Emerge, a destra e ahimè anche a sinistra, un’orgogliosa ignoranza trasversale su cosa sia materialmente il territorio. C’è rimedio?
Di Bottini, Fabrizio


Per spiegare le rivolte britanniche qualcuno ha usato, in modo corretto e inappuntabile, la pianificazione urbanistica. Un bell’articolo proposto dalGuardian ha stilato un brevissimo e sistematico elenco delle differenze di contesto fra le città dove le rivolte c’erano state, e altre dove in una situazione apparentemente identica non era invece successo nulla. E fra organizzazione delle bande giovanili, tipologia delle droghe più diffuse, è spuntata anche la composizione pianificata delle zone: là dove i complessi di case popolari sono stati in qualche modo integrati nel tessuto urbano insieme alle altre tipologie e fasce di reddito, i ragazzi sono scesi in strada a devastare e saccheggiare; dove quei quartieri se ne stanno concentrati per i fatti loro a comporre una immensa brulla periferia, a quanto pare non è successo nulla. Abbastanza ovvia l’ispirazione che un’idea del genere potrebbe immediatamente fornire agli amministratori di destra, a recuperare lo zoning rigido all’americana per motivi di ordine pubblico, e far così contemporaneamente un favore agli amichetti immobiliaristi. Meno ovvia l’altra considerazione: sarebbe mai venuta in mente a un osservatore italiano qualcosa del genere? Mi riferisco al tipo di lettura, non al trucchetto conseguente. E la risposta è: improbabile, per non dire quasi impossibile. La nostra cultura, oltre alla notoria refrattarietà rispetto a un approccio scientifico, pare sconti sterminate lacune anche rispetto a cose puramente empiriche, il tipo di roba che si ha davanti al naso ma pervicacemente si ignora. La geografia innanzitutto, urbana, suburbana o rurale che sia.

Ad esempio su la Repubblica Cinzia Sasso, pubblica un reportage dalla pianura cremonese dove si sta per inaugurare un grande tempio Sikh. L’articolo mi incuriosisce perché anch’io ci ho scritto qualcosa su quel tema, giorni fa, e lo leggo con una certa attenzione. Agli altri pezzi pubblicati sulla stampa non aggiunge molto in termini informativi, qui la particolarità è tutta nelle atmosfere: la padania profonda, l’integrazione sul territorio della comunità Sikh, il piccolo comune col grande cartello antidiscriminazione, magari fra quelli destinati ad essere soppressi visto che attorno alla chiesa e alla manciata di case abitano solo poche centinaia di anime elettrici, immigrati a parte. Ma tutta questa atmosfera locale dal luogo pare non cavare assolutamente nulla. Si descrive il paese, e poi si salta al capannone del Tempio, in un luogo che ha in comune solo ed esclusivamente il sindaco, visto che sta a un quarto d’ora in macchina di distanza, alle porte di un altro comune, oltre una delle strade statali più importanti di tutta l’area padana. In altre parole, i Sikh li hanno letteralmente cacciati in un angolo, e poco importa da questo punto di vista se quell’area se la sono comprata loro perché costava poco. Il fatto è che Cinzia Sasso dal punto di vista geografico ci sta raccontando una balla enorme: il paese, la chiesina, la gente che sta in piazza, e il tempio Sikh, non hanno alcun rapporto, se non quello del sindaco che dice questo è il mio comune, qui facciamo queste scelte. Ma è proprio il QUI che non è affatto chiaro e inequivocabile.

La cosa in sé andrebbe benissimo, e la signora Sasso magari potrebbe anche chiacchierare informalmente col sindaco di Milano Giuliano Pisapia (visto che è suo marito) della particolare prospettiva in cui relaziona direttamente luoghi molto lontani, e le persone che li abitano. Ma personalmente spero proprio che poi il sindaco di Milano in quanto tale non sia più di tanto contagiato dalla prospettiva classicamente iperspaziale. Almeno lui, o almeno gli amministratori in generale, dovrebbero avere un pochino a cuore la consistenza pratica di ciò che amministrano, no? Ve lo immaginate ad esempio Pisapia che visita un quartiere di Monza elargendo promesse a man bassa a tutti gli abitanti, a proposito di trasporti, rifiuti, asili e compagnia bella? No che non ve lo immaginate, salvo in un incubo alcolico. Ma per strano che possa sembrare, la relazione con lo spazio fisico (che significa anche ambiente, in senso non ideologico, trasporti un po’ oltre i diagrammi di flusso ecc. ecc.) della politica così come della società italiana più in generale pare davvero somigliare all’iperspazio di Star Trek. Ve lo ricordate, no? L’equipaggio tutto insieme all’astronave Enterprise si spostava da una galassia all’altra infilandosi in una specie di corsia riservata invisibile dove tutto spariva in una specie di centrifuga da lavatrice, per rimaterializzarsi a milioni di anni luce di distanza. Gli stessi singoli membri, di solito il comandante Kirk e il serioso signor Spock, usavano un metodo simile per coprire gli ultimi diciamo centomila chilometri, dall’orbita ellittica attorno al pianeta di turno fino al teatro dell’azione della puntata. Anche lì, si sistemavano sotto una specie di doccia iperspaziale, sparivano fra schizzi di particelle, per ritrovarsi un istante più tardi sulla superficie di una foresta, di un deserto, insomma altrove.

Ho scoperto da poco che l’iperspazio di Star Trek, oltre ad essere una trovata fantascientifica, era anche una pensata degli sceneggiatori per risparmiare sul magro bilancio delle prime serie di telefilm: gli effetti speciali che simulano il trasferimento su lunghe distanze, costano, molto meglio scaricare tutto il peso sull’immaginazione degli spettatori, titillati da una qualsiasi doccia di lustrini centrifugati. Però questo uso sistematico e inconsapevole, ma ostinato, dell’iperspazio manco fosse la quarta magica “I” dell’innovazione berlusconiana è davvero micidiale. Si parla e straparla di territorio, ma poi pervicacemente lo si ignora proprio nella sua dimensione essenziale, che è quella fisica. Previsioni insediative fantasiose al limite della vera e propria criminalità ambientale o sociale, trasformazioni e opere decise senza alcun riferimento alla realtà tangibile, al punto che per la contestualizzazione, diventata un passaggio successivo anziché preliminare, è comune il ricorso sistematico ad appositi strumenti retorici comunicativi. Fra i casi al tempo stesso più divertenti ed emblematici, la famosa dichiarazione dell’archistar Mario Botta di essersi ispirato, per un megaprogetto a Sarzana (in provincia di La Spezia) alle tipiche architetture tradizionali mantovane. Sconcerto tra gli esterrefatti rappresentanti dei comitati che si chiedevano giustamente, ma questo ci è o ci fa? La risposta esatta è né uno né l’altro: a suo modo in ottima fede, l’architetto di fama internazionale usava il classico modello comunicativo iperspaziale, in cui il territorio è solo un vago sfondo alle proprie divagazioni. E dove confondere Suzzara (che sta appunto in provincia di Mantova) con Sarzana è cosuccia da nulla, lapsus telefonico che si corregge con uno starnuto. Che lo starnuto scarichi poi milioni di metri cubi pure fuori contesto, è di nuovo un dettaglio di poco conto, visto che il progetto era quello e quello sarebbe restato, a cambiare potevano essere solo le chiacchiere di contorno. Lustrini in centrifuga iperspaziale.

La famosa metafora della città infinita, inventata da un gruppo di tuttologi semianalfabeti e pubblicitari attenti solo al ritmo della comunicazione, è un prodotto dello stesso tipo, per vendere un’autostrada astraendola del tutto dal contenuto materiale e spaziale. La centrifuga dei lustrini alla Star Trek qui assorbe l’immaginario e l’attenzione degli abitanti e in certa misura anche di osservatori esperti (o sedicenti tali), scaraventando qualcuno alla dimensione satellitare, dove magari basta una pennellatina di verde falso in più a confondere le idee sul tracciato, o nel puro iper-uranio delle idee filosofiche, che ciascuno declina a modo proprio. E la puzzolente striscia di asfalto si allontana miracolosamente dai luoghi sensibili, o diventa ciò che non è e non potrà mai essere, ovvero un parco, un percorso ciclabile, una bacchetta magica per essere tutti più belli, moderni, sani e forti. Addirittura più giusti, democratici, alla moda: chissà, pure con gli addominali più definiti e le tette più sode di chi la città infinita non ce l’ha. Miracoli dell’iperspazio!

Poi, tornati sulla terraferma, un po’ come Kirk e Spock nelle puntate dalla trama intricata, spuntiamo in mezzo all’alluvione (di solito cementizia, o di traffico, o di rifiuti smaltiti male …) e nessuno ci aveva avvertito. Non sarebbe stato meglio saperlo, in fondo? Si, se vogliamo essere una società democratica, consapevole, in grado per quanto possibile di autogovernarsi. Certamente no se abbiamo in fondo delle idee destrorse e autoritarie, pronte alla delega assoluta purché non si tocchi il nostro orticello, il mitico cortile di casa della retorica nimby, dove appunto tutto il resto è misterioso iperspazio, sconosciuto e privo di interesse. Sconosciuto anche nelle relazioni dirette con l’amato cortile di casa, che quasi sempre in un modo o nell’altro ci sono: dal capannone/tempio Sikh che la signora Cinzia Sasso ambienta in centro a Pessina Cremonese mentre se ne sta a cacciato a chilometri di distanza perso nei campi; al piano urbanistico della Milano metropolitana che suo marito il sindaco Giuliano Pisapia lotta per far diventare davvero tale, ma senza poteri reali che vadano oltre gli angusti confini del suo comune. Certo è complicato spiegare al cittadino comune quanto demente fosse il progetto dei fanatici ciellini e degli speculatori, quando volevano costruire dentro a Milano quanto basta e avanza a ospitare la popolazione di mezza provincia. Complicato far capire che se il comune grande fa così, allora anche quelli più piccoli vorranno farlo, e che allora si esaurisce lo spazio di tutti. Ma davvero è tanto complicato? Davvero bisogna rinunciare da subito a far ragionare la gente, a mostrargli quello che in fondo ha davanti agli occhi?

Certo, così poi il consenso per le proprie scelte bisogna davvero conquistarselo. Non basta scovare un pubblicitario che inventa le architetture tradizionali sarzanesi che piacevano a una fantomatica nonna Cesarina, o la città infinita che rassoda le tette grazie al magico profumo di modernità pedemontana immersa nel verde sinergico. Che non vuol dire niente, ma titilla la fantasia, e ti frega. C’è un motivo importante, per spiegare davvero cosa significa lo spazio fisico ai cittadini. Patrick Abercrombie, uno dei padri dell’urbanistica del ‘900, negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale provò asostenere la necessità di studi geografici e territoriali obbligatori nelle scuole medie e superiori, con particolare riguardo agli ambienti antropizzati. Il suo argomento principale era: se le nostre truppe avessero avuto più strumenti di lettura del territorio, probabilmente avremmo vinto più facilmente la guerra, con meno morti, meno tempo, meno costi. Oggi qualcuno in Gran Bretagna analizza lo spazio fisico della metropoli, e spiega anche così il diverso manifestarsi della conflittualità giovanile che ha messo a ferro e fuoco le città. Ovvero, legge il territorio e usa tutti i mezzi della conoscenza spaziale per vincere la guerra: poi il comevincerla si può declinare a destra o a sinistra. Ovvero in modo progressista, leggendo gli aspetti di stimolo del conflitto e quindi anche degli assetti spaziali che lo hanno determinato. O in modo conservatore/reazionario, interpretando la classica equazione conflitto uguale crimine, e individuando la necessità di abolire i suoi presupposti spaziali. Forse non è un caso, che sia proprio la cultura del neoliberalismo ad aver alimentato negli ultimi lustri la scomparsa degli spazi pubblici urbani: meno strade complesse, meno piazze, più centri commerciali e gated communities presidiati dalla vigilanza privata e a democrazia limitata. E, si noti, il centro commerciale è anche labirintico per scelta e strategia: ne sanno qualcosa gi utenti delle stazioni ferroviarie che i nostri valorizzatori stanno trasformando in gallerie di negozi con nascosta da qualche parte una biglietteria e una pensilina per partenze e arrivi.

Conoscere lo spazio, promuoverne e divulgarne la conoscenza, stimola l’interazione sociale, anche nelle forme estreme che a volte si esprimono nel conflitto. Non conoscerlo, rendere il più possibile complicata ed opaca una consapevolezza del territorio, è operazione autoritaria e reazionaria. Come non capire, né voler discutere con nessuno, il fatto che non si può descrivere ad esempio la città di Roma guardando la cartina delle due linee della metropolitana. O negli studi sociologici parlare per pagine e pagine in un libro del problema della dispersione urbana dettasprawl (che si compone di villette e capannoni sparsi su grandi distanze) e poi quando si arriva agli esempi pratici di esistenze ed esperienze esistenziali, piazzarle invece di punto in bianco nel bel mezzo di un centro storico, con la piazza e il bar sport all’angolo. O descrivere la vita del paesino padano coi sikh che mungono operosi le vacche da parmigiano doc e poi fingendo di girar semplicemente l’angolo … zac! imboccare invece l’iperspazio di Star Trek e rimaterializzarsi davanti al tempio capannone a qualche chilometro di distanza. Non è un dettaglio che interessa solo i geometri o i pignoli: magari potrebbe evitarci fra una generazione una bella rivolta dei giovani Sikh nella padania felix.

visto che è stato usato come una sorta di pretesto anche senza essere stato riprodotto sul sito, l’articolo di Cinzia Sasso è scaricabile direttamente in formato pdf (f.b.)


File allegati

110818Repubblica_Sikh_Sasso ( 110818Repubblica_Sikh_Sasso.pdf 119.40 KB )
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