a pochi mesi dal rinvenimento del cadavere di Moro in via Caetani – il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e il Ministro degli Interni Virginio Rognoni conferiscono pieni poteri in materia di contrasto al terrorismo al generale Dalla Chiesa attraverso il coordinamento dei servizi di informazione e sicurezza, dell’Arma dei Carabinieri, della polizia e della Guardia di Finanza. Ma qual’è l’obiettivo precipuo che sottende questa decisione politica ? Solo la necessità di rassicurare il paese circa la determinazione e la risolutezza dello Stato italiano nel perseguire e neutralizzare il terrorismo brigatista responsabile del più grave delitto politico della Repubblica italiana ?
Nel corso della perquisizione in via Monte Nevoso i carabinieri rinvengono la copiosa documentazione prodotta nel corso della prigionia di Moro, fra cui la copia dattiloscritta del famoso memoriale e alcune missive. Secondo l’informatissimo Pecorelli il memoriale presentato alla stampa non è completo e manca di alcuni passaggi decisivi come il riferimento al tentativo golpista del principe “nero” Junio Valerio Borghese. In effetti dodici anni dopo, dietro un’intercapedine in uno dei locali dell’appartamento di via Monte Nevoso 8 viene ritrovata una versione più voluminosa del memoriale contenente, fra l’altro, riferimenti a quella strategia “antiguerriglia” che rimanda all’organizzazione GLADIO e giudizi sferzanti sul Presidente del Consiglio. Nell’ottobre 1990 – qualche giorno dopo – il Presidente del Consiglio Andreotti relazionò alla Camera sulla GLADIO minimizzandone la portata. Nel corso degli anni si è sedimentata la convinzione che del materiale da classificare come “Segreto di Stato” fosse stata trafugato e sottratto al legittimo vaglio della Magistratura. Ma chi si è speso per tutelare quei documenti riservati finiti in qualche modo nelle mani delle BR ?
Durante una drammatica udienza della prima Commissione Moro il generale Dalla Chiesa, intervistato dallo scrittore Leonardo Sciascia, commissario in quota Partito Radicale, ammise che qualcuno poteva aver “recepito” le carte di Moro prima del blitz nel covo brigatista di via Monte Nevoso 8. Secondo uno dei più stretti collaboratori del generale nei nuclei antiterrorismo – Nicolò Bozzo – Dalla Chiesa era convinto che un’altra “cordata” di carabinieri – con evidente richiamo ai piduisti della Divisione Pastrengo di Milano – avesse trattato con i brigatisti per la consegna di quei documenti – il memoriale ? I documenti delle borse ? Cos’altro ? -. Solo qualche mese dopo – il 3 settembre 1982 – il generale – e adesso neoprefetto di Palermo – e la sua giovane consorte cadono vittime di un cruento agguato mafioso, sul quale persistono molti dubbi. Nella residenza palermitana di Dalla Chiesa, a villa Pajno, qualcuno sottrae dei documenti da una cassaforte. Qualche giorno dopo il prefetto Dalla Chiesa avrebbe dovuto testimoniare al processo sul delitto Moro. Possibile che la matrice dell’assassinio del prefetto di Palermo fosse esclusivamente da ricondurre al “terrorismo mafioso” del clan corleonese e dei loro alleati catanesi ? Se nel corso dell’udienza in Commissione il generale Dalla Chiesa intendeva indirizzare un messaggio ai declinanti ufficiali piduisti, nel dicembre del 1978 un molto loquace Venerabile Gelli esternava ai suoi interlocutori – il generale Umberto Nobili al servizio del SIOS Marina e un altro singolare personaggio, il giornalista “ufologo” Marcello Coppetti – alcune sorprendenti rivelazioni.
Sarebbe stato lo stesso Dalla Chiesa a chiedere ad un preoccupato Andreotti il conferimento di pieni poteri in materia di lotta e contrasto al terrorismo allo scopo di recuperare le carte di Moro ancora in mano ai brigatisti. Secondo Gelli la fonte del generale sarebbe stata un giovane carabiniere infiltrato nelle BR , in questo modo Dalla Chiesa sarebbe stato messo al corrente sia dell’ubicazione della “prigione” brigatista” che dell’esistenza di documenti riservati. Le circostanze dell’incontro a Villa Wanda vengono riportate nel cosiddetto “documento Coppetti”, ma in sede di Commissione i testimoni aggiungono poco o nulla sulla singolare “loquacità” di Gelli. Pura millanteria, oppure il presunto capo della Loggia P2 riferiva circostanze realmente accadute per far capire ai suoi interlocutori che sapeva che il materiale trovato in via Monte Nevoso era stato classificato come “Segreto di Stato” ? Quasi sicuramente pare di assistere alla schermaglia fra due protagonisti non certo secondari dell’affaire Moro – il generale Dalla Chiesa e Gelli – intenti a scambiarsi messaggi dal contenuto “minaccioso” come se ognuno dei due avesse elementi sufficienti per muovere all’altro pesanti accuse. Se Gelli si “divertiva” a raccontare una storia “vera” chi poteva essere il carabiniere infiltrato nelle BR dal generale Dalla Chiesa ? Il nome non è mai emerso o non è mai stato fatto esplicitamente…
Chi si è occupato dell’affaire Moro in tutti questi anni sa bene che quando si parla delle “carte” dello statista si riferisce a una molteplicità di documenti di diversa natura come il memoriale, le lettere scritte durante la prigionia o i documenti contenuti nelle borse e, apparentemente, scomparsi nel corso dell’agguato di via Fani. Dopo la fruttuosa irruzione degli uomini di Dalla Chiesa nell’appartamento – covo di via Monte Nevoso, un giornalista dell'”Espresso” molto ben informato e in contatto con ambienti vicini ai brigatisti – Mario Scialoja – scrisse un articolo ricco di particolari inediti nel quale si asseriva che il cosiddetto memoriale non era completo. Fra le parti mancanti, la parte di interrogatorio in cui il “prigioniero” Moro rispondeva ad una domanda relativa all’omicidio del rappresentante di Al Fatah in Italia Wael Zweiter, un intellettuale palestinese molto stimato in Italia, “giustiziato” da una squadra di killer del MOSSAD per ritorsione nei confronti della strage di atleti israeliani massacrati da “Settembre Nero” nel corso dei giochi olimpici di Monaco del 1972. L’argomento avrebbe introdotto la scottante questione degli accordi in base a cui la CIA, il MOSSAD e i servizi segreti delle principali potenze aderenti alla NATO sarebbero state libere di mettere in atto covert operations – quindi anche attentati o assassinii – sul territorio italiano.
In sede di Commissione Stragi lo stesso Scialoja affermò che nel corso del sequestro, per dimostrare la fondatezza e l’attendibilità delle sue risposte, Moro fece consegnare alcuni documenti riservati che aveva custodito presso lo studio di via Savoia. Non sono mai giunte conferme sui particolari inediti svelati dal giornalista dell'”Espresso” – autore, fra l’altro, di un libro – intervista del capo brigatista Renato Curcio – che sembrano incredibili in un frangente o contesto in cui massima doveva essere la mobilitazione delle forze dell’ordine per identificare la “prigione” di Moro e per liberarlo per cui anche la sorveglianza dello studio del Presidente della DC doveva essere discreta ma continua. E poi quei documenti furono prelevati dalle BR ? Oppure qualche collaboratore di Moro – Sereno Freato, forse… – era stato incaricato di provvedere immediatamente allo scopo di agevolare un’eventuale trattativa ? Nulla di definitivo e di certo si può dire anche se le risposte di Scialoja metterebbero al loro posto alcuni tasselli di questa storia apparentemente molto complicata, eppure in qualche modo semplice se si sciolgono i nodi fondamentali.
C’erano documenti particolarmente “riservati” e custoditi dalle BR nel covo di via Monte Nevoso ? Nel classico “La tela del ragno” (edizioni KAOS) è uno dei più autorevoli studiosi dei fenomeni legati al piduismo, alla “strategia della tensione” e al brigatismo, già membro anche della prima Commissione Moro – il senatore del PCI Sergio Flamigni – a dare una risposta a questo interrogativo. Nel 2001 i consulenti della Commissione Stragi Libero Mancuso e l’archivista Gerardo Padulo avrebbero casualmente scoperto due faldoni classificati con la dicitura “Segretissimo” presso gli archivi della DIGOS di Roma e intestati “”A-4. Sequestro Moro – Covo di via Monte Nevoso. Rinvenimento del 9 ottobre 1990 – Carteggio.” e “Sequestro Moro – Elenchi appartenenti Organizzazione GLADIO”. Nel secondo faldone erano presenti due documenti interessanti intitolati “Moro elenco” una nota “Riservato” firmata dal Questore di Roma Umberto Improta avente per oggetto: “Sequestro Moro – via Monte Nevoso – Elenchi appartenenti Organizzazione GLADIO”. Insomma, fra le altre cose, i brigatisti sarebbero entrati in possesso di documenti relativi alla struttura clandestina atlantica GLADIO allestita in funzione antisovietica e antiPCI probabilmente grazie a qualche collaboratore di Moro – o agente dei servizi segreti ? -.
Si tratta indubbiamente di materiale estremamente riservato e questa “aquisizione” documentale si incastra piuttosto bene con i particolari riferiti da Mario Scialoja. Ma sono pure compatibili e corroborati nel loro significato da quanto rivelò l’ammiraglio Fulvio Martini, già direttore del SISMI come uomo di fiducia del Presidente del Consiglio Bettino Craxi e, all’epoca del sequestro Moro, responsabile per i rapporti nel settore europeo. Quando, nei primi giorni di aprile, venne aperta una cassaforte del Ministero della Difesa per il passaggio di consegne dal Ministro Vito Lattanzio ad Attilio Ruffini, scattò l’allarme immediato. Il documento contenente la lista di appartenenti alla struttura GLADIO era scomparso, trafugato da qualcuno… E’altamente probabile che l’ammiraglio si riferisse proprio a quei documenti custoditi in via Monte Nevoso e presumibilmente recuperati dai nuclei del generale Dalla Chiesa. Tutti questi elementi e queste circostanze inducono a riconsiderare questa fase della vicenda e a ritenere che, se approcci vi furono e se riservatamente si trattà con le BR, allora l’oggetto dello scambio doveva senz’altro essere “doppio” – lo stesso Moro e le carte in suo possesso – come ipotizzato dall’ultimo Presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino.
Dunque, alla luce di questi ipotetici nuovi scenari, in che cosa sarebbe consistita concretamente la missione “stabilizzatrice” dell’amerikano Pieczenik ? Escludendo il suo arrivo a Roma in periodo immediatamente successivo al 16 marzo e collocandolo, invece, dieci giorni dopo, potrebbe essere formulata qualche risposta. Infatti, alla fine di marzo possiamo far risalire l’approccio di don Enrico Zucca – indicato come elemento vicino al misterioso ANELLO – con un brigatista “dissidente” e il tentativo fallito del sottosegretario agli Interni Zamberletti di avvicinare un analogo soggetto. Allo stesso periodo risalgono le lettere scritte da Moro alla moglie Eleonora, al segretario Nicola Rana e al Ministro degli Interni Francesco Cossiga nel tentativo di avviare riservatamente canali per la trattativa e il comunicato numero 3 delle BR che ribadisce la contrarietà dell’organizzazione rispetto a qualsiasi negoziato riservato (“nulla deve essere nascosto al popolo”). Dal tono della lettera a Cossiga – che doveva rimanere riservata e che, invece, le BR decidono di pubblicare – Moro faceva capire che “in certe condizioni poteva essere indotto a parlare”.
Quindi, assumendo che l’opzione del blitz delle forze speciali fosse stato accantonato anche perchè avrebbe avuto come principale conseguenza la morte dell’ostaggio – cercata e voluta ? – e che, agli occhi di chi era al corrente degli sviluppi della vicenda, Moro aveva collaborato con le BR, rispondendo alle loro domande e, probabilmente, consegnando loro del materiale riservato e scottante, si profilava una situazione di “stallo” che cercheremo di descrivere sommariamente. In qualche modo gli agenti reclutati dall’ANELLO vengono interpellati per offrire un’ingentissima somma per liberare il prigioniero o, più probabilmente, per recuperare le carte. In questo contesto il Dipartimento di Stato non può che temere il pericolo di una diffusione di talune notizie riservate che potrebbero mettere in discussione i rapporti bilaterali USA – Italia e gettare discredito agli occhi dell’opinione pubblica. Non può essere un caso che Pieczenik scelga di soggiornare nello stesso hotel di Gelli, a due passi dall’Ambasciata USA. Forse da quel momento, dalla fine di marzo, il Dipartimento di Stato USA e il governo italiano decidono di mettersi nelle mani di un personaggio comunque autorevole ed esperto, non solo nelle tattiche di contrasto al terrorismo, ma anche nella gestione di negoziati in certi difficili frangenti. Forse l’Amerikano è anche chiamato a rintuzzare le velleità di taluni elementi.
Il fulcro delle operazioni passa dagli ufficiali delle forze armate e dai vertici dei servizi di informazione iscritti alla Loggia P2 – e legati a precise fazioni americane – al Comitato Esperti ove Pieczenik può avvalersi della collaborazione di professori specializzati in diversi settori della conoscenza come il criminologo Franco Ferracuti e l’esperto di geopolitica Stefano Silvestri. Ne “Il Noto Servizio” (Castelvecchi) lo storico Aldo Giannuli, che mostra di aderire alla tesi del “doppio ostaggio”, viceversa trascurata dal libro di Cucchiarelli, elenca quelli che potevano essere gli obiettivi fissati dall’Amerikano: a) recuperare il materiale (documenti, nastri, memoriale, ecc..) del sequestro; b) costringere le BR al silenzio; c) “neutralizzare” Moro e le sue esternazioni. Non esiste un preciso riscontro documentale su quanto ha scritto Giannuli, tuttavia la logica e la consequenzialità dei fatti sembrerebbe dare ragione allo studioso.
Se ci si immedesima nell’ottica americana o, quantomeno, in quella dell’Amministrazione che Pieczenik era chiamato a rappresentare, non sorprende che l’Amerikano e i suoi collaboratori – Ferracuti in primis – si fossero, innanzitutto, dati da fare per togliere credibilità al prigioniero delle BR e a qualificarlo come “affetto dalla Sindrome di Stoccolma”.
L’operazione era piuttosto agevole, ma più ricca di incognite dovevano risultare i tentativi di costringere le BR a trattare. In questo senso può essere compresa la proposta avanzata al gangster Turatello di far prendere in ostaggio dai suoi uomini i brigatisti reclusi nel carcere di Cuneo. Una pressione per costringere i terroristi a trattare e “scambiare” il prigioniero ? Mettendo da parte il discorso sulle tecniche di “guerra psicologica” e di manipolazione o terrorismo psicologico, la questione della trattativa ricorre nella missione di Pieczenik. Nella versione dell’Amerikano, confermata in qualche modo da Cossiga, si era fatto in modo di creare lo scenario adatto alla trattativa individuando anche un intermediario credibile e spendibile. A detta degli interessati l’obiettivo non sarebbe stato quello di intavolare realmente una trattativa, ma di prendere tempo convincendo i brigatisti sulle intenzioni della controparte. In tal modo si sarebbe data l’opportunità alla DC di rilanciare una convincente immagine all’insegna della “fermezza” da contrapporre al PCI che rischiava di occupare la scena politica nella ferma e convinta posizione di rifiuto del terrorismo brigatismo.
Nello stesso tempo si deve registrare l’attivismo craxiano per un impegno “umanitario” e unilaterale” per la salvezza di Moro, che avrebbe dovuto concretizzarsi in un atto di clemenza nei confronti di alcuni brigatisti detenuti. In sospeso rimane la domanda: ma Pieczenik considerava l’ipotesi di trattativa un mero espediente per mettere in trappola le BR, oppure c’era dell’altro. Si è svolto un negoziato con l’avallo di alcuni ambienti d’oltreoceano ? Per molti anni si è creduto che la missione di Pieczenik si fosse esaurita con la proposta di diffondere un falso comunicato brigatista per disorientare le BR, come succederà il 18 aprile. Qualche giorno prima, il 15 aprile, l’Amerikano torna a Washington per relazionare al Dipartimento di Stato e, a quanto pare, quel rapporto è stato classificato “Segretissimo” per questioni di Sicurezza Nazionale. Dopo il 18 aprile – e, quindi, dopo che sono state valutare le reazioni all’esito della “doppia operazione” della scoperta pilotata del covo di via Gradoli e della diffusione del falco comunicato del Lago della Duchessa – però Pieczenik torna in Italia. Da un documento datato 25 marzo 1978 consegnato nel 1993 dall’allora Ministro degli Interni Scotti alla Commissione Stragi, si rileva come l’esperto americano stesse collaborando alla proposta di una trattativa anche per valutare gli elementi utili per un blitz. Ma qualunque fosse la finalità di un approccio negoziale con i brigatisti, qual’era l’oggetto di scambio ? E chi poteva proporsi come mediatore ed intermediario ?
Molte pagine de “Morte di un Presidente” sono dedicate alla mediazione offerta e condotta per conto del Vaticano e di Papa Paolo VI, secondo una delle ultime rivelazioni dell’allora Presidente del Consiglio Andreotti e poi confermata da altre fonti. In accordo con la tesi anche noi riteniamo che Papa Paolo VI fosse veramente l’unico ad avere a cuore la vita e la sopravvivenza dell’amico Moro dai tempi delle FUCI. In qualche modo il Papa rimase vittima dell’inganno perpetrato dall’Amerikano Pieczenik e da una fazione “massonica” maggioritaria in Vaticano probabilmente legata alla Loggia P2 per cui, dopo l’estenuante “trattativa”, Moro sarebbe stato assassinato così come previsto da coloro che avevano circuito il pontefice. Questa tesi era già stata accennata da Alessandro Forlani ne “La zona franca” (Castelvecchi), uno degli ultimi saggi dedicati all’affaire Moro. La tesi di Cucchiarelli è inedita e degna di rilievo: in realtà la trattativa sarebbe stata una sola e avrebbe comportato il coinvolgimento e la mobilitazione di diversi soggetti per mettere a punto la complicata trama dei vari “scambi” concordati con i brigatisti.
Se il Vaticano, attraverso il coordinatore del cappellano delle carceri Cesare Curioni – il religioso che doveva attendere l’arrivo di Aldo Moro uscito vivo dalla o dalle “prigioni del popolo” – si era assunto il compito di trattare con i terroristi, i servizi segreti militari avrebbero attuato le modalità dello “scambio di prigionieri”. Se il famoso colonnello Giovannone contattò la dirigenza dell’FPLP di George Habbash per garantire la disponibilità yemenita ad accogliere i brigatisti liberati, il già citato ammiraglio Martini doveva intercedere con il Presidente jugoslavo Tito per ottenere la liberazione di alcuni terroristi tedeschi della RAF. Un fatto, quest’ultimo, indicativo della più che plausibile partecipazione dei tedeschi all’operazione Moro. Dunque, si trattava senza dubbio di un negoziato riservato e condotto al di fuori dei normali canali legali ed istituzionali, che comprendeva uno scambio di ostaggi – sulla falsariga di quello che lo stesso Moro aveva prospettato nelle lettere a Piccoli e Bartolomei – e il pagamento di un riscatto di notevole entità. Il Vaticano avrebbe offerto asilo all’Onorevole Moro dopo la sua liberazione. Secondo don Fabbri, collaboratore stretto di don Cesare Curioni – la cifra sarebbe stata raccolta da ambienti finanziari ed industriali del Nord Italia, ma è assai difficile escludere a priori che lo IOR sotto la Presidenza del discusso Monsignor Paul Marcinkus non avesse partecipato alla raccolta. Significativamente, fra i reperti trovati e classificati nell’abitazione di Giuliana Conforto in viale Giulio Cesare ove, il solito Morucci aveva per le mani un appunto con il recapito telefonico del Monsignore. E curiosamente, il giovane e modesto parroco della Chiesa di Santa Lucia don Antonello Mennini, indicato come il religioso che “entrò nel carcere brigatista e confessò Moro”, era nipote di Luigi Mennini, stretto collaboratore di Marcinkus nella gestione dello IOR. Una serie di circostanze singolari e di “coincidenze”, tanto più che, come altri personaggi coinvolti nell’affaire, don Mennini assisterà ad una svolta radicale nella propria carriera, fino alla nunziatura apostolica a Londra. Inutile sarebbe rammentare come l’entrata in scena dello IOR rimandi anche alle speculazioni e alle operazioni finanziarie spericolate del bacarottiere siciliano mafioso e piduista Michele Sindona, nonchè alle convulse vicende del Banco Ambrosiano guidato dal piduista Roberto Calvi. Tutti soci di Monsignor Marcinkus…
Ad una pista che conduce allo IOR, il giornalista dell’ANSA mostra di credere in maniera convinta riprendendo l’allusione dell’articolo dello scrittore Pietro Di Donato circa l’esistenza di una “prigione” sulla Balduina. E’ veramente il garage sotterraneo dell’edificio di via Massimi 91 – di proprietà dello IOR – quello che è servito ad ospitare le vetture usate nel sequestro ? In tal caso tutta la vicenda assumerebbe una piega ambiguamente torbida e sinistra.
Se veramente don Curioni ha negoziato riservatamente per conto del Papa, allora l’approccio “umanitario” e il gesto di clemenza evocati a vario titolo dal segretario del PSI Bettino Craxi e dal Presidente del Senato Amintore Fanfani non costituiscono altro se non una “facciata” manifesta e legalitaria che copre quello che avviene altrove e con maggiore “incisività”.
Tuttavia noi abbiamo modo di ritenere che l’ipotesi del “doppio ostaggio” sia quella corretta anche se trascurata da Cucchiarelli e l’aggiunta di tutti i capitoli che riguardano quanto disse Moro alle BR e i documenti giunti nelle mani dei terroristi pongono altri impellenti interrogativi. In qualità di “capo” dei cappellani delle carceri don Curioni poteva essere benissimo in contatto con un brigatista detenuto, oppure con un malavitoso che si era “policizzato” ed era stato reclutato nel Partito Armato. Ma non è più verosimile che il religioso si possa essere affidato anche ad uno di questi soggetti che, però, rispondeva ad “altri” ? Secondo la testimonianza di don Fabbri, don Curioni avrebbe incontrato spesso qualcuno alla stazione di Napoli, ma l’interlocutore del religioso non è mai stato individuato. Soprattutto quello che lascia perplessi è che un negoziato riservato di un certo livello possa essere affidato a chierici o malavitosi, senza una mediazione più qualificata. Ma se non è don Curioni il mediatore della “trattativa” di chi stiamo parlando ?
E’ abbastanza noto che il Presidente del Consiglio Andreotti fece pressione su Papa Paolo VI per impedirgli di assumere le redini di un’interlocuzione palese e pubblica e, apparentemente, per salvaguardare quel “partito della fermezza” che poggiva sull’asse DC – PCI. In questo modo il Vaticano finiva per assumere le vesti di attore “secondario”, disponibile a fare quanto possibile per la salvezza di Moro, ma relegato a una sorta di ruolo scritto e deciso da altri (la questione della raccolta dei fondi per il riscatto). Un tale negoziato poteva essere gestito e condotto da qualche soggetto ben introdotto nei servizi segreti o in un strutture ultrariservate che potevano essere state attivate pure dal Vaticano. E’ comunque difficile pensare che don Curioni potesse rispondere a tali requisiti. Per un certo periodo – come riportato ne “Il misterioso intermediario” di Fasanella e Rocca – è stato ipotizzato un ruolo dei membri stranieri della famiglia Caetani, ovvero il direttore d’orchestra Igor Markevitch e il nobile angoamericano Hubert Howard, ma probabilmente sulla questione ha ancora una volta ragione Aldo Giannuli e quel compito delicato poteva essere svolto da un soggetto discreto e apparentemente insignificante come l’ex ufficiale dell’aeronautica della RSI Adalberto Titta, capo operativo del servizio supersegreto ANELLO. E’ lui a vantare un contatto con i brigatisti ed è sempre lui a proporre il pagamento di un ingente riscatto per la liberazione di Moro.
Inoltre è sempre padre Zucca, uno dei collaboratori dell’ANELLO, a rivelare un contatto con un brigatista dissidente, mentre un altro personaggio vicino all’organizzazione, il giornalista di “Candido” e senatore missino Pisanò è stato uno dei primi a scrivere dell’ipotesi del pagamento di una grossa cifra per ottenere dai brigatisti la liberazione di Moro. Secondo due amici e stretti collaboratori del Titta, il medico Giovanni Pedroni e Michele Ristuccia, la proposta del riscatto sarebbe stata respinta dal Presidente del Consiglio che avrebbe deciso da “non fare nulla”, stoppando l’iniziativa dell’uomo dell’ANELLO. Ci si dovrebbe domandare, comunque, se le cose non andate veramente in questo modo e se Titta ha raccontato veramente come stavano le cose. Anche padre Zucca ha puntato il dito accusatore sul Presidente del Consiglio Andreotti e, tuttavia, se si guarda al versante vaticano della vicenda si scopre che qualcosa si stava muovendo se è vero che alla mattina del 9 maggio si attendeva la liberazione di Moro.
In una delle sue ultime interviste il Venerabile Gelli si lanciava in una delle sue memorabili esternazioni secondo cui la politica italiana sarebbe stata “controllata” da lui attraverso la Loggia P2, da Andreotti attraverso l’ANELLO e da Cossiga con la GLADIO. Forse, come giustamente osserva Giannuli, più che un capo, Andreotti era il referente politico dell’organizzazione. Invece è stato poco indagato il contatto americano dell’ex ufficiale dell’aeronautica della Repubblica Sociale di Salò, tale “dottor Lupo”, dirigente della base NATO di Bagnoli.Questo rapporto viene citato in un rapporto del servizio informazioni civile nel 1979 e ci induce a porre legittimamente l’interrogativo se l’iniziativa di una trattativa per il pagamento del riscatto non sia stata presa proprio da questo misterioso ufficiale statunitense a cui il Titta avrebbe fatto riferimento. Ma agli ufficiali americani stava così a cuore la salvezza di Moro ?
Se non è stata raggiunta la certezza circa l’identità del misterioso “negoziatore” che trattò con le BR per la liberazione del “doppio ostaggio”, altri elementi corroborano l’ipotesi che possa essere identificato con Adalberto Titta. Tre anni dopo, in occasione del sequestro dell’Assessore ai lavori pubblici della Regione Campania da parte delle Brigate Rosse – Partito Guerriglia, il SISDE avviò i primi contatti con il boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo per aprire un canale di trattativa con i terroristi. Evidentemente il rapimento aveva gettato allarme non solo nelle file delle correnti campane della DC, ma a livello nazionale, per cui si era cercato di trovare una soluzione che salvaguardasse gli uomini del partito in maniera discreta. Si doveva trattare di una sorta di “consuetudine” nella DC se è vero che anche nel corso del periodo del sequestro Moro furono sempre alcuni politici e notabili democristiani a cercare i contatti con la criminalità mafiosa e organizzata al fine di trattare per la liberazione di Moro. Ovviamente non si potevano non temere le risposte del Presidente della DC in quella sorta di controprocesso che i terroristi opponevano a quello che il Tribunale di Torino stava cercando di condurre nei confronti del nucleo storico delle BR. Orbene Cutolo chiese e ottenne che il SISDE venisse rimpiazzato dal SISMI – il servizio informazioni del Ministero della Difesa – allo scopo precipuo di ottenere garanzia e collaborazione proprio dal Titta. La conclusione della vicenda è nota: la liberazione dell’ostaggio che, però venne ridotto al silenzio, il pagamento di un riscatto che solo in parte finì nelle mani dei brigatisti, un torbido accordo fra camorristi e brigatisti che prevedeva l’eliminazione di soggetti “scomodi”, la ridefinizione delle quote da destinare agli appalti per la ricostruzione, ecc…
Ma perchè, per ottenere l’appoggio del capo dell’ANELLO Adalberto Titta, il boss camorrista chiedeva l’intevento del SISMI. La risposta più logica e ragionevole è che Cutolo fosse a conoscenza del fatto che l’ANELLO non fosse altro che una rete di “irregolari” organicamente inserita nel SISMI che utilizzava nelle situazioni più delicate. Il vicedirettore del SISMI Adalberto Mei era un amico di vecchia data del Titta e il servizio era retto dalla banda piduista del duo Santovito/Musumeci, già sospetti di aver appoggiato il tentativo del “golpe bianco” dell’ex ambasciatore e partigiano conte Edgardo Sogno Rata Vallino, piduista, filoamericano e filoinglese. A quell’epoca le inchieste giudiziarie riscontrarono l’esistenza di una sorta di “SISMI nel SISMI”, il SuperSISMI i cui veri capi occulti erano probabilmente il sempiterno Licio Gelli e il freelance Francesco Pazienza, molto gradito presso taluni circoli americani. A partire dal caso Moro, l’ombra del SuperSISMI si ritrova in tutte le più torbidi vicende a cavallo fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta (il Billygate, i depistaggi delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna, le trattative per la liberazione dell’Assessore Cirillo, l’omicidio – suicidio del banchiere piduista Calvi, il crack dell’Ambrosiano, ecc..). Un boss – fosse pure mafioso o al comando di un’organizzazione criminale di alto livello o di una gang della malavita “comune” – non fa certo nulla per nulla e persegue sicuramente un fine pecuniario e di lucro. O si attende un favore altrettanto grande dal proprio “committente”. Annusando forse l’odore dei profitti derivati dalla ricostruzione del dopo – terremoto, Cutolo non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione impedendo che il suo interessamento si risolvesse in un nulla di fatto.
Nei giorni caldi del sequestro Moro, Cutolo era stato interpellato dall’avvocato calabrese Francesco Gangemi su sollecitazione di importanti personalità della DC e, in quell’occasione aveva conosciuto anche Titta. Se i canali con il crimine organizzato furono bruscamente interrotti fra il 9 e il 10 aprile del 1978, se ne può inferire che qualcosa dovesse essere nel frattempo intervenuto e che si fosse preferito sgombra il campo per lasciare spazio e libertà di manovre agli uomini dei servizi segreti. Dunque il boss della NCO poteva aver ritenuto che proprio il Titta avesse accettato l’incarico di gestire la trattativa “riservata” con le BR e quale migliore garanzia se non la sua, in occasione dell’affare Cirillo ?
Verosimilmente, dunque, l’Amerikano Pieczenik può aver concluso che la risoluzione ai problemi – e, quindi, il conseguimento dei tre obiettivi di cui sopra – fosse costituita dall’approntamento di una “trattativa” molto particolare e quale mediatore migliore poteva esserci di Adalberto Titta che per primo si era mosso per negoziare sulla base del pagamento di un riscatto ?
Nulla di definitivo: l’ipotesi Titta rimane aperta, come quella che identifica in don Curioni il vero mediatore, oppure nei Caetani (Igor Markevich o Hubert Howard). Quello che lascia ormai pochi margini di discussione è il fatto che una sorta di “trattativa” è stata concepita e messa in atto. Ancora però non si conosce l’oggetto – o gli oggetti della contrattazione -, come non sono stati messi al loro posto tutti gli attori coinvolti in questa rappresentazione. Soprattutto ancora non è stato chiarito come mai, se una trattativa ha avuto luogo, poi Moro viene comunque “giustiziato”.
A questo proposito non si può non far cenno all’incomprensibile comportamento dei brigatisti, alle loro strategie, ai loro contrasti e alle loro divisioni.
Giustamente quando si trattano i più delicati risvolti del caso Moro si sottolinea la frattura che si viene a delineare in seno ai rapitori quando si deve necessariamente discutere sull’opportunità di intavolare una trattativa per la liberazione del prigioniero – e per “vendere” le sue carte ? – e sulle modalità di approccio con la controparte. In genere si è soliti distinguere fra la fazione dei “duri” e dei “brigatisti puri” guidati da Mario Moretti, i quali sarebbero stati contrari a qualsiasi negoziato al fine di porsi alla testa di un movimento insurrezionale e i “trattativisti” come Morucci e la compagna Faranda che si sarebbero mossi con il beneplacito di alcune fazioni dell’Autonomia – capeggiate da Lanfranco Pace e Franco Piperno – per sfruttare un eventuale negoziato con l’intento di indebolire l’asse del Compromesso Storico DC – PCI. Ritratto spesso come una specie di infiltrato dei servizi segreti nel Partito Armato, Mario Moretti è stato soprannominato la “sfinge” per il suo comportamento sfuggente e, spesso, anche incomprensibile tenuto nel corso dei 55 giorni del sequestro Moro e poi anche, successivamente, nel corso dei processi. Accusato come ispiratore, mandante ed esecutore dell’esecuzione dell’Onorevole Moro, il capo brigatista ha suscitato innumerevoli dubbi e interrogativi e molti hanno ravvisato una mancanza di autentica motivazione politica nelle sue scelte. Per altri Moretti ha semplicemente agito seguendo la dettatura di soggetti “ignoti”.
Tentiamo di seguire il consiglio e la lezione di Sciascia e di Cucchiarelli – contenuti nella “Lettera nascosta” di Poe – scegliendo l’opzione della “semplicità” sia pure in un contesto certamente complesso e articolato. Ammettiamo per un momento che, nonostante i legittimi sospetti peraltro compendiati, argomentati e documentati in un interessante saggio, l’ipotesi di Flamigni sia fondamentalmente errata e che Moretti non è mai stato una spia o un infiltrato di alto livello nel Partito Armato per conto dei servizi segreti, bensì un “duro” e “puro”, un convinto e risoluto sottufficiale della guerriglia di estrema sinistra, dedito alla pratica di un “militarismo” tetragono e diretto a incentivare un’atmosfera propizia alla “guerra di classe”. Ammettiamo poi che un simile soggetto faccia comodo all'”altra parte” che, per semplicità, identificheremo con la banda piduista insediata soprattutto ai vertici dei servizi segreti militari, interessata ad esacerbare il clima di conflitto e ad innalzare la tensione con qualunque mezzo, anche, ovviamente, proteggendo e “fiancheggiando” l’azione di Moretti e dei suoi seguaci. In tal modo è tanto più semplice tirare le somme…
Il Presidente della DC non riscuote grandi consensi e simpatia in consistenti strati della popolazione , anche, ovviamente fra militanti e simpatizzanti dell’ultrasinistra extraparlamentare, così le BR “morettiane” e “militariste” – che hanno alzato il tiro nell'”attacco al cuore dello Stato” – decidono di rapire l’Onorevole Moro per portare a segno il grande colpo, potendo disporre della vita del più illustre e stimato rappresentante delle istituzioni.
La finalità è duplice: proporre uno scambio di prigionieri nel nuovo clima di “guerra di classe” e rispondere al processo di Torino contro i brigatisti “storici” con una sorta di “controprocesso” allo Stato e alla DC. E’ subito chiaro che, per portare a segno un’operazione di guerriglia di questa portata, le BR “morettiane” hanno bisogno del supporto dei “compagni”. Innanzitutto per creare una colonna romana, c’è bisogno dell’apporto dei “romani” che, nella quasi totalità dei casi provengono dalle file dell’Autonomia e, in questo senso, dev’essere senza dubbio stato fondamentale l’apporto di Morucci e della Faranda e poi, occorre anche approntare una strategia che possa incontrare il beneplacito e l’appoggio dei “compagni” incarcerati, dei brigatisti della prima ora, che sono ovviamente “sensibili” ai problemi delle carceri e diffidano dell'”ambiguità” del “compagno” Moretti e delle sue frequentazioni. Se a Moretti è sempre stata rimproverata la scarsa preparazione ideologico – politica, i militanti brigatisti gli hanno comunque riconosciuto le capacità organizzative necessarie a gestire un gruppo militante e clandestino della lotta armata per cui è verosimile che al capo brigatista non sia sfuggito il fatto che il suo gruppo “raccogliticcio” e i “compagni romani”, per quanto determinati, non erano in grado di realizzare un’operazione di guerriglia d’alta scuola come quella realizzata in via Fani. Occorrevano una consulenza e un concreto supporto di ordine militare e rimane ancora oggi inevaso l’interrogativo circa quegli ambienti in cui Moretti deve aver “pescato” per assicurarsi i servizi di snipers o killers militarmente addestrati e altamente professionali.
Con il sequestro di Moro e l'”annientamento” degli uomini della scorta e il relativo dispiegamento della famosa “geometrica potenza” sembra che le BR possano gestire l’ostaggio con relativa tranquillità, invece interviene qualcosa che complica non poco la situazione. Moretti è preparato ad allestire il “controprocesso” a Moro e alla DC e a creare le condizioni più favorevoli per un proficuo scambio di prigionieri, però accade che, su suggerimento o disposizione dello stesso Presidente della DC, qualcuno riesca a consegnare ai carcerieri una copiosa documentazione che non riguarda esclusivamente e semplicemente gli scandali in cui è implicato il partito di maggioranza relativa. I nuovi sviluppi della situazione colgono impreparato il capo delle BR, mentre cominciano gli approcci dei servizi segreti e dei “misteriosi intermediari” – il superservizio ANELLO ? Emissari del Vaticano ? – nei confronti dell’ala “dissidente” delle BR e, quindi, presumibilmente, di Morucci e della Faranda e di coloro che mantengono i rapporti con una fazione dell’Autonomia Operaia. Sono gli emissari dei servizi a cercare i “dissidenti” brigatisti o viceversa ?
Per ora non si può dare risposta a questo interrogativo che, ancorchè non difetti di rilevanza, per il momento non riveste un’importanza particolare. Quello che preme sottolineare è che questo ipotetico scenario si può spiegare principalmente con l’ipotesi del “doppio ostaggio” avanzata dall’ex Presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino. Ma è poi vero e corretto affermare che, se l’ala “autonomista” e “romana” delle BR era favorevole a trattare, Moretti, invece, era radicalmente contrario e pure ostile. A mio giudizio, se si segue il filo di un certo ragionamento e si accetta la “buonafede rivoluzionaria ed estremista” del capo delle BR, la risposta è negativa. Ricordiamo che quanto sta accadendo dovrebbe risalire agli ultimi giorni di marzo quando inevitabilmente Moretti sta guardando ai “tempi lunghi” a un processo che inneschi un clima da “guerra civile” in Italia, mentre gli “oppositori interni” sono disposti ad interrompere questo processo per negoziare con la controparte. Quando si sprecano fiumi di inchiostro riflettendo sulla questione del riconoscimento “politico” delle BR viene da sorridere, perchè i militanti del Partito Armato hanno scelto la via della lotta armata contro il sistema, non certo per poter ricavarne una legittimazione democratica e il conseguente inserimento nel sistema dei partiti. In questa prospettiva si può riconoscere tutto il velleitarismo estremista di un modesto capo terrorista come Moretti, ma possiamo meglio comprendere certi sviluppi ed accadimenti. Perchè Moretti ha sì in mente una trattativa palese con il governo, ma in un contesto in cui si delinea quell’agognata “guerra di classe” per cui si può trattare lo scambio dei prigionieri di “guerra”. Invece c’è chi vuole accelerare i tempi, interrompendo, così i piani messi a punto dai “morettiani”. E’ indubitabile, e lo si ravvisa dalle stesse missive, che Moro voglia promuovere un processo negoziale riservato con l’intervento della Santa Sede e, in certo qual modo, si presenta come il principale mediatore anche per conto delle stesse BR. Già il capo brigatista in carcere Curcio aveva avuto modo di suggerire di “dialettizzarsi” con Moro. Invece pare che Moretti sia impegnato a sabotare sistematicamente questi tentativi…
Se Moro scrive riservatamente al Ministro degli Interni Cossiga in maniera tale da agevolare una linea discretamente “trattativista”, non solo il comunicato numero tre delle BR ribadisce che “nulla deve essere nascosto al popolo”, ma viene anche accompagnato da quella lettera in maniera tale da determinare difficoltà oggettive al prigioniero Moro il quale sottolinea che la sua condizione è tale per cui non escluso che debba parlare, se indotto. E’ un modo tutto particolare e “moroteo” di avvertire il proprio interlocutore che, in effetti, ha già parlato. In realtà da quel momento la situazione già difficile di Moro si aggrava ulteriormente rendendo meno praticabile l’avvio di una trattativa condotta in maniera discreta e riservata. Qualche giorno dopo, il 5 aprile, le BR diffondono il comunicato numero quattro nel quale Moretti – o chi per lui – denuncia l’intervento di “misteriosi intermediari che qualcuno vorrebbe imporre” ribadendo implicitamente che tutto avrebbe dovuto svolgersi alla luce del sole.
Significativamente al comunicato viene allegato il testo della Risoluzione della Direzione Strategica adottata nel febbraio del 1978, nel quale si preannunciava e motivava la Campagna di Primavera della lotta armata. In effetti il rapimento dell’Onorevole Moro avrebbe dovuto essere affiancato anche al prelevamento e sequestro dell’industriale Leopoldo Pirelli in modo da intensificare l’atmosfera di scontro violento. Giustamente, nei suoi saggi, Flamigni ha ripetutamente sottolineato come questa strategia della lotta armata condotta dalle BR fosse perfettamente simmetrica e funzionale a quella “strategia della tensione” ancora perseguita dalla P2 e dai suoi referenti internazionali.
Il momento di autentica svolta e di frattura nell’ambito dell’intera vicenda del caso Moro si verifica fra il 9 e il 10 aprile quando i canali con la criminalità mafiosa e organizzata vengono repentinamente interrotti. Cosa è successo ? Ne “Morte di un Presidente” Cucchiarelli riporta una notizia già pubblicata da “Repubblica” e, forse, a lungo dimenticata: le BR avrebbero fatto pervenire alla Procura della Repubblica una cassetta con relativo messaggio registrato e una videocassetta con le immagini di Moro prigioniero dei terroristi. Fra le richieste avanzate dai terroristi: le dimissioni del governo e del Presidente della Repubblica Giovanni Leone e un esorbitante riscatto di sessanta miliardi.
Un inciso: una campagna denigratoria era stata condotta contro il Presidente della Repubblica da ambienti piduisti, tanto è vero che il famoso pamphlet di Camilla Cederna “Carriera di un Presidente” era stato ispirato dal giornalista – spione e piduista di OP Mino Pecorelli. In qualche modo qualcosa accomunava il Presidente Leone ad Aldo Moro: entrambi erano stati trascinati nel fango del caso delle tangenti versate dalla Lockheed e se Leone è il Presidente della Repubblica in carica, costretto poi alle dimissioni, Moro è il più “papabile” per la successione. In aggiunta il Presidente Leone aveva commesso lo sgarbo di respingere le proposte contenute nel piduista Piano di Rinascita Nazionale, il germe del più famoso o famigerato Piano di Rinascita Democratica. Strane convergenze parallele fra piduisti e brigatisti… Da notare che, finora, nessun brigatista ha avanzato la proposta di uno “scambio di prigionieri politici” o di liberazione dei compagni.
Il Presidente del Consiglio Andreotti e il Segretario Zaccagnini sono indotti a convocare urgentemente un vertice a Piazza del Gesù, ma le sorprese non sono finite…
Il 10 aprile le BR diffondono il comunicato numero cinque ove si annuncia che Moro sta collaborando e che tutte le articolazioni e le strutture del regime, le complicità sono state disvelate. In allegato – a dimostrazione che esistono “intelligenze” nelle BR che decidono cosa pubblicare o diffondere circa gli sviluppi dell’interrogatorio del prigioniero – viene pubblicata la lettera di risposta al compagno di partito – che, a lungo, ha ricoperto gli incarichi di Ministro della Difesa e Ministro degli Interni – Paolo Emilio Taviani circa la praticabilità di una via negoziale e “umanitaria” in caso di sequestro di persona, in cui si citano i particolari trascorsi ministeriali del democristiano genovese per sottolineare la sua familiarità e continuità nei rapporti con gli americani. In realtà l’indice accusatore di Moro serve ad alludere all’esistenza e all’operatività della GLADIO, infatti Taviani ricopriva l’incarico di Ministro della Difesa quando vennero sottoscritti e resi esecutivi quegli accordi fra CIA e SIFAR (1956) che “formalizzavano” la strut 500 Internal Server Error

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