La storia della ‘nuova’ Turchia di Recep Tayyip Erdogan nasce in un’assolata vigilia di un ferragosto di inizio millennio; è infatti il 14 agosto del 2001 quando ad Ankara viene annunciata la fondazione di un nuovo partito, un nuovo soggetto politico che vuole coniugare il secolarismo turco con i principi dell’islamismo: si tratta dell’AKP, acronimo di Adalet ve Kalkinma Partisi (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo in turco), il quale ben presto è destinato a fare le fortune del suo fondatore, quel Recep Tayyip Erdogan arrivato agli onori delle cronache politiche quando nel 1994 diventa primo sindaco islamista di Istanbul e quando, nel 1998, viene arrestato per incitamento all’odio dopo aver citato alcuni versi di Ziya Gokalp, poeta di inizio ‘900.

In quell’estate, divisa a livello internazionale tra i fatti del G8 di Genova e gli attentati dell’11 settembre, la Turchia vive momenti molto tesi; lo scontro tra un’elite laica e secolare ed una società che inizia a scalpitare ed a chiedere una maggiore presenza dell’Islam e dei suoi valori nella vita pubblica, è molto forte e latente in ogni angolo del paese. Erdogan già negli anni 80 risulta iscritto presso il ‘Partito del Benessere’, di chiara ispirazione islamista e presieduto da Erbakan, politico di lungo corso; agli inizi degli anni 90, questa formazione inizia a guadagnare consensi, portando Erdogan a diventare primo cittadino della più importante città del paese, mentre Erbakan nel 1996 scalza i repubblicani laici del CHP dal governo e diventa primo ministro. Pur tuttavia, la tensione tra le due anime della Turchia diventa tale da far intervenire l’esercito nell’estate del 1997; i militari non escono dalle caserme, ma fanno pressione affinché Erbakan lasci il potere e lanciano accuse contro il governo reo di minare la laicità dello Stato. Le pressioni suscitano l’effetto sperato dall’esercito, Erbakan lascia ed il Partito del Benessere viene sciolto ma forse è proprio questa la mossa che avvantaggia Erdogan; gli islamisti rimangono orfani del partito che li ha da sempre rappresentati nella Turchia nata dopo il golpe del 1980, questo vuoto lascia strada spianata all’attuale presidente turco per lanciare la sua sfida politica raccogliendo non solo il voto islamista ma anche quello del malcontento delle province anatoliche. Tra pluridecennali scontri interni al paese (laici – islamisti, occidente – oriente, metropoli – provincia) ed i vuoti politici dopo il ‘golpe bianco’ del 1997, Erdogan si impone come elemento nuovo della politica turca; il suo arresto nel 1998 gli consente di avere maggiore popolarità tra le masse conservatrici ed islamiste della Turchia e così, dopo quattro anni dallo scioglimento del suo primo partito di riferimento, si arriva alla fondazione dell’AKP.

Il nuovo soggetto politico aspira a conciliare, almeno sulla carta, la laicità dello Stato con una società più conservatrice in cui i valori islamici tornino ad essere protagonisti della vita pubblica; da molti, la dottrina dell’AKP viene definita come ‘la via islamica della democrazia’: non solo critica allo status quo secolare, principio cardine del Partito del Benessere di Erbakan, ma anche liberalismo economico, riconoscimento dell’importanza dei valori dello Stato laico e sguardo molto accentuato verso l’occidente ed in particolare verso il processo di integrazione all’Unione Europea. Si presenta così l’AKP di Erdogan alle prime elezioni a cui partecipa nel 2002, spiazzando in tal modo i partiti di opposizione e riuscendo a fare breccia anche in quello che in Europa verrebbe chiamato ‘elettorato moderato’ delle grandi città; l’AKP quindi, aspira ad inizio decennio ad essere un vero e proprio partito conservatore, con tanto di adesione come membro osservatore al Partito Popolare Europeo nel 2005. Nelle consultazioni del 2002 Erdogan risulta vincitore e con il 34% del suo AKP, grazie alla legge elettorale, può formare un governo monocolore; in realtà l’attuale presidente turco diventa primo ministro solo nel 2003, fino ad allora premier è Abdullah Gul, il suo braccio destro, in quanto egli per cinque anni non può partecipare ad alcuna amministrazione per via dell’arresto del 1998.

Già da subito, dietro lo slogan della via islamica della democrazia, in tanti credono invece ad una progressiva deriva autoritaria dell’AKP e di Erdogan, oltre che al segreto non tanto nascosto di archiviare lo Stato laico e secolare; il timore è ancor di più accentuato dalla presenza costante dei finanziamenti di Gulen, l’attuale arcinemico del regime dell’AKP, il quale è a capo di una setta da sempre osteggiata dall’elite laica, in quanto accusata di voler islamizzare la Turchia. Ben presto però, le strade di Gulen e di Erdogan si dividono, con il nuovo premier turco che non vede di buon occhio l’eccessivo protagonismo del magnate islamista residente dal 1999 negli USA. La legge che toglie il divieto alle donne di indossare il velo nei luoghi pubblici, viene vista come la prima norma che testimonia la deriva islamista della Turchia, mentre Erdogan ha sempre difeso tale scelta come sintesi perfetta tra i valori di uno Stato laico e la libertà di una donna islamica di indossare un simbolo della sua religione; il 2004 è l’anno dell’avvio dei primi timidi negoziati con l’UE per l’ingresso nell’orbita di Bruxelles, mentre intanto le riforme economiche portano alla formazione di una borghesia imprenditoriale anatolica, capace di cementificare il consenso dell’AKP. Sono questi tutti elementi che fanno sì che il partito ed Erdogan vincano anche le elezioni del 2007, questa volta con una percentuale che va oltre il 40%; dopo questa affermazione, Erdogan riesce a far eleggere proprio il suo braccio destro, Abdullah Gul, nuovo presidente della Repubblica: da più parti, si evidenzia come l’AKP oramai occupa tutte le cariche e si vuole avvicinare all’obiettivo di essere partito egemone della politica turca. La deriva autoritaria, è testimoniata anche dagli avvicendamenti perpetuati all’interno dell’esercito; la componente kemalista e fautrice della difesa dei valori laici della Turchia, potenziale forte oppositrice del governo di Erdogan, viene a poco a poco rimpiazzata da militari più fedeli al nuovo corso dell’AKP. Si crea una spaccatura tra politica ed il resto dei poteri dello Stato, sulla quale Erdogan riesce a creare i presupposti per una propaganda contro i ‘nemici’ da cui difendersi, che fa breccia nel suo elettorato; in particolare, sono i poteri giudiziari ad ostacolare i progetti di riforme costituzionali dell’AKP e ad indagare circa i fenomeni di corruzione della nuova nomenclatura politica islamista. Il braccio di ferro tra Erdogan e l’elite laica prosegue soprattutto quando è evidente che il primo ministro vuole trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale; dal parlamento, Erdogan riesce a farsi approvare la riforma che, in primo luogo, rende elettiva la carica di primo cittadino turco, ma l’obiettivo è quello del presidenzialismo.

In politica estera si ha una prima svolta nel 2009, quando Davutoglu (subentrato in quell’anno alla guida del Ministero degli Esteri) attua una politica volta a guardare non solo verso l’occidente, ma anche in altre aree strategiche del medio oriente; pur tuttavia, questo atteggiamento più indipendente e ‘neo ottomano’ spinge Erdogan ad imbarcarsi nell’avventura siriana, andando incontro al suo più importante errore: armare i terroristi di Al Nusra e dell’ISIS, per cercare di far cadere Assad. E’ ben noto poi come sono andati i fatti su questo fronte; Erdogan e la Turchia guidata dall’AKP sono tra i principali responsabili della distruzione della Siria e della continuazione di una guerra che oramai ha sforato i cinque anni di combattimenti. Sul fronte interno invece, alla vigilia delle presidenziali del 2014, nel 2013 si ha la più imponente manifestazione anti Erdogan dal 2002: i ragazzi di Getzi Park ad Istanbul, si riuniscono in piazza Taksim e danno vita ad una ribellione contro la deriva autoritaria del governo targato AKP. La Polizia reprime le proteste e vengono spenti tutti i focolari di opposizione; tv, giornali e molti altri media, vengono messi sotto torchio da Ankara ed Erdogan accusa fomentatori esterni delle rivolte esplose in tutte le principali città.

Nel 2014 infine, l’elezione del fondatore dell’AKP come nuovo presidente chiude un cerchio e ne apre un altro; Erdogan da primo cittadino, spinge per la riforma costituzione in senso presidenziale, la mancata maggioranza assoluta del suo partito nelle elezioni del giugno 2015 sembra spegnere ogni velleità in tal senso, ma nel novembre dello stesso anno l’AKP si riprende la maggioranza assoluta e spinge verso il definitivo superamento del parlamentarismo. Tutto il resto, è storia dei giorni nostri: il riavvicinamento alla Russia e le scuse a Putin per l’abbattimento del jet ai confini con la Siria, il tentativo di colpo di Stato nella notte tra il 15 ed il 16 luglio e le purghe delle ore successive.

Comprendere com’è nato e cresciuto il fenomeno Erdogan, è essenziale per comprendere cosa sta accadendo in questi giorni in Turchia; in questi 16 anni di potere, l’AKP ha lentamente cambiato lo stato turco, sgretolando i sostenitori kemalisti presenti al suo interno, cercando di ricucire lo strappo tra città e provincia ed andando allo scontro contro un’elite che adesso, dopo il fallito golpe, potrebbe essere definitivamente spazzata via dalle purghe. Il tutto con un sostegno popolare lontano dall’essere assoluto (al contrario della deriva del suo potere), ma certamente importante ed essenziale per il mantenimento in vita dell’era Erdogan in Turchia, mentre al contempo le opposizioni non sono mai state in grado dal 2002 in poi di costruire una reale alterativa. Su quanto accadrà in futuro, restano mille incognite: dalla reazione della Turchia fatta fuori dopo il fallito colpo di stato, alla dipendenza dell’AKP dal carisma del suo fondatore, così come è importante vedere l’organizzazione delle opposizioni e dei vari partiti parlamentari ed extra parlamentari, i quali hanno quasi tutti condannato il golpe. Di certo quindi, Erdogan nel 2002 è riuscito a fare breccia nella parte più ‘popolare’ del suo elettorato, aprendo un’era che soltanto la storia dirà quanto sarà lunga ed in che modo riuscirà a cambiare in maniera indelebile la Turchia.

FONTE: Gli Occhi della Guerra

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